Allasia (Confagricoltura Piemonte), Asti Docg: “Il mercato russo è insostituibile”

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaProduzione di vino spumante
Produzione di vino spumante - Sputnik Italia, 1920, 04.03.2022
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Il conflitto Russia-Ucraina crea ombre scure sull'export italiano, che potrebbe subire un duro colpo nel caso in cui la crisi dovesse protrarsi nel tempo.
Nel 2020, sulla base dei dati elaborati da Confagricoltura, l’Italia ha esportato in Russia vini per un valore di 297 milioni di euro, di cui 179, 8 milioni di prodotto imbottigliato.
L’export di vino spumante italiano in Russia rappresenta un valore di 116 milioni di euro. La Russia, con un import di oltre 12 milioni di bottiglie di Asti spumante, rappresenta all’incirca un quarto del mercato delle bollicine Docg ottenute dai 9.000 ettari di vigneti coltivati nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo.
Come potrebbe evolvere la situazione in campo di food&beverage piemontese? Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Enrico Allasia, Presidente di Confagricoltura Piemonte che ha espresso la sua forte preoccupazione.
-Presidente, quali ripercussioni economiche potrebbero avere le tensioni tra Russia e Ucraina sul Piemonte che è una delle regioni più esposte per le esportazioni del Made in Italy sul mercato russo?
-L'attenzione di tutto il mondo è concentrata sull'evoluzione della guerra, che ci auguriamo possa cessare al più presto. Ciò detto, dal punto di vista economico l'applicazione delle sanzioni alla Russia avrà ripercussioni pesantissime sulle nostre esportazioni.
Abbiamo già sofferto in passato, con l’embargo russo nei confronti di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi.
Oggi si aggiungono altre preoccupazioni per il vino, di cui la Russia è un forte importatore.
-Come hanno reagito le imprese locali alle notizie che stanno arrivando in questi giorni? Potrebbe citare qualche testimonianza?
-Tutte le guerre creano inevitabilmente dei danni e a fare le spese solitamente sono i più deboli.
L'agricoltura, in questa guerra che ci auguriamo possa trovare al più presto una soluzione diplomatica, è un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Un vignaiolo mi diceva: “Siamo mal messi: non possiamo sospendere le produzioni, né pensare di invecchiare un prodotto come l'Asti spumante, che deve essere consumato giovane”.
-A proposito del vino piemontese: la Russia rappresenta il 25% dell'export, con 12 milioni di bottiglie l'anno. Un caso emblematico è quello dell'Asti Docg. L’export di questa eccellenza italiana, di cui i russi sono grandi amanti e consumatori, è a rischio? Quali scenari si aprono?
-Trovare mercati sostitutivi è praticamente impossibile, sia in termini di volumi, sia in termini di tempi. Inoltre, se si perderà il mercato per più di un anno ben difficilmente si potrà pensare di recuperarlo. Dal punto di vista commerciale sarebbe una batosta.
Sicuramente sarebbe un danno enorme ma al momento è incalcolabile. Abbiamo un prodotto ormai stoccato, conservato nelle nostre celle che non possiamo esportare.
Abbiamo sostenuto i costi e ora riusciamo a non vendere, dall’altra parte abbiamo il rincaro delle materie prime e l’inflazione che sta correndo.
La prospettiva, quindi, non è rosea, nonostante negli anni scorsi si fosse fatto un bel lavoro per cercare di recuperare le quote del mercato che per Asti sono fondamentali. Dobbiamo vedere che tipo la strategia sceglierà il governo, noi sicuramente facciamo pressione per attirare attenzione a tutte le dinamiche che riguardano il nostro settore. A volte anche gli accordi commerciali, tanto quanto la guerra, possono favorire o sfavorire il rilancio di determinati prodotti.
-Le esportazioni agroalimentari Made in Italy in Russia hanno perso oltre 1,3 miliardi negli ultimi sei anni e mezzo a causa delle sanzioni incrociate. Potrebbe stimare come potrebbero impattare queste nuove misure restrittive e le possibili contro-sanzioni sul settore agroalimentare italiano?
-Il danno per l'agroalimentare italiano, e piemontese in particolare, potrebbe essere pesantissimo.
Per il solo comparto del vino piemontese il danno potrebbe superare i 100 milioni di euro all'anno. Senza contare che una volta perso un mercato a favore della concorrenza sarà poi difficilissimo recuperarlo. È un'ipotesi che non vogliamo prendere in considerazione.
-Secondo Lei, l'aumento del prezzo di grano e mais avrà nel breve periodo un impatto notevole su molti altri prodotti sugli scaffali italiani?
-Per quanto riguarda il prezzo del grano e del mais, al di là delle fiammate speculative di questo periodo, si stanno creando problemi di approvvigionamento: occorrerà rivedere i flussi commerciali, per evitare di rallentare, se non addirittura di bloccare temporaneamente, l'attività dell'industria molitoria del nostro paese.
Dovrà essere rivista la catena degli approvvigionamenti, con un aumento di costi importante, che ricadrà inevitabilmente anche sul prezzo dei prodotti finiti.
A questo riguardo occorre rilevare come l'incidenza della materia prima - grano e mais nello specifico - sui prodotti trasformati, è comunque marginale, per cui non dovrebbero esserci aumenti sensibili sui prezzi allo scaffale.
-Qual è il Suo auspicio?
-Questa esperienza ci fornisce un monito, semmai ne avessimo ancora avuto bisogno.
In un’economia globalizzata un Paese moderno e avveduto deve poter contare su una buona capacità di auto approvvigionamento delle materie prime, dalle riserve energetiche a quelle di cibo.
Possiamo ancora migliorare, incentivando l'attività agricola, la nostra capacità di autoproduzione e di miglioramento degli stock di cereali, semi oleosi e proteine vegetali.
Non ci sono, purtroppo, solo le guerre a turbare la vita; abbiamo avuto anche la pandemia, con situazioni che hanno messo in difficoltà i commerci internazionali. Avere i silos pieni è strategico per la sicurezza alimentare e per la nostra stessa sopravvivenza.
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