Una decisione rischiosa. Mentre si media, l'Europa decide di armare l'Ucraina

© Sputnik . Илья Питалев / Vai alla galleria fotograficaAppartamento distrutto a Gorlovka, DPR, da un missile lanciato dalle forze militari ucraine
Appartamento distrutto a Gorlovka, DPR, da un missile lanciato dalle forze militari ucraine - Sputnik Italia, 1920, 01.03.2022
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Si sono finalmente iniziati i primi negoziati diretti tra la Russia e l’Ucraina ed è auspicabile che abbiano successo.
Si sono finalmente iniziati i primi negoziati diretti tra la Russia e l’Ucraina ed è auspicabile che abbiano successo. Naturalmente, ad ostilità scoppiate e combattimenti in corso, è al momento molto difficile capire se e quanto gli obiettivi delle due parti in lotta siano cambiati. In guerra è fisiologico che qualcosa muti, in dipendenza dei risultati delle operazioni.
Ma gli esiti degli scontri sono al momento noti soltanto ai rispettivi governi, che conoscono meglio dell’avversario e degli osservatori esterni le proprie criticità ed altresì ciò che al tavolo delle trattative può essere sacrificato. Se sono rose, fioriranno. Ma lo scopriremo nei prossimi giorni.
Corre voce, ed è sorprendente, che il presidente Zelensky abbia aperto all’ipotesi che l’Ucraina rinunci ad entrare nell’Alleanza Atlantica, abbracciando quindi uno statuto di neutralità. In attesa che l’offerta si materializzi, il leader ucraino ha però formalmente presentato la domanda di adesione di Kiev all’Unione Europea.
Coloro che coltivano la speranza in questo tipo di via d’uscita fanno presente in queste ore la condizione peculiare di Austria e Finlandia, Stati membri dell’Ue che professano una politica di neutralità.
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Tuttavia, è noto come ad Helsinki stia prendendo quota il partito di coloro che vorrebbero portare il proprio paese nella Nato. Quindi, non e` stupefacente che la Russia si dichiara insoddisfatta da questo genere di soluzione.
Un secondo ostacolo è altresì rappresentato dalle più recenti decisioni assunte dalle autorità della stessa Unione Europea, che hanno deciso di sanzionare pesantemente la Federazione Russa. Inoltre, alcuni paesi dell’Europa occidentale stanno apertamente considerando di inviare aiuti militari all’Ucraina.
Si parla non di equipaggiamenti non letali, ma di armi e sistemi d’arma, che in qualche caso comprenderebbero anche aerei da combattimento. Non si tratterebbe di vendite, ma di cessioni più o meno gratuite a titolo d’aiuto, anche perché non si vede come attualmente l’Ucraina possa pagare ciò di cui ha bisogno per resistere.
Tale circostanza implica che se non l’intera Unione Europea almeno parte dei suoi Stati membri sta abbandonando lo stato di neutralità per assumere un atteggiamento differente, molto facilmente assimilabile alla condizione della cobelligeranza.
Per escluderla nel marzo del 2003, quando ebbe inizio l’operazione a guida americana Iraqi Freedom, il Consiglio Supremo di Difesa italiano negò agli alleati statunitensi di Roma il diritto di attraversare con aerei da guerra i cieli del Bel Paese e stabilì il principio che nessun militare Usa potesse lasciare basi situate in Italia per essere rischierato in Iraq.
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Vi furono delle violazioni dello spazio aereo, ma quando si trattò di spostare i paracadutisti di stanza in Nord Italia verso il Kurdistan, per rispettare le richieste di Roma il Pentagono li fece transitare per l’aeroporto tedesco di Ramstein.
Adesso invece dall’Italia potrebbero essere consegnate agli ucraini addirittura armi in dotazione alle proprie Forze Armate. La Germania ha deciso la stessa cosa, mettendo a disposizione sistemi antiaerei ed anticarro. I polacchi pensano di fare ancora di più.
Si tratta di una deriva assai pericolosa, perché non solo segnala il distacco da una condizione di neutralità, ma rappresenta un’accentuazione del coinvolgimento di alcuni paesi europei nel conflitto in corso.
Siccome questi Stati sono in larga misura anche membri dell’Alleanza Atlantica, con queste decisioni di fatto si entra ora in una zona grigia, che potrebbe facilmente portare anche alle fattispecie previste dall’articolo 5 del Trattato di Washington, quello concernente la difesa collettiva della Nato.
Non è difficilissimo immaginare uno scenario nel quale armi europee impiegate dagli ucraini colpiscano bersagli russi, determinando il comprensibile disappunto del Cremlino, che pochi giorni fa ha annunciato l’attivazione delle forze nucleari di Mosca anche per dissuadere i paesi della Nato dall’interferire con le operazioni in corso in Ucraina.
La rischiosità deriva non soltanto dalla natura offensiva delle nuove misure adottate in Europa, ma anche e forse soprattutto dalla circostanza di costringere la Federazione Russa a reagire per mantenere la credibilità della propria dissuasione.
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La percezione della cobelligeranza europea al fianco degli ucraini potrebbe infatti indurre Mosca a reazioni tecnico-militari specifiche, come il puntamento dei missili russi nei confronti di basi o città delle nazioni coinvolte, se non qualcosa di più sostanziale. A quel punto, cosa farebbe l’Alleanza Atlantica? Entrerebbe in guerra?
E questo è un elemento importante della dinamica che si sta sviluppando sotto i nostri occhi: mentre durante la Guerra Fredda nessuno dubitava della determinazione e delle capacità del fronte avversario, questa volta qualcuno pare avere delle incertezze, cosa che costringe l’interlocutore a passi sempre più drammatici.
Stupisce che la maggior parte di coloro che stanno assumendo le decisioni di questi giorni non si renda conto della gravità intrinseca delle conseguenze potenziali delle proprie azioni.
A Roma, ad esempio, si preoccupano solo degli effetti che la scelta di fornire aiuti militari all’Ucraina avrebbe sulla tenuta del regime legale che regola la compravendita internazionale dei materiali d’armamento, riducendo la questione alle solite diatribe ideologiche tra destra e sinistra.
Pochi comprendono come in alcuni frangenti quanto accade possa modificare sensibilmente la sicurezza nazionale. Sarebbe invece il caso di aprire un dibattito serio su quanto sta accadendo prima che sia troppo tardi. Non solo per offrire una prospettiva di ricomposizione negoziata della guerra in atto, ma anche per evitare che la crisi si avviti verso esiti imprevedibili.
La ragionevolezza deve tornare a prevalere, prima che sia troppo tardi.
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