Il conflitto russo-ucraino potrebbe cambiare il mondo

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Profughi al confine tra Ucraina e Bielorussia - Sputnik Italia, 1920, 16.03.2022
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Le guerre sono sempre eventi trasformativi. Segnano uno spartiacque tra quanto è accaduto in precedenza e ciò che si verificherà in futuro. Rappresentano momenti di discontinuità della storia.
Prendendo a prestito qualche concetto dalla geologia, sono come delle scosse telluriche, in cui si liberano tensioni da lungo accumulate, sprigionando energia e cambiando il paesaggio.
Il conflitto in corso da tre settimane tra Russia ed Ucraina non farà eccezione. Le conseguenze saranno avvertite non soltanto dalle parti belligeranti direttamente coinvolte, ma anche oltre. Forse saranno modificati gli equilibri globali. Qualcosa già s’intuisce.
Le partite in atto sono molteplici e si svolgono a vari livelli in vista di poste in gioco differenti. Dal confronto militare in atto non usciranno soltanto un nuovo ordine politico regionale e delle modifiche alla mappa dell’Europa orientale, ma probabilmente anche un diverso assetto mondiale e nuovi rapporti di forza.
Di particolare interesse appaiono soprattutto due sviluppi recenti, intervenuti in questi giorni ed in parte interconnessi, dal momento che chiamano entrambi in causa la Repubblica Popolare Cinese.
Sono successe alcune cose. Innanzitutto, il 14 marzo si è svolto a Roma un incontro tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano, Jack Sullivan, e l’alto funzionario del Partito Comunista Cinese incaricato della politica estera, Yang Jiechi.
I due si sono parlati per oltre sette ore, con un breve intervallo. Fonti diplomatiche statunitensi hanno definito i colloqui “schietti”: una parola che nel gergo professionale si usa per descrivere incontri caratterizzati dalle divergenze di vedute e dall’assenza di una vera sintonia sui dossier trattati.
Non si è saputo molto di più, anche perché non si sono svolte vere e proprie conferenze stampa. Gli americani hanno fatto sapere di aver chiesto ai cinesi di non accogliere eventuali richieste russe di forniture militari, minacciando in caso contrario severe conseguenze.
Non è tuttavia chiaro al momento in che modo gli Stati Uniti possano rivalersi sulla Repubblica Popolare qualora le autorità di Pechino, che peraltro non hanno in alcun modo confermato di esser state sollecitate da Mosca, decidessero di sostenere lo sforzo bellico russo in Ucraina.
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In effetti, mentre le sanzioni imposte contro la Russia in seguito all’avvio dell’operazione militare speciale in corso in territorio ucraino sono pressoché interamente a carico degli europei e non implicano sacrifici sostanziali per gli americani, la stessa cosa non si potrebbe dire a proposito della Cina.
Le economie cinese e statunitense sono infatti profondamente integrate. Una parte significativa del debito sovrano americano è nelle mani di Pechino, ad esempio, ed inoltre molte imprese statunitensi possiedono impianti ed interessi nella Repubblica Popolare, per effetto delle delocalizzazioni attuate negli ultimi trenta anni.
Vanno considerati anche gli intrecci finanziari, che coinvolgono buona parte dell’élite economica americana: sostanzialmente quella parte dell’establishment che nel novembre 2020 aveva appoggiato l’ascesa di Joe Biden alla Casa Bianca proprio per disfarsi di Trump e della sua agenda anticinese.
In sintesi, a causa di un complesso di circostanze, per Washington colpire l’economia della Repubblica Popolare potrebbe rivelarsi costoso e difficile. E non sarebbe scontata neanche la completa adesione europea ad uno schema sanzionatorio rivolto contro Pechino. Sembra quindi improbabile che Yang Jiechi possa essere rimasto specialmente impressionato dalle minacce rivoltegli da Jack Sullivan.
È invece possibile che nell’agenda dei colloqui romani di Yang e Sullivan sia entrato anche dell’altro. E che il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden abbia cercato di capire se è possibile agli Stati Uniti ridefinire il proprio rapporto bilaterale con la Cina, dopo anni di costante deterioramento, magari proprio sfruttando quanto accade in Ucraina per provare ad incrinare l’asse sorto lo scorso 4 febbraio a Pechino tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare.
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Non è infatti logico né plausibile che gli americani abbiano speso sette ore sulla sola questione delle forniture militari cinesi alla Russia, per quanto importante. Forse ai cinesi è stato chiesto di più, qualcosa che non può essere attualmente reso di pubblico dominio.
Magari è stato abbozzato un negoziato più ampio, anche se non si comprende bene su quali basi, date le divergenze d’interessi esistenti tanto a livello globale quanto in Estremo Oriente tra le due superpotenze. Forse a Pechino è stata prospettata una ricucitura.
Ciò che emerge nitidamente è in ogni caso il dato della nuova centralità che i cinesi sono riusciti a ritagliarsi nella situazione che si è venuta a creare. La Repubblica Popolare è corteggiata sia da Mosca che da Washington e vede a portata di mano il suo sogno di indebolire gli Stati Uniti ed avvicinarsi alla conquista della supremazia globale.
Rientra in tutto questo scenario, quale emblematico segno dei tempi, anche il sostegno ricevuto da più parti all’espansione del ruolo dello yuan nell’economia internazionale.
Se la Repubblica Popolare lo accetterà, lo yuan rimpiazzerà l’euro come valuta con cui pagare il gas russo. Sembra inoltre che Mosca inizi a considerare la divisa di Pechino come sua principale attività di riserva, dato il quadro determinato dall’imposizione delle sanzioni.
L’altro fatto nuovo è la circostanza che anche l’Arabia Saudita paia disposta a considerare più seriamente la possibilità di concorrere al potenziamento del ruolo del renmimbi nell’economia mondiale, accettando di vendere greggio alla Repubblica Popolare in cambio di yuan.
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L’importanza di questa mossa può essere più facilmente compresa se si tiene presente che il dollaro deve la propria centralità nel sistema finanziario internazionale anche alla circostanza di essere stato assunto a divisa di riferimento del mercato petrolifero mondiale.
In realtà, non è detto che Mohammed bin Salman vada fino in fondo in questa sfida e può anche darsi che si accontenti di segnalare a modo suo, facendo trapelare qualche indiscrezione sgradevole, l’insoddisfazione saudita per la politica mediorientale degli Stati Uniti.
Tuttavia, lo scoop del Wall Street Journal è reso particolarmente credibile in questo momento dalla doppia constatazione dalla crescente rilevanza economica della Repubblica Popolare e di quanto può accadere in caso di gravi divergenze d’interessi con gli Stati Uniti.
Dopo le misure adottate nei confronti della banca centrale russa, è logico che chi non si fida più di Washington cerchi delle alternative. Le conseguenze potrebbero essere significative.
Il dollaro è stato ed è un pilastro della supremazia globale americana. Se il suo ruolo iniziasse ad essere messo in discussione, il conflitto in atto in Ucraina potrebbe comportare a medio-lungo termine anche un indebolimento inatteso degli Stati Uniti.
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