La Cina va avanti per la sua strada, l'Europa e gli USA si scansano

© Sputnik . Pavel Bednyakov / Vai alla galleria fotograficaChiusura delle olimpiadi di Pechino 2022
Chiusura delle olimpiadi di Pechino 2022 - Sputnik Italia, 1920, 22.02.2022
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Come Pechino aveva auspicato, nonostante la presenza non del tutto scomparsa del Covid le Olimpiadi invernali sono state un successo sportivo e organizzativo. E’ fuor di dubbio che ciò segni un punto a favore dell’immagine che la Cina sta da qualche tempo cercando di costruirsi nel mondo e anche la dirigenza di Xi ne esce rafforzata all’interno.
Tale positiva affermazione non cambia tuttavia, se non addirittura lo peggiora, l’atteggiamento di forte diffidenza oramai diffuso in tutto il mondo occidentale, Stati Uniti e Unione Europea in particolare.
I due alleati, ma soprattutto gli americani, continuano a vedere l’ascesa della potenza economica e politica di Pechino come una concorrenza pericolosa per la loro attuale posizione internazionale e le critiche al comportamento interno e internazionale del regime cinese non diminuiranno di certo a causa di una pur riuscitissima manifestazione sportiva.
Mentre a Washington lo sguardo negativo verso la Cina è cosa comune sia tra i democratici sia tra i repubblicani, non si può però dire la stessa cosa per i membri dell’Unione Europea.

L'Europa non sa che fare

Da sempre, la Germania ha assunto un atteggiamento ondivago, per non dire ipocrita, ogni volta che Bruxelles ha scelto di pronunciarsi ufficialmente sulla questione dei diritti umani che “l’Impero di mezzo” non rispetta.
A parole condivide con gli altri membri le accuse lanciate per le questioni di Hong Kong e dello Xinjiang ma, quando si tratta di aprire a sanzioni in merito, cerca di mettere al sicuro i propri scambi commerciali.
Si può anche capire se consideriamo che la Germania sia l’unico Paese europeo a mantenere da anni una bilancia commerciale attiva con Pechino mentre tutti gli altri soffrono, chi più chi meno, pesanti deficit tra importazioni ed esportazioni.
Chi più di tutti, tuttavia, è reticente a misure contro il gigante cinese e alle critiche che si vuole indirizzare in quella direzione sono i Paesi dell’est-europeo e dell’Europa centrale che hanno aderito all’iniziativa detta dei 16+ 1 (un forum proposto e guidato dalla Cina che li coinvolge tutti).
Più specificamente, un esempio di quanto sia difficile un’unanimità tra i membri si è visto quando Grecia e Ungheria, ricettori di molti finanziamenti in arrivo dal Paese asiatico, hanno rifiutato di aderire nel 2019 a formali critiche che Bruxelles intendeva avanzare a causa delle persecuzioni di cui sono vittime gli Uiguri e del rifiuto cinese di accogliere la sentenza del Tribunale internazionale del mare che aveva stabilito come fosse illegale il comportamento cinese nei mari del Sud-est asiatico.

L'Italia lo sa, ma non può farlo

L’Italia, più disponibile a seguire le politiche comuni di Bruxelles, fa parte di coloro che ogni anno aumentano il proprio debito commerciale bilaterale.
Probabilmente è considerando questo deficit che il governo Conte, su spinta soprattutto della componente Cinquestelle, ha firmato nel marzo 2019 un “Memorandum d’Intesa” con la Repubblica Popolare Cinese in cui ci si riprometteva reciprocamente una maggiore cooperazione economica, commerciale e culturale, oltre che negli investimenti.
In realtà, un Memorandum d’intesa non è ancora un “contratto” e nel Paragrafo VI si precisava che:
“Nessuna delle disposizioni del presente memorandum deve essere interpretata e applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le parti”.
In altre parole si trattava di una semplice espressione di un possibile desiderio che rimandava a prevedibili future intese dopo la creazione di “appositi meccanismi di collaborazione”.
Inoltre, sempre nello stesso Paragrafo sopra citato, si aggiungeva che:
…l’interpretazione del presente Memorandum deve essere in conformità con…e, per quanto riguarda la parte italiana, con gli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea”.
Obblighi che, nel momento in cui la Commissione ha deciso per nuove sanzioni a causa dei fatti di Hong Kong, ha oggettivamente “sospesa” anche quella bozza di accordo.
Quando era stato firmato il memorandum, non erano mancate critiche pesanti da parte di tutti i partiti dell’allora opposizione e il fatto che l’Italia fosse stata il primo e l’unico dei Paesi Fondatori e il solo del G7 ad aderire al progetto cinese della Nuova Via della Seta aveva suscitato forti perplessità anche tra tutti gli alleati occidentali.
A voler ben guardare, i problemi legati allo scarso (se non del tutto assente) rispetto verso i diritti umani in Cina non è l’unico motivo del contenzioso con Pechino.

La Cina fa da sè

Ciò che tutti lamentano è che, nonostante la Cina sia stata accolta nel WTO (L’Organizzazione Mondiale per il Libero scambio) e abbia dichiarato di volerne rispettare le regole, per le aziende straniere che intendono vendere in Cina i loro prodotti o decidono di investirvi, le regole sono sempre meno vantaggiose che per le aziende locali a capitale cinese in toto o in maggioranza.
Inoltre chi volesse decentrare in Cina una parte o tutta la propria produzione subisce fortissime e inevitabili pressioni affinché trasferisca ai soci locali tutti i segreti del proprio know-how.
Naturalmente soltanto se si tratta di produzioni con qualche contenuto tecnologico giudicato utile dalle autorità cinesi.
Un’ancora più forte oggetto di contenzioso è la diffusa abitudine locale di impadronirsi di brevetti stranieri senza pagarne in alcun modo i diritti.
A questo proposito la UE ha appena depositato una (ennesima) denuncia al WTO nell’intento di tutelare le imprese europee contro il furto di tecnologie.
Prima di arrivare a tale passo, Bruxelles aveva cercato di negoziare con le autorità cinesi la possibilità che alcune tecnologie brevettate in Europa potessero essere cedute a società cinesi a condizioni “eque, ragionevoli e non discriminatorie” ma, di là dai soliti cortesi sorrisi e dalle continue promesse arrivate da Pechino, nulla è cambiato.
Al contrario, nel 2020 la Corte Suprema ha addirittura stabilito che una società straniera presente in Cina (magari in Joint Venture) e titolare di brevetti NON DEVE mai rivolgersi a un tribunale straniero per essere tutelata in caso di furto tecnologico, pena una multa di 130.000 euro il giorno. Da allora già quattro società sono state multate.
Qualora non bastasse, non è insolito che il Governo stesso tramite qualche sua Agenzia minacci l’impresa straniera di “ripercussioni negative” se volesse continuare a comportarsi in modo “anti-cinese”.
Chi pensava che quel miliardo e trecento milioni e più di persone fossero un grande mercato da “invadere” ha dovuto oramai svegliarsi dal proprio sogno che, per alcuni, è diventato un incubo.
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