Ucraina, Di Liddo (CeSI): "Obiettivo è cambiare gli equilibri politici e militari in Europa"

© REUTERS / Anna KudriavtsevaУкраинский военный на линии соприкосновения возле Горловки в Донецкой области
Украинский военный на линии соприкосновения возле Горловки в Донецкой области - Sputnik Italia, 1920, 25.02.2022
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L'analista del Centro Studi Internazionali (CeSI): "Kiev e l’Ucraina non sono il fine, sono il mezzo per certificare il ritorno della Russia al rango di potenza globale".
“Kiev e l’Ucraina non sono il fine, sono il mezzo per raggiungere l’obiettivo di riportare la Russia al rango di potenza globale”. Per Marco Di Liddo, senior analyst e responsabile del desk Russia e Balcani del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, per comprendere le motivazioni dell’azione militare di Mosca in Ucraina bisogna tornare indietro al 1991.
“Quando cadde l’Urss si creò una congiuntura geopolitica in cui il nuovo assetto dell’Europa venne stabilito dalle cancellerie occidentali e degli Stati Uniti in accordo democratico con i Paesi dell’ex patto di Varsavia. - dice raggiunto al telefono da Sputnik Italia - In questo processo però la Russia è stata esclusa e marginalizzata per via della sua debolezza dell’epoca, ma soprattutto nel tempo non sono state rispettate le promesse politiche che erano state fatte dai leader occidentali”.
- Come si è arrivati alla situazione attuale?
- Il fatto che non ci sia stato un accordo vincolante sulle promesse che furono fatte a Gorbaciov dal presidente americano Bush e dall’allora cancelliere Helmut Kohl riguardo l’allargamento della Nato e la strutturazione di una nuova architettura di sicurezza condivisa, ha fatto montare un senso di rivalsa in un Paese che percepisce sé stesso come una grande potenza, che ha delle preoccupazioni in ambito di sicurezza e che soprattutto negli anni si è sentito emarginato, umiliato e trattato come uno Stato di “serie B”.
Questo spirito revanscista ha trovato uno sfogo militare, quindi di hard power, non appena la Russia si è stabilizzata finanziariamente e politicamente. Non è un caso, infatti, che dal 2000 abbiamo avuto una serie di crisi in Ucraina, Georgia, in Crimea, per arrivare ad oggi.
Le motivazioni contingenti sono quelle di impedire che la Nato si espanda e che l’Ucraina entri nella Nato. Il disegno, però, è quello di riscrivere le regole degli equilibri politici e militari in Europa. Obiettivo che finora non è stato possibile raggiungere attraverso la diplomazia.
Naturalmente le motivazioni dell'una o dell'altra parte non giustificano l'aggressione militare di Mosca in alcun modo.
- Cosa dobbiamo aspettarci per le prossime settimane?
- Dobbiamo innanzitutto distinguere due piani: militare e politico. L’obiettivo politico, che è il principale, è quello di ridiscutere l’intero equilibrio europeo post-1991. L’uso dello strumento militare, diplomatico o economico, quindi, sarà calibrato a seconda del raggiungimento di questo obiettivo.
Kiev e l’Ucraina non sono il fine, sono il mezzo per certificare il ritorno della Russia al rango di potenza globale.
Il futuro dell’Ucraina oggi non lo possiamo prevedere: il Paese può finire spaccato in due, oppure la Russia può decidere di arrivare fino a Leopoli. La pianificazione militare segue l’opportunità ed è estremamente flessibile. L’importante è raggiungere l’obiettivo. Se questo sarà raggiunto arrivando a Kiev, la Russia si fermerà a Kiev, altrimenti si andrà oltre.
- L’Italia ha detto di aver messo a disposizione 3.400 soldati, che significa?
- Si tratta di misure di rassicurazione in ambito Nato. L’Italia è un Paese Nato e quindi facciamo il nostro dovere. Non è che manderemo i bersaglieri in Crimea come nel 1853, ma si tratta di mandare un segnale.
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- La situazione resta tesissima, c’è il rischio che possano verificarsi incidenti che portino ad ulteriori escalation?
- Certo, il Mar Nero, ad esempio, è un bacino piccolo, chiuso, dove c’è un'attività navale intensissima in questo momento da parte di una potenza che sta conducendo operazioni di guerra e di altri Paesi, compresa la Turchia, che devono monitorare quello che succede per proteggere la propria sicurezza nazionale.
