La crisi ucraina vista attraverso l’antropologia culturale

Leopoli, Ucraina - Sputnik Italia, 1920, 08.03.2022
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La tragedia della crisi ucraina, nata otto anni fa, ci mostra come ancora oggi i nazionalismi abbiano una forte valenza sociale, in alcuni casi addirittura con esiti infausti sul loro paese.
Per un approfondimento, Sputnik Italia si è rivolto al professor Marco Traversari, antropologo culturale, che si occupa di antropologia politica. Traversari, che ha insegnato discipline antropologiche nelle università di Milano Statale, Milano Bicocca e Università di Bologna, ha pubblicato diversi saggi sul tema dell’etnonazionalismo, il suo lavoro più recente è Antropologia dell’etnonazionalismo nei Paesi Baschi.
- Professore, dal punto di vista dell’antropologia culturale, cosa sono i nazionalismi?
- Il conflitto in corso ha riproposto la questione dei nazionalismi in Europa. La situazione attuale tra Mosca e Kiev e la guerra che dura da otto anni nel Donbass sono fortemente influenzate da questioni inerenti le differenze culturali tra parti della popolazione ucraina. Esse rimandano a tematiche complesse come il tema dell’identità culturale, oppure il diritto delle popolazioni attraverso i referendum di scegliere in quale area politica e storica collocarsi. Ma prima di affrontare la questione specifica è necessario chiarire che cosa significa, nel presente, parlare di nazionalismo.
© Sputnik . Eliseo Bertolasi Prof. Marco Traversari
Prof. Marco Traversari - Sputnik Italia, 1920, 08.03.2022
Prof. Marco Traversari
Con la fine del mondo bipolare, in Europa sono emerse due fenomenologie politiche e culturali che possiamo collocare nell’ampio campo semantico del nazionalismo:
1) La prima configurazione nazionalista sono gli “etnonazionalismi storici”. Tra di essi abbiamo: i partiti e movimenti baschi, gli indipendentisti catalani e irlandesi, gli autonomisti bretoni e corsi. Si tratta di etnonazionalismi storici, nati a partire dall’ottocento, che hanno come obbiettivo politico la costruzione di “etnoregioni”, tanto che sul piano sociologico sarebbe più sensato parlare di “etnoregionalismi”.
2) La seconda configurazione sono i “nazionalismi classici”, che sembravano essere spariti nel mondo della guerra fredda, riemersi dopo il 1985 nell’ Europa orientale, in particolare nell’area Balcanica e nelle ex-repubbliche sovietiche. Nel primo caso, quello dei Balcani, hanno dato luogo a nuove nazioni, mentre, per quanto riguarda l’area euroasiatica, le situazioni sono state e sono molto più complesse, a partire dall’Ucraina, dove sono emerse diverse forme di nazionalismo con contenuti identitari e forme di azione politica diverse a seconda dell’area territoriale interessata.

Il nazionalismo ucraino

- Quali forme di nazionalismo sono emerse in Ucraina?
- Prima di dare qualche indicazione di carattere antropologico sulla situazione dell’Ucraina, della Crimea e del Donbass, riprendo brevemente la parte iniziale della sua domanda, essendo anche Lei un antropologo culturale che si è occupato in maniera approfondita di questa questione. Parlare di nazionalismo non significa parlare del “diavolo”, ma di una rete di significati culturali e rappresentazioni simboliche condivise all’interno di un gruppo sociale, in cui ogni individuo si sente vicino ad un altro. La persona si percepisce simile ad un’altra, in quanto condivide con gli altri membri del gruppo alcuni tratti culturali. Tali tratti possono essere: la fede religiosa, la memoria storica, oppure la lingua veicolare o il praticare determinate tradizioni folkloriche.
Ministero della Difesa della Federazione Russa a Mosca - Sputnik Italia, 1920, 02.03.2022
Ministero della Difesa russo: nazionalisti Azov minano stabilimento metallurgico a Mariupol
Questo insieme di rappresentazioni possono tradursi anche in ideologia politica e possono diventare uno strumento di azione sociale. Si tratta di azioni finalizzate alla costruzione dell’identità culturale del gruppo, o alla creazione di organizzazioni istituzionali di tipo giuridico, per questo, in alcuni casi, la tematica del nazionalismo incrocia quella del “sovranismo” o del “separatismo”.
- Parliamo sempre di gruppi “contro”?
- Sappiamo che in un determinato contesto gli etnonazionalisti possono essere a livello elettorale minoritari, ma questi gruppi sviluppano sempre delle pratiche di etnicizzazione sul territorio; la loro azione o agency, può condizionare ampie parti della popolazione fino all’uso della violenza, in particolare contro quella parte della popolazione che si riconosce in altre forme di identità culturale e crea delle istituzioni autonome altrettanto legittime quanto quelle dominanti. Pensiamo a quanto è accaduto in Croazia, e questo andava bene all’Occidente, oppure a quanto successo negli ultimi otto anni alle repubbliche del Donbass, che oggi hanno chiesto un legittimo riconoscimento internazionale, in questo caso però, non recepito dallo stesso Occidente.
Per capire, da un punto di vista umano, quanto successo nel Donbass, ho trovato molto utile il libro di Sara Reginella Donbass, la guerra fantasma nel cuore d’Europa: attraverso il vissuto della popolazione, “l’etnografia”, come amiamo definire noi antropologi, l’autrice ci mostra i risultati, tragici, dalle dinamiche che ho esposto.
Allargando il discorso, per quanto riguarda l’Ucraina ci troviamo in una situazione complessa in cui i nazionalismi e i gruppi che rivendicano la specificità della propria identità culturale sono molteplici e contrapposti. Abbiamo un indipendentismo che chiede autonomia dallo Stato Ucraino e dal suo violento centralismo, movimenti etnonazionalisti di matrice nazionalsocialista con una forte agency etnica e forze politiche che usano il nazionalismo per sviluppare rapporti economici con l’Unione Europea. Insomma sul piano politico una situazione davvero difficile.

