"Influenza russa”, la prima pandemia di Covid potrebbe essera avvenuta nel 1889

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Creative rendition of SARS-COV-2 virus particles - Sputnik Italia, 1920, 07.03.2022
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Approfondimento
La prima pandemia di coronavirus colpì il pianeta 130 anni fa.
Questo è stato rivelato dall'analisi della documentazione relativa a una malattia respiratoria sconosciuta che colpì la Terra tra il 1889 e il 1892. Sputnik approfondisce in questo articolo la storia di questa patologia.

L’"influenza asiatica"

Nel maggio del 1889, a Bukhara, città che al tempo faceva parte dell'Impero russo, la gente cominciò ad ammalarsi e a morire. Il malessere generale si trasformò rapidamente in polmonite. Alcuni pazienti riferivano uno strano sintomo: la perdita dell'olfatto e del gusto. Dopo alcuni mesi, l'infezione si estese in tutto il Turkestan. In alcune località morirono fino a due terzi della popolazione. Particolarmente vulnerabili erano gli anziani e le persone con malattie pregresse.
A novembre, questa "influenza asiatica", come fu chiamata in Russia, aveva raggiunto San Pietroburgo e Kiev a ovest e Sakhalin a est. In tutta l’Europa, servita da una fitta rete di ferrovie, il virus si diffuse rapidamente. Sempre a novembre l'infezione colpì Svezia, Norvegia, Danimarca e Germania; a dicembre si diffuse in Italia, Francia, Spagna, Regno Unito e Irlanda. La malattia interessò tutti, dai contadini ai reali. In America, il primo caso d’infezione fu registrato il 18 dicembre e nella primavera del 1890 un'ondata della prima pandemia della storia raggiunse il Sudafrica, l'India, il Giappone, la Cina, l'Australia e la Nuova Zelanda.
I Paesi imposero misure di quarantena e chiusero fabbriche, scuole e università. La prima ondata fu seguita da una seconda, nell'autunno del 1890, e da una terza, la più letale, nell'inverno del 1891-1892. L'epidemia poi si chetò, ma non si esaurì completamente fino all'inizio del 1895.
Questa malattia sconosciuta fece circa un milione di vittime, su una popolazione mondiale di un miliardo e mezzo. Ma le statistiche reali di morbilità e mortalità sono ignote. Il fatto è che inizialmente i medici dividevano i pazienti in 2 gruppi, in base ai loro sintomi: i casi più lievi erano classificati come influenza e quelli più gravi, con danni ai polmoni, come polmonite.
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Lo storico Thomas Ewing, della Virginia Polytechnic University, ha descritto la storia di questa pandemia, esaminando i documenti delle epidemie della costa orientale degli Stati Uniti. Nel Connecticut, per esempio, vi furono 1.648 morti per cause varie nel gennaio 1890, l'85% in più rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Di queste, per l’influenza, secondo il Consiglio di salute dello stato, morirono solo 185 persone e per la polmonite ne morirono 1.437 (cioè 8 volte tanto). La maggior parte erano anziani.
Una situazione simile si registrò in Francia, come scrive Patrick Bersch, professore emerito all'Università di Parigi. A Parigi, la prima ondata d’"influenza russa" (come l'infezione venne chiamata in Occidente) arrivò 3 settimane prima che nel Connecticut. Sulle 5.000 morti in più rispetto al solito, solo 250 avevano l'influenza come causa diretta, ma polmonite e bronchite erano molto più comuni. L'atteggiamento della medicina ufficiale dell'epoca è comprensibile. Solo pochi anni prima i biologi avevano scoperto gli streptococchi e i medici credevano che fossero questi batteri, che non avevano niente a che vedere con il virus dell'influenza, a causare la polmonite.

Influenza o coronavirus?

Tutte le epidemie d’influenza, a partire dall'influenza spagnola del 1918, sono state causate da orthomyxovirus, della famiglia Myxovirus influenzae. Questa conclusione si basa su studi sierologici iniziati nella prima metà del XX secolo. All'epoca, gli scienziati trovarono anticorpi contro l'infezione influenzale nel siero della maggior parte delle persone anziane. L'analisi dei tessuti riesumati ha rivelato che l'epidemia del 1898-1900 fu causata dall'influenza A, sottotipo H3, e la pandemia spagnola del 1918 dal sottotipo H1.
La variante "russa" era meno chiara. Ancora non si facevano test sierologici e non si è conservato alcun campione tissutale dei soggetti malati. Gli scienziati pensavano che l'agente patogeno fosse uno dei virus dell'influenza, presumibilmente l’H2N2. Tuttavia, la modalità di trasmissione respiratoria e alcuni modelli di sintomi hanno portato i virologi moderni e gli storici della medicina a mettere in dubbio queste assunzioni e a ipotizzare che la prima pandemia sia stata causata da un patogeno del gruppo dei coronavirus.
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Sono 4 i coronavirus umani che, per quanto sappiamo, causano il raffreddore stagionale: 229E, NL63, OC43 e HKU1. I biologi ipotizzano che siano stati trasmessi all'uomo dagli animali nel corso degli ultimi secoli e che abbiano causato epidemie al momento della transizione.
OC43 è il candidato più probabile per essere l'agente patogeno dell’"influenza russa". Il confronto con il ceppo più vicino del betacoronavirus bovino BCoV ha dimostrato che i due agenti hanno condiviso un antenato comune alla fine del XIX secolo e che la separazione è avvenuta intorno al 1889-1890. Fu proprio in questi anni che imperversò in Europa un'epizoozia di coronavirus bovino nei bovini. Inizialmente, tuttavia, OC43 ebbe probabilmente origine nei roditori.
A sostegno dell'ipotesi di OC43, si pensa che questo virus causi ancora gravi infezioni del tratto respiratorio inferiore con sintomi simili alla polmonite nei neonati, negli anziani e negli individui immunocompromessi.

