Crisi ad Oriente: tra negoziato e guerra

© Sputnik . Sergei Averin / Vai alla galleria fotograficaUna casa bombardata lungo la linea di contatto nel Donbass
Una casa bombardata lungo la linea di contatto nel Donbass - Sputnik Italia, 1920, 21.02.2022
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C’è un senso di allarme crescente per quanto sta accadendo a ridosso della frontiera russo-ucraina. In particolare, gli scontri in corso nel Donbass fanno temere che la situazione possa sfuggire di mano.
Alle violenze si associa una narrazione molto aggressiva da parte dei grandi media anglosassoni, che non cessano di annunciare l’imminente inizio di operazioni militari in grande stile da parte dell’Esercito russo contro lo Stato ucraino.
Ovviamente, in presenza di contesti tanto complessi, è molto difficile distinguere tra l’uso potenziale della forza ed il ricorso alle armi vero e proprio, tanto più che il confine tra le due modalità di impiego è molto sottile e può essere facilmente oltrepassato.
Ma come stanno veramente le cose? Proviamo a ricostruire i fatti così come si sono dipanati nelle ultime settimane. La Federazione Russa e la Bielorussia hanno promosso lo svolgimento di grandi esercitazioni terrestri, cui la Marina di Mosca ha abbinato anche alcune manovre collaterali al trasferimento di proprie unità dal Mare di Barents al Mar Nero.
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La concentrazione di reparti mobilitati – peraltro non nascosta - è oggettivamente rilevante. Ma è sufficiente a concludere che si tratti della preparazione di un’invasione dell’Ucraina per cambiarne il governo o procedere alla sua annessione al territorio federale russo?
Tutto è possibile, ma qui si tratta di valutare le probabilità relative. L’accumulo di forze per conseguire una superiorità di teatro non è la procedura tipica cui hanno finora fatto ricorso i russi alla vigilia di operazioni importanti.
Si tratta piuttosto di una modalità utilizzata dagli americani, che cercano di minimizzare le perdite attese attraverso la massimizzazione del loro vantaggio nei confronti degli avversari.
A questa tendenza, piuttosto radicata nella prassi statunitense, provò ad ovviare Donald Rumsfeld. Ma la sua idea della “war on the cheap”, “la guerra al risparmio” applicata inizialmente all’Afghanistan e poi all’Iraq, è stata presto denunciata come un fallimento.
I russi, invece, tradizionalmente privilegiano l’effetto sorpresa. Dal momento in cui muovono le loro unità alla fase in cui vengono impiegate operativamente di solito trascorre poco tempo. Lo si è visto in più circostanze ed in particolare in Georgia nell’agosto 2008.
È quindi ipotizzabile che la dimostrazione di forza in atto dallo scorso novembre sia ascrivibile ad una forma di diplomazia armata. La Russia intende negoziare ed il suo obiettivo è verosimilmente una nuova Helsinki, ovvero un trattato o solenne dichiarazione formale che chiarisca quali sono i limiti definitivi della proiezione verso Est dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea.
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Mosca vorrebbe altresì garanzie anche sul livello delle forze Nato presenti nei paesi membri dell’Alleanza Atlantica che si situano nelle vicinanze del territorio russo, minacciando in caso contrario l’adozione di opportune contro-misure tecnico-militari: verosimilmente, il rischieramento verso ovest di sistemi e reparti attualmente basati più in là.
Dopo aver dichiarato ufficialmente che le richieste russe sono irricevibili, gli Stati Uniti hanno iniziato a paventare l’inizio incombente di un’invasione, ipotizzandone più volte anche data ed ora, senza peraltro assumere alcuna misura attiva di protezione per l’Ucraina, evidentemente “sacrificabile”.
Anzi, Washington ha ritirato i propri consiglieri militari, ha rimpatriato parte del suo personale diplomatico e trasferito la propria ambasciata da Kiev a Leopoli. I media occidentali, salvo rare eccezioni, non hanno colto il significato di questa mossa.