In un contesto del genere il rischio di un incidente è altissimo e può portare ad un’escalation a seconda di come viene gestito. Lo abbiamo già visto ai tempi della Siria, quando un aereo russo fu abbattuto dalle forze turche. Ci fu un rapido aumento della tensione, poi alla fine la questione si risolse al tavolo negoziale.
- La prospettiva di uno scontro aperto tra Russia e Nato è verosimile?
La Nato ha parlato chiarissimo. Stoltenberg ha detto che non saranno dispiegate truppe nato in Ucraina, perché i trattati sono altrettanto chiari in questo senso: l’alleanza si attiva se ci sono aggressioni ai Paesi membri.
Anche la Russia, da parte sua, è stata esplicita dicendo che per ogni forma di interferenza ci sarà una risposta durissima. Adesso il livello del confronto tra Occidente e Mosca è sulle misure non convenzionali: sanzioni, misure di rassicurazione per il fronte orientale e via dicendo.
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- Quindi la diplomazia va avanti?
- Ufficialmente è in una fase di arretramento, però in via ufficiosa il dialogo continua. È ovvio che nessuno, a parte Macron, che ieri ha chiamato Putin, ha la volontà di esporsi mediaticamente, ma sottotraccia le trattative vanno avanti. Anche perché la diplomazia è uno strumento di esercizio del potere e come tale non va abbandonato.
- Dal blocco del Nord Stream alle sanzioni sulle banche, chi è che pagherà il prezzo più alto di questa crisi?
Sicuramente la Russia è più preparata in questo momento perché, avendo avuto a che fare con le sanzioni dal 2014, ha dovuto per forza adattare il proprio comparto politico, istituzionale ed economico.
L’economia russa è un’economia che si bassa sull’esportazione di gas, petrolio e commodities. Beni di cui la nostra economia ha bisogno e che si commerciano in valuta pregiata. Negli anni, quindi, il Paese è riuscito a creare un fondo di stabilizzazione in riserve di valuta e in oro che ha un surplus considerevole e che permette all’economia russa, unito ad una spesa sociale contenuta, di essere resiliente e di poter assorbire il colpo nel breve periodo.
E poi c’è da dire che i tempi in cui le sanzioni producono effetti sono più lunghi di quelli dell’azione militare, per cui non ci saranno conseguenze nell’immediato. Per questo il rischio che le sanzioni abbiano un effetto boomerang per l’Europa c’è. E questo è il motivo per cui alla fine non è passata la proposta di escludere la Russia dal sistema Swift.
La volontà è quella di evitare di colpire la stabilità delle economie europee. Il costo della chiusura totale dei rubinetti di gas dalla Russia lo pagherebbero i cittadini e le imprese, che potrebbero anche rivoltarsi contro una eventuale decisione dell’Europa in questo senso.
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- Qualcuno accusa l’Europa di essere troppo divisa e di non aver fatto abbastanza per evitare questo epilogo, è d’accordo?
Sì, sono d’accordo. Putin sa che siamo divisi su tanti dossier, a cominciare da quello della gestione dei rapporti con la Russia. L’errore di Europa e Usa è stato proprio quello di non aver affrontato questo dossier in maniera più costruttiva e ferma. È sbagliato isolare la Russia, bisogna dialogare. Ma è il problema è come farlo.
Deve esserci un dialogo fermo, basato sul rispetto reciproco e sul fissare quello che può essere negoziabile e quello che non può esserlo, perché solo su questo si costruisce un sistema di sicurezza condivisa.
Oggi tutto questo è venuto a mancare e il risultato è che la Russia ha assunto una posizione assertiva ed aggressiva.
- Scenderà una nuova “cortina di ferro” tra Russia ed Europa?
- L’Europa è contraria alla “cortina di ferro” e la considera un brutto ricordo del passato. Se questo succederà, però, purtroppo, dati alla mano, la responsabilità sarà anche della Russia. Bisogna sedersi di nuovo attorno al tavolo dei negoziati, le armi devono smettere di parlare e devono lasciare il posto al confronto, anche duro, ma che non lasci spazio a compromessi disonorevoli, da una parte e dall’altra.
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- Chi guadagnerà di più da questa situazione?
- Con la guerra perdono tutti. L’Ucraina sta perdendo vite umane, la sua integrità territoriale e la sua dignità di nazione. La Russia sta perdendo la sua credibilità internazionale e nell’opinione pubblica mondiale ora viene percepita come un Paese aggressore. E poi, perde l’Europa, perché è costretta a tagliare i rapporti con un partner di livello.
Se non si trova un compromesso si torna al muro contro muro. Un conto è vincere la guerra. La vera scommessa sarà costruire la pace.
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