Le possibili conseguenze del riarmo tedesco

© AFP 2022 / DPA / PETER ENDIGSoldati dell'esercito tedesco
Soldati dell'esercito tedesco - Sputnik Italia, 1920, 21.03.2022
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Tra gli effetti collaterali del conflitto in corso in Ucraina spicca certamente per rilevanza il forte incremento delle spese militari all’orizzonte in Europa. Molti Stati del Vecchio Continente finora recalcitranti, di fronte agli eventi, hanno infatti riconsiderato le loro priorità ed annunciato massicci investimenti nelle proprie Difese.
Ovviamente, si tratta di decisioni prese a caldo, sulla base di considerazioni certamente razionali, ma sulle quali hanno pesato anche fattori emotivi, come la paura e, anche se non viene detto, la constatazione delle scelte rinunciatarie fatte dagli Stati Uniti in Ucraina prima del 24 febbraio scorso.
Molti paesi europei hanno capito che in costanza d’emergenza rischiano di rimanere da soli, dal momento che la postura americana non è più quella della Guerra Fredda e da qualche tempo Washington appare inoltre meno propensa ad utilizzare la forza militare di cui dispone.
Nell’Europa comunitaria si è ripreso a parlare d’integrazione militare, ma anche i più accesi sostenitori dell’europeismo riconoscono che un conto è aumentare le spese per la Difesa e sviluppare congiuntamente dei sistemi d’arma, altro è invece avere vere Forze armate europee.
Ci si andò molto vicini negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, quando sembrò possibile creare la cosiddetta Ced, o Comunità Europea di Difesa, che venne però affondata dal Parlamento francese. Da quel momento, molte delle condizioni necessarie alla sua creazione vennero meno senza mai più riapparire.
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Gli europei scelsero di integrarsi progressivamente sul piano economico, preferendo affidarsi per la loro Difesa agli Stati Uniti attraverso la Nato. Lo fecero per molte ragioni: per risparmiare, innanzitutto, cosa che tuttora gli americani rimproverano ai loro alleati meno restii ad investire nell’acquisizione di capacità militari.
Ma anche perché la presenza di Washington risolveva il problema che era stato alla base dei grandi conflitti combattuti sul suolo del Vecchio Continente, ovvero quello della leadership. Tutti accettavano che a guidarli fossero gli americani. Nessuno era disponibile a riconoscere questo ruolo ai francesi, agli inglesi o, peggio ancora, ai tedeschi.
Quando l’Alleanza Atlantica incoraggiò la Repubblica Federale Tedesca a ricostituire il proprio esercito, per rassicurare i propri partner europei Washington pretese che non risorgesse lo stato maggiore che aveva condotto le due guerre mondiali.
La Germania Ovest avrebbe avuto soldati, carri armati, navi ed aerei da guerra, ma inseriti saldamente in una catena di comando e controllo situata all’estero. Anche l’intelligence tedesca, in cui trovarono posto molti ex nazisti, fu posta sotto il saldo controllo statunitense. Il tutto doveva servire ad arruolare i giovani tedeschi e le industrie della Repubblica Federale per utilizzarli nel contenimento dell’Unione Sovietica.
Quando la Guerra Fredda finì, il fatto che la Germania si riunificasse spaventò talmente i suoi partner che per arginarla si decise di varare l’euro, in modo tale che ai tedeschi fosse sottratto il marco, attraverso il quale avevano progressivamente ricostruito il loro prestigio e la loro influenza nel Vecchio Continente.
Con il tempo, Berlino ha saputo però volgere a proprio favore anche la gestione della divisa unica, generando non pochi malumori tra i suoi partners. L’euroscetticismo che ne è derivato, probabilmente, altro non è una nuova forma della tradizionale diffidenza nutrita da molti europei nei confronti della Germania.
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Bene: in seguito ai fatti d’Ucraina, il nuovo governo tedesco ha appena dichiarato pubblicamente la propria intenzione di elevare al 2% del proprio Pil le spese militari del paese, portandole a circa 100 miliardi di euro all’anno. Si tratta di una cifra imponente.
Premesso che è tutto da vedere se poi le autorità della Repubblica Federale Tedesca daranno davvero corso a questi propositi, nessuno sembra essersi interrogato sulle presumibili conseguenze che questa decisione potrebbe provocare dentro e fuori l’Europa comunitaria, ove venisse attuata.
Con un bilancio della Difesa stabilizzato a quota 100 miliardi di euro, le spese militari tedesche diventerebbero le prime in Europa e le terze nel mondo, dopo quelle degli Stati Uniti e della Repubblica Popolare Cinese, ben prima di quelle della Francia e della Gran Bretagna.
C’è chi crede che da questo impulso possa trarre vigore una nuova spinta verso l’integrazione militare europea. Ma uno sviluppo del genere non sembra attualmente tra i più probabili. Se la Germania si doterà davvero di un grande strumento militare, è infatti presumibile che vorrà mantenere il più saldo controllo sul suo utilizzo.
La storia insegna inoltre che il sorgere di una nuova potenza militare non è mai un processo semplice ed indolore. Al contrario, genera resistenze e preoccupazioni. E il passato tedesco certamente non contribuirà a smorzare le tensioni.
A temere un deciso riarmo tedesco saranno verosimilmente soprattutto i polacchi e i francesi, vittime in passato dell’aggressività militare della Germania. Sarà interessante osservarne la reazione.
Varsavia, probabilmente, scommetterà ancora più decisamente sulla garanzia americana, che assumerà pertanto anche una connotazione anti-tedesca. Parigi, invece, opterà verosimilmente per un nuovo tentativo di integrare le capacità della Germania in una cornice europea caratterizzata da una preponderante influenza francese.
In caso d’insuccesso, la Francia potrà peraltro sempre contare sul possesso di un significativo arsenale nucleare, alla cui manutenzione ed aggiornamento alcuni politici tedeschi vorrebbero peraltro che la Germania partecipasse, anche per poi poterlo eventualmente cogestire.
La Francia cercherà probabilmente anche di ristabilire una relazione efficace con Mosca, volta al contenimento della Germania, una volta che la guerra in corso in Ucraina sarà divenuta un lontano ricordo.
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Anche il Regno Unito si preoccuperà degli effetti possibili di questa svolta. Va forse letta attraverso questa lente la circostanza che Londra stia riattivando le proprie connessioni nel cosiddetto Intermarium, ovvero la zona di terra compresa tra il Baltico e il Mar Nero.
Questo sforzo britannico potrebbe all’occorrenza combinare una valenza antirussa, attualmente prevalente, con una antitedesca, riproponendo un corso d’azione che vanta una lunghissima tradizione oltremanica.
La nuova situazione venutasi a creare potrebbe quindi comportare una fase di ulteriore rinazionalizzazione delle politiche di sicurezza e difesa in Europa, appena mitigata dalle collaborazioni intraeuropee in campo industriale, con le quali si risponderà all’esigenza diffusa di rinnovare i sistemi d’armamento.
Non è quindi affatto detto che gli eventi in corso determineranno un potenziamento dell’Unione Europea. Alcuni paesi del Continente si rafforzeranno. Ma proprio questo fattore potrebbe contribuire ad innescare un processo di deterioramento della coesione comunitaria. Vedremo. Non c’è nulla di scontato.
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