Le centrali a carbone italiane? Coprono soltanto il 15 per cento del fabbisogno di energia

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La centrale a carbone PGE Elektrownia Bechatow in Polonia - Sputnik Italia, 1920, 27.02.2022
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L'Italia punta su sette centrali a carbone per allentare temporaneamente la dipendenza dal gas russo. Ma possono coprire solo il 15 per cento del fabbisogno energetico nazionale.
La Spezia, Fiume Santo, Portoscuso, Brindisi, Civitavecchia, Fusina e Montefalcone. Sono le città italiane che ospitano le sette centrali a carbone ancora attive in Italia. Impianti che sarebbero dovuti essere spenti entro il 2025 per raggiungere gli obiettivi di neutralità delle emissioni dettati dall’agenda europea, ma che, come annunciato nelle scorse ore dal premier Mario Draghi, potrebbero rientrare in funzione a pieno regime per contribuire ad assicurare il fabbisogno energetico italiano se dovessero venire meno le forniture di gas russo per effetto del conflitto in corso in Ucraina.
Come riporta il Sole24Ore, cinque dei sette impianti sono gestiti dall’Enel, mentre due dal gruppo Ep produzione e all’azienda A2a. La centrale termoelettrica Eugenio Montale di La Spezia era stata chiusa nel dicembre del 2021, mentre gli impianti delle centrali “Andrea Palladio” di Fusina, nel comune di Venezia, e Federico II di Brindisi, una tra le più grandi d’Europa, erano stati bloccati parzialmente per far partire i progetti di riconversione.
Sono rimaste sempre operative invece, le centrali Enel di Torrevaldaliga Nord, a Civitavecchia, che ha una capacità di 1980 mw, e Grazia Deledda di Portovesme, in Sardegna, che ha una potenza più ridotta di 480 mw. Restano in funzione anche le centrali di Fiume Santo, a Porto Torres, con una potenza di 600 mw. Sono 336, invece, i mw prodotti a Monfalcone, in provincia di Gorizia, nella centrale di A2a.
Il presidente di Confindustria Sardegna, Maurizio De Pascale, interpellato dallo stesso quotidiano, è d’accordo sul fatto che, al netto della transizione energetica, la risposta alla crisi attuale “deve passare per uno stress dei nostri giacimenti di gas siciliani e poi del carbone”. De Pascale fa l’esempio della Germania, che, analogamente, “sta cercando di incrementare questa produzione proprio per fronteggiare l’emergenza”.
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Insomma, di fronte alla crisi attuale la decarbonizzazione viene evidentemente messa da parte. Ma secondo un approfondimento del Messaggero anche la riapertura delle centrali in via di dismissione potrebbe non bastare a far fronte al fabbisogno energetico. Gli impianti termoelettrici, infatti, potrebbero rispondere al 15, o al massimo al 30 per cento dei consumi. Tradotto, circa un terzo di quelli coperti ora con il gas importato dalla Russia.
In parlamento, inoltre, il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha fatto sapere che con i 18 miliardi di riserve si potrebbe andare avanti al massimo fino ad aprile. Questa, quindi, potrebbe essere una soluzione nell’immediato.
Le altre strade per sopperire ad una attesa riduzione delle forniture di gas russo, che contribuisce per 30 miliardi di metri cubi su 70 miliardi consumati ogni anno in Italia (circa il 45 per cento),guardano ad Azerbaijan, Algeria, Tunisia, Qatar e Libia, aumentando i flussi di gas su queste direttive. Ma anche su questo fronte, secondo alcuni esperti, l’aumento potrebbe essere irrilevante, o quantomeno insufficiente.
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Anche la possibilità di usare le risorse che arrivano dalla rotta atlantica, con il Gnl trasportato dalle navi cargo Usa, si scontra con limiti di carattere strutturale degli impianti per riportare il gas allo stato gassoso. In Italia ce ne sono solo tre, a Panigaglia, Rovigo e Livorno.
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