I sintomi della misteriosa "influenza”

I medici hanno distinto quattro forme d’"influenza russa", con sintomi sorprendentemente simili a quelli dell'attuale infezione da coronavirus: la forma semplice, senza complicazioni, con sintomi respiratori lievi e una febbre che si instaura circa 48 ore dopo l'infezione e scompare dopo 3 o 4 giorni; la forma gastrointestinale, con disturbi e una leggera febbre; l'infiammazione catarrale delle mucose e la forma "nervosa", con intenso mal di testa e disturbi neurologici.
Di solito i sintomi iniziavano a manifestarsi con un forte mal di testa, febbre, brividi, sudorazione, starnuti, lacrimazione e tosse secca. Alcuni accusavano dolori alle ossa e ai muscoli, alla schiena e a tutto il corpo, perdita dell'appetito, dell'olfatto e del gusto, fotofobia e appannamento del cervello. Occasionalmente si verificavano eruzioni cutanee insolite e gonfiore delle mani. Nella forma grave le difficoltà respiratorie si manifestano prima, progredendo verso la polmonite, che spesso era fatale.
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Le descrizioni dei pazienti lasciate dai medici dell'epoca colpiscono per la loro varietà di sintomi. Il dottor James Goodhart, che lavorava al Guy's Hospital di Londra, scrive: "Sembra che non ci sia organo o tessuto che non sia stato colpito”.
Le complicazioni duravano per settimane e persino mesi dopo che la fase acuta era finita, come per quella che ora è chiamata sindrome post-Covid. Le persone colpite rimanevano indebolite per lunghi periodi, depresse, incapaci di lavorare, soffrendo di intorpidimento degli arti e di nevrosi.

La buona notizia

Era già chiaro all'epoca che non si trattava di influenza classica ma di qualcos'altro. Gli scienziati ora ipotizzano che sia stato probabilmente un coronavirus passato dagli animali agli umani. Se è così, questa è una buona notizia: infatti, analizzando il suo decorso, è possibile prevedere come procederà la pandemia di Covid-19.
Dopo 3 ondate, la patogenicità dell'agente causante questa enigmatica "influenza" è diminuita, facendo così confluire questo agente patogeno tra i comuni virus respiratori.
L'OC43 rappresenta ora il 20-30% del numero totale d’infezioni respiratorie acute che si producono durante l'autunno e l'inverno. Se il SARS-CoV-2 seguisse lo stesso percorso, potrebbe alla fine evolvere in un altro coronavirus stagionale.
A differenza dei virus dell'influenza, che vengono sostituiti da nuove varianti quasi ogni anno, i coronavirus stagionali sono conservativi e rimangono invariati per lunghi periodi di tempo. Ma questo è esattamente ciò che non stiamo registrando nell'attuale pandemia. Ad oggi, il SARS-CoV-2 si sta evolvendo rapidamente. Allo stesso tempo stanno emergendo nuovi ceppi che possono eludere l'immunità precedentemente stabilita. Omicron è un esempio caratteristico di questo fenomeno. È quindi troppo presto per ipotizzare una degenerazione di Covid-19 e la sua rapida trasformazione in un innocuo raffreddore, dicono gli scienziati.
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Nonostante le molte somiglianze tra la "influenza" del 1889 e l'attuale Covid, alcuni esperti considerano speculativa l'idea che la prima pandemia di coronavirus sia avvenuta 130 anni fa. Solo l'analisi del tessuto polmonare di coloro che furono infettati all’epoca potrebbe fornire una risposta definitiva. Gli scienziati sono ora alla ricerca di tali campioni clinici tra le fiale di vetro contenenti organi sotto spirito conservate nei musei e nelle scuole di medicina. Ad oggi la ricerca non ha ancora prodotto risultati.
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