Addio ai Petrodollari? Riyadh pensa di accettare lo yuan cinese per gli acquisti di petrolio

© AFP 2022 / Fred DufourYuan cinese
Yuan cinese - Sputnik Italia, 1920, 16.03.2022
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Martedì, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha affermato che i colloqui a Vienna per rilanciare il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che limita la produzione di uranio iraniano in cambio dell'abbassamento delle sanzioni economiche statunitensi, "sono entrati in dirittura d'arrivo". L'Arabia Saudita si oppone all'accordo.
Come parte di una tendenza atta a ricusare Washington, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, Riyadh sta valutando la possibilità di valutare alcune delle sue vendite di petrolio in yuan cinese, anziché in dollari statunitensi.
Secondo il giornale, questi colloqui sono in corso già da sei anni, ma nelle ultime settimane avrebbero subito un'accelerazione, a causa del crescente disappunto di Riyadh verso Washington, anche in virtù dell'ostilità dell'amministrazione Biden verso la guerra in Yemen, portata avanti della coalizione a guida saudita e dalla sua intenzione di rilanciare l'accordo sul nucleare iraniano del 2015.

“Le dinamiche sono cambiate radicalmente. Le relazioni degli Stati Uniti con i sauditi sono cambiate, la Cina è il più grande importatore di greggio al mondo e offre molti incentivi redditizi al regno saudita", ha detto al WSJ un funzionario saudita che ha familiarità con questi colloqui. "La Cina ha offerto al regno tutto ciò che si può immaginare".

Dopo la notizia del potenziale accordo, martedì il valore dello yuan è aumentato rispetto al dollaro USA durante le contrattazioni asiatiche, ha riferito Bloomberg. Tuttavia, è rimasto basso rispetto al suo valore solo alcuni giorni.
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Martedì, alla domanda posta da un giornalista sull'accordo che era nell'aria, un portavoce del Dipartimento di Stato americano ha affermato che gli Stati Uniti non stavano chiedendo ai loro alleati di scegliere tra loro e la Cina. Un calo degli acquisti di petrolio effettuati in dollari USA significa che un minor numero di acquirenti internazionali avrà valuta statunitense in eccedenza che deve essere riutilizzata, cosa che in genere avviene tramite commercio o investimenti. Al contrario, un petroyuan aumenterebbe quelle stesse dinamiche per la Cina, portando potenzialmente ad un aumento del commercio e degli investimenti.
Quei petroyuan potrebbero quindi essere riutilizati per pagare, ad esempio, i progetti infrastrutturali della Belt and Road Initiative sottoscritti da Pechino.
La Cina acquista già un quarto delle massicce esportazioni di petrolio dell'Arabia Saudita, che sono le più grandi al mondo e, dal 2018, Pechino offre contratti petroliferi a prezzo di renminbi (il nome ufficiale della valuta cinese). La scorsa settimana, Saudi Aramco, la società petrolifera statale del regno, ha annunciato che avrebbe contribuito alla costruzione di una nuova grande raffineria di petrolio, e di petrolchimica, nel nord-est della Cina. L'impianto sarà in grado di produrre 300.000 barili di petrolio al giorno, 1,5 milioni di tonnellate all'anno di etilene e una produzione di paraxilene da 1,3 milioni di tonnellate all'anno.

La notizia arriva dopo che i governanti dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti hanno entrambi rifiutato di rispondere alle telefonate della Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno da tempo uno stretto rapporto strategico con le due nazioni arabe esportatrici di petrolio e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden li cercava al fine di aumentare la produzione di petrolio, per compensare la perdita di petrolio russo dovuta al boicottaggio USA. Un accordo simile nei primi anni '80 ha contribuito a creare un eccesso nel mercato petrolifero, che ne ha fatto crollare il suo valore, guidando l'Unione Sovietica alla sua prima recessione e segnando la fine definitiva dello stato socialista nel 1991.

Mentre gli Stati Uniti sono stati a lungo lontani dalla politica saudita, Biden è stato molto più critico dei suoi predecessori e, secondo quanto riferito, questo ha causato un'incrinazione nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
L'anno scorso, l'amministrazione Biden ha affermato di star ponendo fine al sostegno offensivo alla guerra dell'Arabia Saudita contro il movimento yemenita Houthi, che ha deposto il presidente yemenita Abdrabbuh Mansour Hadi nel 2015. Dall'inizio della guerra nel 2015, circa 400.000 yemeniti sono morti, più della metà a causa delle distruzioni delle infrastrutture e al blocco saudita del Paese, secondo le Nazioni Unite.
Nonostante le affermazioni, le bombe prodotte dagli Stati Uniti stanno ancora cadendo sulle città yemenite.
Nel 2021, inoltre, è stato mostrato che file desecretati dell'Ufficio del Direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti affermavano che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, fosse direttamente collegato all'omicidio, avvenuto nel 2018, del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, in Turchia. Il principe ereditario ha negato il suo coinvolgimento. Nel 2019, Biden ha dichiarato che avrebbe "fatto loro pagare il prezzo, e li avrebbe resi di fatto i paria che sono".
In un'intervista rilasciata a The Atlantic, all'inizio di questo mese, il principe ereditario saudita ha dichiarato: "Semplicemente, non mi interessa" se Biden lo capisce o no. “Sta a lui pensare agli interessi dell'America. Allora che lo faccia."
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