Cosa fare senza gas russo?

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Un gasdotto - Sputnik Italia, 1920, 07.03.2022
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Approfondimento
In diversi dibattiti sull’Ucraina che affollano le TV, emerge spesso il problema dell’energia. Cosa può fare l’Europa, e l’Italia in particolare, per diminuire la dipendenza dal gas russo? Qualcuno dice persino di staccarsi completamente da Mosca, per non alimentarla con gli euro pagati per il gas russo.
Purtroppo, soluzioni a breve e medio termine non esistono. Alcuni stanno rivalutando il nucleare. L’Italia è stato l’unico paese che ha cancellato il nucleare con il referendum (dopo la tragedia di Chernobyl). Non solo ha deciso di non costruire nuove centrali (scelta più che plausibile), ma anche di chiudere quelle funzionanti o quasi finite (scelta discutibile all’epoca, e adesso apparsa poco lungimirante).
Ma costruire ora nuove centrali è quasi una pazzia, meglio aspettare la nuova generazione del nucleare, ma non prima di 10-20 anni.
Le rinnovabili, sui quali punta l’Europa, non sono costanti, nel senso che producono elettricità quando c’è sole, quando c’è vento. E quindi, appare subito ovvio il problema di come immagazzinare l’elettricità in eccesso, a fronte di costi troppo alti.
Quindi servono centrali elettriche, a carbone o a gas. In Italia ci sono sette centrali a carbone. Sono tutte funzionanti, tranne una, 'Eugenio Montale' a La Spezia, che è stata spenta lo scorso dicembre, dopo 59 anni di attività. Ma recentemente è stata riattivata per contenere il caro bollette.
Due impianti si trovano in Sardegna (a Fiumesanto, nell'area industriale di Sassari-Porto Torres, gestita da Ep, e la 'Grazia Deledda' di Enel a Portoscuso), una in Friuli-Venezia-Giulia, a Monfalcone, gestita da A2A.
Fanno capo a Enel le restanti centrali di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, nel Lazio, la 'Federico II' di Brindisi in Puglia e la 'Andrea Palladio' di Fusina, nel territorio di Venezia. Tutte dovevano essere riconvertite o chiuse entro il 2025 nell'ambito della cosiddetta transizione verde, ma con i prezzi del gas che lunedì hanno toccato il record di quasi 4000 dollari per mille mc all'hub TTF, produrre elettricità sarebbe proibitivo senza di esse.
Il carbone inquina si sa, ma ormai tanti paesi hanno ricominciato a usarlo. E comunque anche il prezzo del carbone ha avuto un forte rincaro.
Rimane quindi il gas, un idrocarburo che inquina molto di meno, ma che è estremamente caro anche senza le interruzioni dalla Russia. Non oso immaginare il prezzo alla borsa europea, se il flusso sarà interrotto. La Russia fornisce più del 40 % del gas italiano. E così l’Italia può andare avanti senza il gas russo?
Gasdotto  - Sputnik Italia, 1920, 07.03.2022
I futures europei sul gas hanno raggiunto il massimo storico di 3.500 dollari per 1000 metri cubi
Nel breve e medio termine non può. Dicono che in Italia non ci sono rigassificatori. In realtà ce ne sono tre, ma poco utilizzati, perché comprare il Gnl (gas naturale liquefatto) a questi prezzi sarebbe un suicidio per tutta l’industria italiana, energivora o no. E non importa quale gas, dal Qatar o dagli USA; il Gnl è più caro del gas che arriva attraverso gasdotti, con la formula “take or pay”.
Rimangono sempre i gasdotti dall’Algeria, dalla Libia o dal Nord Europa. Infatti, pochi giorni fa il flusso dall’Algeria ha superato quello russo. Esiste anche il gasdotto TAP dall’ Azerbaijan, che nel 2021 ha fornito all’Italia 5.6 miliardi di mc di gas, con la possibilità di aumentare la fornitura fino a 8 miliardi di mc nel 2022. Si potrebbe anche aumentare la produzione propria, ma non subito, e tutti gli esperti dicono che si può aumentare di 3-4 miliardi di mc al massimo. Quindi staccarsi dalla Russia sarebbe come sparare all’occhio dell’orso russo, ma di rimbalzo, colpire tutti e due gli occhi propri, accecandosi. La Russia porterà più gas alla Cina e riconvertirà il resto in idrogeno.
Al momento, il flusso di gas dalla Russia va a pieno regime, e sembrerebbe che le società italiane lo stiano comprando a buon prezzo (basta vedere i profitti di fine anno). Qualche politico ha annunciato l'idea di tassare i superprofitti di queste società, e di utilizzarli per aiutare le famiglie in difficoltà. Ma bisogna ricordare che Eni, ad esempio, essendo di partecipazione statale, già divide i propri profitti con lo Stato.
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