Ecco perché riaccendere le centrali a carbone non serve a risolvere la crisi energetica

© AFP 2022 / Manan VatsyayanaCentrale elettrica a carbone Vinh Tan ( costruita dalla Cina) in Vietnam
Centrale elettrica a carbone Vinh Tan ( costruita dalla Cina) in Vietnam - Sputnik Italia, 1920, 08.03.2022
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Sarebbe una soluzione costosa e non contribuirebbe ad allentare la dipendenza energetica da Mosca visto che il 78 per cento delle importazioni di carbone arriva proprio dalla Russia.
Per far fronte alle conseguenze della guerra in Ucraina sul piano energetico l’Italia ha deciso di mettere in pausa la transizione ecologica e riattivare sette centrali a carbone che dovevano essere dismesse o convertite entro il 2025.
Ma questa, secondo diversi osservatori, non può essere una soluzione utile, neppure nell’immediato. Il motivo? Innanzitutto l’energia elettrica prodotta da queste centrali rappresenta soltanto il 4,9 per cento del totale italiano.
Ma, soprattutto, come nota il Corriere della Sera, anche il prezzo di questa materia prima è collegato alle tensioni internazionali. Il carbone da vapore, in gergo tecnico steam coal, quello usato prevalentemente per le centrali termoelettriche, le stesse che il governo vorrebbe riaprire per far fronte agli choc energetici che potrebbero derivare dal conflitto, viene importato per il 78 per cento proprio dalla Russia.
Scendendo nel dettaglio l’Italia nel 2020 ha importato 4.320 tonnellate di carbone russo e degli Stati della ex Unione Sovietica, a fronte di 585 migliaia di tonnellate dalla colombia, 369 migliaia di tonnellate dagli Usa e 215 migliaia di tonnellate dai Paesi dell’Ue.
Insomma, se l’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza da Mosca per la fornitura delle materie prime energetica, questa non può evidentemente essere la strada. Inoltre, in queste settimane, come si legge sempre sul Corriere, il prezzo del carbone ha fatto segnare nuovi record, raggiungendo i 430 dollari a tonnellata, per poi attestarsi sui 410 dollari.

La scelta di tornare al carbone oltre che pericolosa per l’ambiente rischia di essere costosa e rischiosa, visto che l’Italia figura nella lista dei Paesi che ora Mosca considera “ostili”.

Anche per questo, forse, stamattina il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ai microfoni di Agorà, su Rai 3, ha escluso la riapertura delle centrali a carbone ormai chiuse, contemplando solo l'ipotesi di "mandare a pieno regime le due centrali principali ancora in funzione: Brindisi e Civitavecchia". "La spesa non varrebbe l'impresa", ha sottolineato il ministro.
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