Inflazione e bolle, un mix ad alto rischio

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Euro - Sputnik Italia, 1920, 23.02.2022
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La Banca centrale europea afferma di non voler prendere decisioni “precipitose” sulla politica monetaria.
La Federal Reserve annuncia ritocchi al rialzo dei tassi, ma solo nei prossimi mesi. Di fatto, con tali atteggiamenti, le due principali banche centrali hanno distrutto il loro “gioiellino”, tanto decantato negli anni passati, quello della “communication”, che avrebbe dovuto rappresentare il loro più importante strumento di politica monetaria. In altre parole, sarebbe bastato comunicare quali sarebbero potute essere le prossime mosse per “guidare”, in tutta calma, i mercati e gli investitori.
Invece, e non si tratta di un’evoluzione positiva, i mercati si sono mossi in modo indipendente e, anticipando possibili futuri aumenti dei tassi d’interesse, hanno già incominciato a mostrare dubbi e minore interesse per i titoli pubblici. Essi stanno aumentando il costo del denaro, creando instabilità nel mondo e condizioni avverse per il rifinanziamento dei debiti delle imprese e degli stati.
Per esempio, dopo di quelli decennali, anche i titoli quinquennali tedeschi, per la prima volta dopo anni di tassi negativi, hanno registrato interessi positivi. Di conseguenza, anche lo spread sui titoli italiani è salito a 170 punti base.
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Gli effetti sono visibili a livello internazionale. Come già riportato, la Banca Mondiale ha recentemente espresso timori di insolvenze nei Paesi emergenti, che sono stati indotti a indebitarsi sempre di più.
Nelle economie cosiddette avanzate i segnali di importanti cambiamenti negativi, riguardo alle valutazioni dei titoli societari e pubblici, sono solitamente espressi dagli andamenti dei credit default swaps (cds), cioè delle assicurazioni sul rischio di insolvenza. Ciò si manifesta con l’aumento del numero di cds e del loro prezzo. Soprattutto di quelli riguardanti i corporate bond, le obbligazioni delle imprese.
Negli Usa, per esempio, a gennaio i cds hanno raggiunto 197 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto ai 123 dello scorso dicembre. Secondo l’ISDA (International Swaps and Derivative Association), tale livello era stato raggiunto nel marzo 2020, nel mezzo della crisi pandemica e dei salvataggi con il quantitative easing della Fed. Si tenga presente che all’inizio del 2022 il bilancio della Fed era di 1.500 miliardi di dollari maggiore rispetto a un anno prima. Anche il Markit North American Investment Grade CDX Index, un paniere di cds che serve per valutare i rischi sui crediti, ha raggiunto i suoi massimi annuali.
In tale situazione la crescita dell’inflazione è diventata il centro principale delle preoccupazioni e dei dibattiti. E’ giusto che lo sia, ma non si dovrebbe per un secondo sottovalutare il rischio rappresentato dalle bolle finanziarie di vario tipo, che, con l’aumento del costo del denaro, sono entrate in fibrillazione. Lo ammoniscono persino vari finanzieri, come Jeremy Grantham, cofondatore di GMO, uno dei maggiori fondi di gestione patrimoniale. Sta avvenendo nel mercato immobiliare americano, dove nel 2021 i prezzi delle case sono cresciuti del 17% e quello degli affitti del 14%. Si tratta di andamenti che ricordano la crisi dei mutui sub prime del 2008.
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Una cifra rivela tutta la drammaticità della bolla. L'Institute of International Finance, l‘associazione globale delle istituzioni finanziarie private, stima che alla fine del 2021 il debito globale ammontasse a 295.000 miliardi di dollari, 36.000 miliardi sopra i livelli pre-pandemia. Ciò equivale a poco meno del 350% del Pil mondiale. Era del 282% all'inizio della Crisi Finanziaria Globale. Soltanto nel periodo pandemico tale percentuale sarebbe aumentata del 35%. Questo spiega fino a che punto la cosiddetta ripresa globale sia stata dipendente dal debito e rivela anche una grande vulnerabilità.
E ancora. La capitalizzazione del mercato azionario statunitense, come multiplo del Pil, ha raggiunto il record storico di 2,8 a metà del 2021, rispetto al picco della cosiddetta bolla dotcom (imprese attive nell’internet e relativi settori) di 1,9 del 2000.
Inoltre, mentre nel 2020 il saldo di bilancio delle amministrazioni pubbliche delle economie del G20 ha sostenuto la domanda aggregata per l'8,8% del loro Pil, adesso il Fmi stima che nel 2021 detto sostegno sia sceso al 7,9% e nel 2022 dovrebbe scendere ulteriormente al 5,9%.
E’ chiaro che la combinazione di una forte impennata dell’inflazione, con l’annunciato aumento dei tassi d’interesse, renderà sempre più difficile mantenere e gestire le bolle finanziarie.
C’è chi guarda al passato per cercare idee e possibili vie d’uscita. Però, nei momenti più difficili del passato, l’inflazione non si mischiava, come invece avviene oggi, a esagerate bolle speculative e a piramidi di debiti. Ad esempio, il presidente Richard Nixon impose nel 1971, nel mezzo della crisi energetica, il controllo dei salari e dei prezzi. Una misura tampone che non risolse il problema principale, che si presentò in forma virulenta poco più tardi. Infatti, il seguente intervento contro l’inflazione da parte del presidente Jimmy Carter e del governatore della Fed, Paul Volker, fece salire a fine 1980 il tasso interbancario overnight al 22%, mandando in tilt i bilanci di molti Paesi, Italia compresa, e soprattutto di quelli emergenti.
Oggi, gli interventi correttivi sono resi ancora più difficili da fatto che la riforma della finanza, resa indispensabile dalla crisi del 2008, non è stata fatta. E‘ ovvio che non si possa pensare di continuare a posporla. Ogni cambiamento non può che partire da lì, separando la finanza speculativa dall’economia reale, per aiutare e proteggere quest’ultima.
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