I rapporti tra Europa e Russia dopo l'inizio delle operazioni in Ucraina

© Sputnik . Konstantin Mihalchevskiy / Vai alla galleria fotograficaВоеннослужащий в самоходной артиллерийской установке (САУ) "Акация" ВС РФ в Армянске
Военнослужащий в самоходной артиллерийской установке (САУ) Акация ВС РФ в Армянске - Sputnik Italia, 1920, 26.02.2022
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Approfondimento
Mentre sono in corso operazioni militari in Ucraina è legittimo chiedersi cosa possa accadere alle relazioni tra Europa e Russia. Non c'è dubbio che vi saranno conseguenze e qualcosa cambierà. Ma per quanto a lungo non è indifferente dal punto di vista del ritorno a rapporti soddisfacenti per tutti, cosa che costituisce un interesse condiviso.
Nelle scorse settimane, diversi leaders europei si erano recati a Mosca nel tentativo di esplorare una via di uscita dalla crisi che permettesse di evitare la guerra. Il presidente francese Emmanuel Macron era stato ricevuto al Cremlino e così pure il nuovo cancelliere tedesco. L’Italia stava concordando con la controparte russa una visita del premier Mario Draghi, che si sarebbe dovuto recare a Mosca nella speranza di chiudere il cerchio ed ottenere una qualche forma di accordo.
Che Francia, Germania ed Italia si fossero esposte di più ha una logica geopolitica ed economica molto chiara. Per Parigi, la Russia è un partner che permette teoricamente di bilanciare il forte peso di Berlino in Europa e non da oggi. È un asse politico che data dal primo decennio del secolo scorso, con la sola parentesi parziale della Guerra Fredda.
I tedeschi intrattengono invece con Mosca un rapporto più ambivalente. Cercano anche loro l’interlocuzione e la cooperazione con la Russia, soprattutto sul terreno economico, ma per quanto sembri strano anche a Berlino si ragiona in termini geopolitici. Lo si è visto proprio otto anni fa, nel corso della crisi culminata nella defenestrazione del presidente ucraino Viktor Yanukovich, intervenuta a poche ore di distanza dalla firma di un accordo di condivisione del potere stretto con Vitali Klitschko.
Questi era il punto di riferimento della Fondazione Adenauer a Kiev e quindi dell’allora cancelliera Merkel, che verosimilmente sperava di acquisire maggior peso in Ucraina, a vantaggio degli interessi del proprio paese, venendo tuttavia rapidamente contrata dalla diplomazia americana. Fu così che Klitschko dovette accontentarsi della carica di sindaco della capitale, mentre le massime cariche ucraine finivano nelle mani di personalità più vicine a Washington.
In quella circostanza emerse molto chiaramente una situazione di competizione tra la Germania e gli Stati Uniti, ma anche i rapporti tra Berlino e Mosca in qualche modo subirono una revisione. In pratica, in quel frangente divenne chiaro come dal punto di vista tedesco la collaborazione economica con la Federazione Russa dovesse accompagnarsi ad un indebolimento dell’influenza di Mosca in alcune parti del suo “estero vicino” proprio a partire dall’Ucraina. Quanto all’Italia, ha cercato di caratterizzarsi come uno fra gli Stati europei ed atlantici più aperti al dialogo politico e al business con la Russia, a volte inseguendo il sogno di proporsi come mediatrice nei momenti di massima tensione.
È successo anche nei mesi e nelle settimane che hanno preceduto l’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina. Lo scorso 22 dicembre, in occasione della sua tradizionale conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Mario Draghi aveva ad esempio esplicitamente ribadito, rispondendo ad una specifica questione, come considerasse importante “mantenere il Presidente Putin in stato d’ingaggio”, cioè dialogare con lui. Successivamente tra i due erano intercorsi anche alcuni contatti telefonici.
La linea italiana per il dialogo con la Russia era stata quindi solennemente ribadita davanti alle Commissioni Esteri e Difesa dei due rami del Parlamento l’8 febbraio scorso, nel primo dibattito dedicato dalla politica italiana alla crisi in atto tra Mosca e Kiev. In quella circostanza, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva spiegato la posizione di Roma, riaffermando la lealtà italiana all’Alleanza Atlantica ed il sostegno del Bel Paese alla politica delle cosiddette “porte aperte”, ma sottolineando altresì come il Trattato di Washington prevedesse che l’accettazione di un nuovo Stato membro nella Nato dovesse avvenire con il voto unanime di tutti gli altri, valutato il contributo alla sicurezza comune del paese candidato.