Il ruolo dell’antropologia davanti ai nazionalismi

- Cosa può fare l’antropologia culturale in questa situazione?
- Il discorso antropologico può fare molto, se gli antropologi decidono di sporcarsi le mani con la realtà sociale. Cosa del resto non estranea alla loro professione, che consiste in primis nel lavorare sul “campo” di ricerca. Una realtà dura, ma che presenta un’infinità di possibili interpretazioni e analisi e che solo questa disciplina può cogliere.
Il lavoro dell’antropologo può anche contribuire ad una visione più etica dei rapporti culturali e insieme più critica. Uno strumento di difesa contro le visioni omologanti degli universi sociali e uno strumento utile per decostruire i processi di costruzione del “nemico”. Perché non si uccide solo con le granate, ma anche mostrificando e disumanizzando la parte avversaria. Questi processi di disumanizzazione sono chiamati dagli etologi “pseudospeciazione culturale”, che significa trasformare il nemico in qualcosa di “non umano” e quindi da eliminare. Un processo molto pericoloso, come mostra il caso del Ruanda oppure i bombardamenti umanitari in Serbia nel 1999.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Sputnik Italia, 1920, 02.03.2022
Ucraina, università Bicocca mette al bando Dostoevskij per "evitare polemiche"
- Lei ha insegnato diversi anni all’Università di Milano Bicocca, proprio nel corso di laurea in scienze antropologiche. Cosa ne pensa del recente episodio che ha coinvolto lo studioso di letteratura russa Paolo Nori “di rimandare il percorso su Dostoevskij” per evitare ogni forma di polemica”?
- La Bicocca di Milano è una grande Università, dentro cui entrambi, io e Lei, ci siamo formati, guidati da grandi antropologi, con un corpo docente di altissima qualità scientifica che si rivolge ad una componente studentesca che ho sempre trovato attenta e curiosa.
È stata una situazione piena di fraintendimenti e quindi credo che ci troviamo di fronte ad un episodio figlio della fretta. Mia nonna diceva che la fretta fa fare alla gatta i gattini ciechi. Una vicenda, inoltre, che, secondo me, è stata influenzata da un clima emergenziale reale e artificiale in cui siamo immersi drammaticamente da due anni.
La fretta, in questo caso, ha trovato due sponde o, per meglio dire, due cattivi esempi:
1) il primo è l’episodio del Sindaco di Milano, per aver chiesto al grande direttore d’orchestra Valeriy Gergiev, che lavora alla Scala, una presa di posizione critica e posizionata sulla questione ucraina;
2) la seconda sponda rimanda alla progressiva diffusione della Cancel Culture, ovvero “la cultura del boicottaggio e della cancellazione”, che ha preso di mira, in questi giorni, la cultura russa. Si tratta di una dinamica di condizionamento culturale gravissima, in cui i gruppi di potere decidono quali rappresentazioni culturali sono pubblicamente condivisibili e quali non lo sono.
La cultura della cancellazione nata dalle legittime richieste di riconoscimento sociale e culturale, da parte di gruppi che hanno subito e continuano a subire le narrazioni dei discendenti di coloro che li hanno dominati, si sta trasformando in strumento di dominio da parte di chi ricopre ruoli di potere nel settore pubblico e privato, con l’appoggio spesso di parti della popolazione. Siamo davanti ad un fenomeno di nemesi finalizzato alla costruzione del nemico.
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