No al referendum eutanasia, Ass. Coscioni: “continueremo disobbedienze civili al fianco dei malati”

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Eutanasia, referendum  - Sputnik Italia, 1920, 20.02.2022
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Approfondimento
La Consulta ha bocciato il referendum sull’eutanasia legale ritenendo inammissibile il quesito referendario perché a seguito dell’abrogazione della norma sull’omicidio del consenziente non sarebbe preservata la tutela minima della vita, con riferimento in particolare ai più deboli. Il fine vita rimane una questione ferma ad un palo.
È arrivato il “no” da parte della Corte Costituzionale al referendum sulla cannabis e sull’eutanasia, promosso dall’Associazione Luca Coscioni che aveva raccolto oltre 1 milione e 200 mila firme. Per Marco Cappato si tratta di una brutta notizia “per coloro che subiscono e dovranno subire ancora più a lungo” e “per la democrazia”.
I promotori del referendum ritengono la bocciatura della Consulta una decisione politica, secondo la Corte Costituzionale i quesiti sono inammissibili perché scritti male. Comunque la si pensi, il problema del fine vita rimane tuttora una questione aperta da affrontare, soprattutto per i cittadini gravemente malati che oggi ricorrono all’eutanasia illegale. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Rocco Berardo, avvocato dell’Associazione Luca Coscioni che ha curato il quesito referendario.
- Rocco Berardo, come commenterebbe la bocciatura dei referendum sull’eutanasia e sulla cannabis da parte della Corte Costituzionale?
- La Costituzione italiana garantisce ai cittadini la partecipazione democratica o per via indiretta attraverso il Parlamento oppure attraverso la via diretta promuovendo referendum se lo chiedono 500 mila cittadini. Si tratta di un quesito referendario di natura solo abrogativa: se si supera il 50% più uno dei partecipanti si abroga la legge o porzioni di questa, se vincono i “no” la legge viene mantenuta.
Noi siamo arrivati ad un milione duecento mila cittadini per il referendum eutanasia legale e a seicento mila per il referendum cannabis. Abbiamo portato i cittadini a sottoscrivere queste proposte e a chiedere di modificare in senso più liberale le norme che oggi si applicano sul tema del fine vita da una parte e sull’utilizzo della cannabis dall’altra.
La Corte Costituzionale deve decidere se un referendum è ammissibile o meno. Le regole sono scritte nella Costituzione: non deve essere una legge di bilancio, non deve essere una legge di amnistia e indulto, non deve essere una legge di ratifica dei trattati internazionali. Noi non siamo intervenuti su questo tipo di leggi. La Corte Costituzionale, secondo noi, ha utilizzato criteri che nel tempo ha aggiunto a quelli sopracitati. I criteri usati si prestano ad interpretazioni diverse e quando ci può essere più di un’interpretazione si arriva ad una decisione politica piuttosto che formale. Gli stessi membri della Corte Costituzionale hanno in parte considerato ammissibili questi referendum, la maggior parte di loro li ha invece considerati inammissibili.
- Perché ritenete che sia una decisione politica?
- A fronte di una richiesta di milioni di cittadini per poter andare semplicemente a votare la Corte Costituzionale aveva due opzioni: o far scegliere i cittadini o scegliere lei al posto dei cittadini non facendoli votare. Ha scelto questa seconda opzione.
- Il presidente della Corte Costituzionale ha spiegato la bocciatura dicendo che i quesiti non erano stati scritti bene. Occorreva, secondo Amato, ridimensionare il tema eutanasia alle persone a cui si applica. Cosa ne pensa, secondo lei i quesiti non potevano essere ancora più precisi?
- Quei referendum erano gli unici possibili per determinare l’effetto che il comitato voleva provocare. Tutti quelli a partire dal presidente Amato, secondo cui i quesiti erano scritti male, ci dovrebbero dire allora come sarebbero stati scritti bene. Non c’era alternativa. Secondo molti giuristi erano scritti in maniera perfetta.
In questa zona grigia c’era la democrazia, la volontà di affidare la scelta ai cittadini. Amato obietta facendo l’esempio del ragazzo che ubriaco chiede ad un suo amico di ucciderlo perché si sente depresso: in realtà non sarebbe rimasto impunito a seguito dell’abrogazione. L’abrogazione, ricordo, era parziale, dell’articolo rimaneva in piedi la parte che avrebbe comunque punito questa azione.
Anche in situazioni non così paradossali, cioè quando un famigliare dà la morte ad un altro perché gravemente malato, in Italia la giurisprudenza considera questi casi non come omicidi del consenziente, ma come omicidi volontari puri e semplici condannandoli a 21 anni di reclusione. La giurisprudenza non trova mai il consenso della vittima, il consenso della vittima in caso di omicidio non può essere accertato perché la vittima non c’è più.
Tutti i casi, salvo il consenso medico del diretto interessato, sono pretestuosi. E comunque non c’entrano con quello che avrebbe dovuto fare la Corte, cioè dire se i quesiti erano ammissibili o meno. La Corte non avrebbe dovuto fare un giudizio preventivo di costituzionalità. Questo lo potrebbe fare solo dopo che il Parlamento ha fatto una legge o dopo che il corpo elettorale ha votato per l’abrogazione.
- Il risultato al giorno d’oggi è che non esiste una soluzione, ma il problema persiste. Infatti molti cittadini che si trovano in gravi condizioni di salute e che vorrebbero porre fine alla propria vita ricorrono all’eutanasia illegale. Questo è un fenomeno che andrebbe affrontato urgentemente, no?
-Certamente. Il fatto che molti cittadini in condizioni gravi nelle corsie degli ospedali non abbiano potuto chiedere direttamente al proprio medico di interrompere le proprie sofferenze è una circostanza che lascia i casi veri in mano a procedure clandestine, le quali si prestano ad abusi. Un conto è seguire una procedura legale che è controllata, un altro conto è se si procede all’interno di una zona grigia per cui sarebbe reato. Nessuno controlla e può anche succedere che se ne abusi in modo clandestino. Umberto Veronesi che era a favore di una legge sull’eutanasia, diceva che in Italia l’eutanasia c’è ed è clandestina, quindi sarebbe il caso di renderla legale.
- Quali saranno i vostri prossimi passi?
- Noi continueremo a fare le nostre iniziative con le persone che chiedono ogni giorno delle risposte sia rispetto alle leggi che già ci sono ma che non vengono applicate sia sull’eutanasia. Esiste una sentenza, ottenuta grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato con la storia di Dj Fabo, che consente in Italia una procedura per i malati in determinate condizioni. Questa procedura non copre tutte le patologie purtroppo, come per esempio i malati di tumore, i quali però soffrono di più nel fine vita. Anche nell’ambito di questa procedura si fa fatica a trovare le strutture adeguate.
Noi saremo al fianco dei malati e continueremo le disobbedienze civili, seguiremo iniziative giudiziarie su questo campo affinché venga stabilito il diritto per la persona di poter scegliere su sé stessa. È vero che esiste il diritto alla vita, però non esiste un dovere alla vita contro la tua volontà per cui vieni tenuto in vita quando la sofferenza è incolmabile con qualsiasi procedura medica.
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