In questo modo, praticamente, il governo italiano aveva lasciato intuire la promessa dell’Italia ad opporsi all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica quando la questione fosse stata posta all’ordine del giorno: molto meno dell’impegno a perseguire un Trattato formale assimilabile alla nuova Helsinki desiderata da Mosca, ma comunque un segno di disponibilità a cercare un’interlocuzione utile.
Roma aveva altresì garantito che avrebbe esercitato pressioni su Kiev affinché le autorità ucraine dessero piena attuazione agli accordi di Minsk. È sulle basi di questa politica enunciata apertamente dall’Italia che Luigi Di Maio aveva fatto visita a Mosca per incontrarvi Serghey Lavrov e discutere delle prospettive della crisi in corso e dei futuri rapporti bilaterali italo-russi.
Nella circostanza, Lavrov aveva ricordato a Di Maio come l’Italia avrebbe potuto opporsi in ambito europeo all’adozione di sanzioni nei confronti della Russia che investissero il comparto energetico. In qualche modo, peraltro, la diplomazia di Roma stava già lavorando in quella direzione in funzione dell’interesse nazionale italiano alla sicurezza degli approvvigionamenti di gas e petrolio.
Si era in quella occasione anche raggiunto un accordo di massima per un incontro tra Mario Draghi e Vladimir Putin, che avrebbe dovuto aver luogo il 23 o 24 febbraio scorso. La speranza di Palazzo Chigi era quella di vedere il Presidente del Consiglio italiano svolgere un ruolo di primo piano nello scongiurare il conflitto.
La diversità della linea italiana era stata colta anche all’estero, suscitando interesse in diversi paesi e una certa preoccupazione nella stampa americana, che avrebbe preso a parlare di uno “strappo” italiano alla solidarietà alleata. I margini che l’Italia era riuscita abilmente a ritagliarsi sono però purtroppo venuti meno con la decisione russa di riconoscere le due repubbliche autoproclamate sorte in Donbass e l’irrigidimento della posizione atlantica, dettato dal Segretario di Stato americano, che avrebbe comportato l’interruzione temporanea del dialogo al vertice con le autorità della Federazione Russa.
Conferenza stampa del Presidente Draghi - Sputnik Italia, 1920, 25.02.2022
Draghi: non è tollerabile una guerra in Europa
È stato così che mentre ancora a Mosca la visita di Draghi era trattata come un dossier aperto, il Ministro degli Esteri Di Maio annunciava alla Camera e al Senato la rinuncia al viaggio, determinando il comprensibile disappunto della diplomazia russa, che probabilmente puntava anche sull’Italia per mantenere aperto il dialogo, promuovere una trattativa e magari evitare il conflitto. Ovviamente, con lo scoppio delle ostilità, i margini si sono ulteriormente ristretti. Ma l’Italia non ha rinunciato neanche nel nuovo contesto a tutelare il proprio interesse nazionale alla sicurezza energetica e all’esportazione di manufatti verso la Russia.
È a Roma (e a Berlino)che parrebbe infatti esser stata dovuta la mancata estromissione della Federazione Russa dallo Swift che regola i pagamenti internazionali, almeno finora, circostanza che forse spiega il sarcasmo riservato dal presidente ucraino Volodymir Zelensky al Presidente del Consiglio italiano lo scorso 25 febbraio.
L’autonomia manifestata dall’Italia ha già avuto un prezzo, visto che è stata pagata dal Bel Paese e da Mario Draghi personalmente con una serie di attacchi reputazionali mirati, che verosimilmente indurranno Roma a correggere ulteriormente la propria linea. Sta del resto capitando la stessa cosa in Germania.
Il degrado dei rapporti bilaterali intrattenuti dall’Italia e dalla Germania con la Russia, ovviamente, non è ancora irreversibile. È evidente tuttavia che qualora il conflitto si prolungasse a lungo, il danno potrebbe rivelarsi importante. È anche per questo motivo che a Roma si spera che le armi tacciano quanto prima.
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