Così il conflitto in Ucraina rischia di mettere in ginocchio i produttori italiani

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Grano - Sputnik Italia, 1920, 06.03.2022
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Dall'Ucraina arriva il 29 per cento delle esportazioni di grano che ha fatto registrare aumenti record sul mercato dei futures. L'appello di Coldiretti: "Si torni all'autosufficienza alimentare".
La crisi ucraina fa impennare il prezzo del grano sul mercato dei future di Chicago, punto di riferimento per le materie prime agricole, con un aumento record del 40,6 per cento in una settimana.
Si tratta, secondo la Coldiretti, di un valore che non si raggiungeva dal 2008. Erano gli anni delle “rivolte del pane” in Tunisia, Algeria ed Egitto. Ora è la guerra in Ucraina a provocare una nuova fiammata nel prezzo di grano, mais e soia.
Dal Paese, infatti, sottolinea l’organizzazione in una nota, arriva il 29 per cento circa delle esportazioni mondiali di grano tenero, il 19 per cento di mais e l’80 per cento di olio di girasole.
Il risultato, nei prossimi mesi, potrebbe essere un aumento dell’inflazione e della povertà nei Paesi più sviluppati. Mentre nei Paesi poveri l’aumento del prezzo del grano rischia di provocare carestie e rivolte.

L’Italia, stando ai dati diffusi dall’associazione dei produttori, è particolarmente esposta, importando il 64 per cento del suo fabbisogno totale di grano e il 53 per cento di quello di mais.

“L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che sono stati costretti a ridurre di quasi un terzo la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni durante i quali è scomparso anche un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati perché molte industrie per miopia hanno preferito continuare ad acquistare per anni in modo speculativo sul mercato mondiale, approfittando dei bassi prezzi degli ultimi decenni, anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale attraverso i contratti di filiera”, lamenta il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini.
Si tratta, per il numero uno dell’organizzazione, di un “errore imperdonabile”, che però, dice, “è possibile recuperare” attraverso la produzione interna.
“Ci sono – ha affermato Prandini - le condizioni produttive, le tecnologie e le risorse umane per raggiungere in Italia l’autosufficienza alimentare”. Si tratta, va avanti, di un “tema strategico di sicurezza nazionale”.
“Lo hanno capito – continua Prandini - grandi Paesi come la Francia di Macron che ha annunciato un piano per la sovranità alimentare o la Cina che ha inserito il settore agricolo nelle linee di investimento programmatico dello Stato insieme all`industria meccanica e all`intelligenza artificiale”.
Ettore Prandini, presidente Coldiretti Lombardia, vice presidente nazionale della Coldiretti - Sputnik Italia, 1920, 02.03.2022
Prandini (Coldiretti): “Le tensioni non si risolvano con le sanzioni economiche”
L’appello, quindi, è quello ad agire tempestivamente “per non far chiudere le aziende agricole e gli allevamenti sopravvissuti con lo sblocco di 1,2 miliardi per i contratti di filiera già stanziati nel Pnrr, ma anche incentivando le operazioni di ristrutturazione e rinegoziazione del debito delle imprese agricole a 25 anni attraverso l’Ismea e fermando le speculazioni sui prezzi pagati degli agricoltori con un efficace applicazione del decreto sulle pratiche sleali”.
Infine, i produttori chiedono al governo di mettere in campo risorse “per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità, contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica e le NBT a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici”.
Nel frattempo l’aumento vertiginoso dei prezzi si sta già abbattendo sugli allevatori e sull’industria alimentare italiana. Le spese per l’alimentazione del bestiame, ad esempio, sono lievitate del 40 per cento, mentre il prezzo dell’energia ha fatto segnare aumenti del 40 per cento.
I costi di produzione per il latte, ad esempio, hanno raggiunto i 46 centesimi a litro: un valore superiore al prezzo medio di 38 centesimi riconosciuto agli allevatori.
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