Ma il senso profondo è inequivocabile: l’Ucraina non è ancora nel perimetro dei paesi la cui sicurezza è garantita dagli Stati Uniti ed è quindi ancora possibile discutere del suo status internazionale. A proteggere Kiev, dopotutto, basterebbe lo schieramento simbolico di anche pochi soldati americani, dal momento che uno scontro tra militari statunitensi e russi costituirebbe un rischio troppo elevato da correre, in ragione del pericolo intrinseco di condurre di filato ad un conflitto mondiale.
Va sottolineato al riguardo come gli europei occidentali pretesero durante la Guerra Fredda la presenza di unità americane in prima linea lungo il confine intertedesco dell’epoca proprio per assicurarsi l’immediato coinvolgimento di Washington in un’eventuale guerra che fosse scoppiata ad iniziativa dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia.
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Altra circostanza significativa, almeno per il momento anche la Nato si limita a rassicurare i propri Stati membri, mentre esclude qualsiasi impegno suscettibile di comportare la sua attiva partecipazione alla difesa dell’Ucraina.
D’altra parte, la stessa Amministrazione Biden ha parlato di risposte durissime ad una eventuale aggressione russa, chiarendo tuttavia che le misure ritorsive non saranno di natura militare e comunque verranno adottate a posteriori, con grande disappunto del presidente Zelensky, che le vorrebbe già ora.
Vista da lontano ed in superficie, si ha come la sensazione che Washington stia tentando di rimettere la partita alla dialettica tra gli attori locali, riducendo il confronto in atto ad una schermaglia tra Kiev e Mosca, mentre il Cremlino per ora considera sua unica interlocutrice la Casa Bianca.
È possibile che ciò stia accadendo nell’intento di derubricare a crisi regionale un contenzioso che riguarda i rapporti tra Est ed Ovest nel loro complesso. Ma non è da escludere che Washington intenda indebolire la posizione negoziale russa, bilanciando lo squilibrio delle forze esistente tra Russia ed Ucraina con la minaccia di sanzioni che avrebbero l’effetto di isolare Mosca dal mercato energetico europeo.
Non per caso, tra i più attivi sul fronte delle iniziative diplomatiche volte a scongiurare un conflitto ci sono gli europei, il cui gioco non è molto diverso da quello cui si è assistito nel 2014, quando a Kiev tedeschi ed americani si trovarono di fatto in competizione per determinare chi, tra i rispettivi “clienti”, avrebbe dovuto governare l’Ucraina.
Com’è noto, allora vinsero gli americani. Il campione della Fondazione Adenauer a Kiev, Vitali Klitschko, che aveva raggiunto un accordo con il Presidente in carica dell’Ucraina, Viktor Yanukovych, originario del Donbass tra l’altro, dovette accontentarsi di fare il sindaco della capitale, mentre le principali cariche politiche del paese furono attribuite a personalità più vicine a Washington.
In Ucraina, gli interessi europei e quelli degli Stati Uniti potrebbero quindi essere assai meno allineati di quanto paia a prima vista. E questa è un’ulteriore dimensione della crisi in atto. Dietro le quinte, infatti, la diplomazia europea sta cercando di limitare la gravità delle sanzioni che verrebbero imposte contro la Federazione Russa, puntando ad un regime di esenzione parziale dalla loro applicazione per alcuni paesi.
Sotto tutti i profili, siamo quindi in presenza di una situazione di straordinaria complessità, nella quale il calcolo delle parti può cambiare in qualsiasi momento. Tutto è possibile, anche perché, come ci ha insegnato Clausewitz, non sempre le decisioni relative alla pace e alla guerra sono interamente razionali. Vi incidono anche il caso e pulsioni emotive anche troppo sollecitate in questi giorni convulsi.
L’opinione dell’autore potrebbe non riflettere la posizione della redazione
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