Mali, l’Afghanistan francese

© AP Photo / Jerome DelayMalian soldiers in Gao, northern Mali
Malian soldiers in Gao, northern Mali - Sputnik Italia, 1920, 22.02.2022
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Ora il Califfato Nero è più vicino. Il ritiro dal Mali delle truppe francesi, annunciato mercoledì sera dal presidente Emmanuel Macron, regala nuove certezze a chi teme che l’avanzata jihadista nel Sahel si trasformi in presenza costante, raggiungendo le coste del Mediterraneo.
Macron annuncia il ritiro dall’ex colonia africana di oltre 2.600 uomini, dispiegati fin dal 2014 nell’ambito dell’operazione Barkhane. Dietro l’addio al fallimento di una missione incapace di contenere l’avanzata jihadista nel Sahel e il dissidio sempre più aperto con le autorità di Bamako. Ma la ritirata di Parigi coinvolge anche la Task Force Takuba, la missione creata per affiancare le truppe d’oltralpe, a cui partecipano 200 uomini delle forze speciali italiane.
Ora il Califfato Nero è più vicino. Il ritiro dal Mali delle truppe francesi, annunciato mercoledì sera dal presidente Emmanuel Macron, regala nuove certezze a chi teme che l’avanzata jihadista nel Sahel si trasformi in presenza costante, raggiungendo le coste del Mediterraneo. Un incubo che minaccia di moltiplicare non solo il rischio terrorismo in Europa, ma anche i flussi migratori, visto che da sempre la tratta degli umani, come quella della droga e delle armi, s’intreccia con l’avanzata delle milizie islamiste nell’Africa Occidentale. Un’avanzata che i quasi 5.000 militari francesi dispiegati nell’ambito dell’operazione Barkhane non sono riusciti a fermare, trasformando l’ultima avventura africana di Parigi in un irrimediabile fiasco.
Lanciata nell’agosto del 2014, l’operazione Barkhane rappresentava la continuazione di Serval, l’intervento armato con cui Parigi restituì al Mali il controllo dei territori settentrionali, caduti sotto il controllo di Al Qaida*. L’obbiettivo di Barkhane era bloccare e isolare le formazioni legate ai gruppi del terrore islamista tracimate nei territori di Burkina Faso, Chad, Mali e Niger. Ma i tremila soldati dispiegati inizialmente nel Sahel servirono a ben poco. La presenza francese, in alcuni casi, finisce infatti con il moltiplicare il consenso per le formazioni islamiste. Così, a metà 2020, Parigi decide, d’intesa con gli alleati africani, di portare gli effettivi ad oltre cinquemila uomini. Ma l’incremento delle truppe, accompagnato dall’utilizzo dei droni per colpire i capi dei gruppi terroristi, non da grandi frutti. Se nel 2016 gli scontri tra civili e militari causano circa 800 morti, nel 2020 le perdite - fra civili, militari e terroristi - oltrepassano le 6mila unità.
A man stands in front of the Djingareyber mosque on February 4, 2016 in Timbuktu, central Mali. - Sputnik Italia, 1920, 17.02.2022
Mali, la Francia ritira le truppe dal Paese dopo quasi 10 anni di presenza
I sanguinosi scontri, seguiti dalle rappresaglie dei gruppi armati contro città e villaggi, non bastano a fermare l’avanzata dei gruppi jihadisti pronti - dopo esser dilagati da Mali e Niger fino al Burkina Faso - ad attaccare anche le zone costiere del Benin e della Costa d’Avorio. Con il dilagare dell’insicurezza si moltiplica però anche l’impopolarità dei soldati francesi salutati, nel 2013, come liberatori del nord del Mali. L’incapacità di bloccare i terroristi, coniugata con l’insofferenza per una presenza militare vista come il proseguimento del vecchio potere coloniale aumentano il malcontento e i sospetti di stampo complottista. Nel 2021 soltanto un terzo degli abitanti del Mali si dichiara soddisfatto dei francesi e la metà, fra quanti vorrebbero rimandarli a casa, sospetta misteriosi accordi tra Parigi e i gruppi terroristici. Proprio quei sospetti finiscono con il facilitare i due successivi colpi di stato con cui i militari si garantiscono il controllo del governo, annullando, di fatto, l’influenza francese. Ma la ritirata finisce con il coinvolgere anche Task Force Takuba, la missione militare europea avviata poco più di un anno fa per sopperire alle difficoltà di Parigi. Concepita come l’appendice di una presenza francese, a cui spettavano la logistica, il coordinamento delle operazioni, l’appoggio aereo e l’intelligence, la Task Force europea si ritrova ora costretta a seguire il ridispiegamento in Niger dei 2.600 soldati di Parigi sfrattati dalle basi maliane di Gossi, Menaka e Gao.
Un ritiro annunciato nella cornice unitaria, e apparentemente consenziente, garantita da Mario Draghi e altri leader europei arrivati a Parigi per presenziare all’annuncio. Ma il forzato ritiro del contingente europeo, arrivato nel Mali per su richiesta di una Francia incapace di sostenere la pressione militare, è per molti versi surreale. Soprattutto se si pensa alla posizione dell’Italia. Il nostro paese aveva risposto all’appello di Parigi mettendo a disposizione duecento incursori delle Forze Speciali e otto elicotteri, per un costo stimato di quasi 50 milioni di euro l’anno.
Una generosità non proprio obbligata, visto che nel 2017 Macron aveva fatto il possibile per ostacolare una nostra missione in Niger. Per non parlare della diffidenza con cui la Francia ha accolto le trattative con cui l’Ong italiana Ara Pacis ha formalizzato, ai primi di febbraio, un accordo di riconciliazione tra alcuni gruppi islamisti del nord del Mali e il governo di Bamako. I ripetuti no di Parigi alla richiesta d’intavolare negoziati con i gruppi coinvolti nell’insurrezione islamista, del resto, hanno complicato non poco la posizione di Parigi. E non solo nel Mali. La richiesta di negoziare con i gruppi meno estremisti è arrivata, infatti, anche da altri paesi della regione.
L’indisponibilità di Parigi, spiegabile con l’orgoglio di un paese ancora convinto di interpretare l’antica “grandeur” francese, mal si sposa con le incertezze di un Macron preoccupato, in vista delle presidenziali, di affrontare nuove perdite su un fronte dove già pesa la perdita di 53 soldati. Ad oggi, però, la vera ferita aperta di Parigi resta lo scontro con il governo del Mali. Uno scontro venuto alla luce a giugno, quando l’Eliseo scarica su Bamako le responsabilità per gli insuccessi nel nord del paese. “Garantire la sicurezza in zone già a pezzi diventa impossibile se gli stati - accusa Macron - non si assumono le proprie responsabilità”. Parole che innescano, a settembre, il durissimo intervento alle Nazioni Unite del premier maliano Choguel Kokalla Maiga pronto rinfacciare al presidente francese di aver “abbandonato il paese a metà del volo”. Lo scontro verbale si trasforma in rottura definitiva a fine gennaio, quando il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian definisce “illegittima” la giunta del Mali e l’accusa di aver aperto le porte a 8mila mercenari russi pronti a “depredare” il paese. Quelle parole innescano, a fine gennaio, l’espulsione dell’ambasciatore francese, costringendo Parigi al ritiro. Il fiasco del Sahel rischia, però, di passare alla storia come l’ultimo atto dell’influenza francese in Africa. E venir ricordato come l’Afghanistan di Emmanuel Macron.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e in altri paesi
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