Quante dosi di vaccino servono per proteggersi dalla variante Omicron?

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Centro vaccini in un palasport della Calabria - Sputnik Italia, 1920, 18.02.2022
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A novembre del 2021 è stata identificata una variante super contagiosa e in grado di evitare gli anticorpi del coronavirus.
Si tratta della variante Omicron. A quel punto, molti erano già stati vaccinati ed era in corso l’inoculazione della terza dose. Gli esperti si sono chiesti quanto spesso dovrebbero essere somministrati i richiami per proteggersi dai nuovi ceppi.

Che tipo di protezione offrono le 3 dosi?

La risposta immunitaria dopo la vaccinazione è molto simile a quella che avviene con l'infezione, con una differenza importante. In presenza di malattia vera e propria, un intero virus entra nel corpo, mentre la maggior parte dei vaccini usa solo la proteina Spike, con cui il virus si lega a una cellula sana, per innescare una risposta immunitaria. Omicron presenta un numero enorme di mutazioni, più di 30 delle quali sulla proteina Spike. Ecco perché il nuovo ceppo è praticamente irriconoscibile agli anticorpi generati dai vaccini.
La UK Health Safety Authority (UKHSA) ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio, in cui si dimostra che la protezione offerta dai richiami contro il ceppo Omicron sta rapidamente diminuendo. Coloro che sono stati vaccinati con AstraZeneca e poi con uno dei vaccini a mRNA hanno registrato una riduzione dell'efficacia contro l'Omicron dopo 2 o 4 settimane al 60%, e dopo 2 mesi al 40%. Coloro che hanno ricevuto lo stesso vaccino mRNA, Pfizer/BioNTech o Moderna, hanno registrato valori leggermente superiori. Tuttavia, 20-24 settimane dopo la vaccinazione iniziale anche la loro protezione era scesa quasi a 0.
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Alcuni dati provenienti dagli Stati Uniti hanno dimostrato che 6 mesi dopo l’inoculazione della seconda dose, il vaccino mRNA non aveva alcun effetto significativo sul rischio d'infezione da Omicron, mentre la terza dose era in media efficace al 67%.
In tutti i casi, i vaccinati si ammalavano in forma lieve. L'ultimo rapporto dello UKHSA, datato 27 gennaio, riporta dettagli sull'efficacia dei vaccini contro l'ospedalizzazione e la morte in presenza del ceppo Omicron. Il tasso è compreso tra il 50 e l'80% per 6 mesi dopo l’inoculazione di 2 dosi iniziali di qualsiasi farmaco e poi scende al 25-35%. Dopo un richiamo, il tasso di protezione sale al 90-95% per 10-14 giorni, ma poi comincia a scendere di nuovo. Sei mesi dopo il richiamo, l'efficacia dei vaccini contro i casi gravi era in media del 59%.
Il problema è che i richiami non bloccano l'infezione per molto tempo. Di norma, l'immunità garantita dalla terza dose dura meno che quella delle prime 2 dosi. Uno studio recente ha dimostrato che gli anticorpi neutralizzanti sviluppati dopo la terza dose forniscono una protezione contro l'Omicron di soli 4 mesi.

Quarta dose

Dunque, diversi mesi dopo la dose di richiamo, anche chi ha ricevuto la terza dose non è al sicuro dal ceppo Omicron. Pertanto, in alcuni paesi come Israele, Cile, Cambogia, Danimarca e Svezia, ai gruppi a rischio (anziani, operatori sanitari, persone con un sistema immunitario debole) viene offerta una quarta dose.
Secondo i dati preliminari del Ministero della Salute di Israele, il secondo richiamo raddoppia la protezione delle persone oltre i 60 anni contro l'infezione, rispetto a quelle vaccinate con la terza dose, e triplica la protezione contro le malattie gravi e la morte. Questo è dimostrato da un'analisi comparativa di 400.000 persone che hanno ricevuto la quarta dose e 600.000 che sono state vaccinate con la terza. Tuttavia, è passato troppo poco tempo dall'inizio della campagna per trarre conclusioni definitive.
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La speranza dell'immunità cellulare

È normale che il livello di anticorpi formati dal vaccino diminuisca nel tempo, ma c'è anche la memoria immunitaria, ossia la capacità di riconoscere le infezioni passate e produrre anticorpi ad ogni nuovo incontro. Le cellule B e T sono responsabili di questa funzione. Queste cellule ricordano per tutta la vita determinate infezioni, mentre per altre sono necessari “promemoria” regolari sotto forma di richiamo. Gli scienziati hanno trascorso un anno a raccogliere dati da soggetti che avevano contratto il COVID-19 e hanno scoperto che le cellule immunitarie in grado di produrre anticorpi contro il SARS-CoV-2 rimangono nel midollo osseo per un tempo molto lungo, forse per tutta la vita.
Tuttavia, Omicron è anche noto per riuscire a superare parzialmente le difese cellulari. Questo è stato scoperto da ricercatori del Sud Africa e degli Stati Uniti, osservando soggetti vaccinati con 1 o 2 dosi di vaccino Johnson & Johnson o Pfizer/BioNTech.
Si è scoperto che questi soggetti presentavano un tasso di immunità cellulare del 70-80% contro il ceppo Omicron. Questo tasso relativamente alto è dovuto al fatto che le cellule T sono migliori nel riconoscere le varianti mutate rispetto agli anticorpi. Gli scienziati giustificano questo fenomeno con il fatto che i vaccini prevengono eventuali decorsi gravi del COVID-19 anche quando il livello di anticorpi neutralizzanti è basso.

Il futuro della vaccinazione

Il SARS-CoV-2 continua ad evolversi, quindi è improbabile che Omicron sarà l’ultima variante, afferma l'OMS. In una dichiarazione rilasciata l'11 gennaio, gli esperti dell'organizzazione hanno avvertito che "è improbabile che una strategia di vaccinazione basata su ripetute dosi di richiamo della formulazione originale del vaccino sia appropriata o sostenibile". Potrebbe essere una misura d'emergenza per alcuni gruppi a rischio, fino a quando la prossima generazione di farmaci non sarà disponibile.
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Ci si doterà in futuro di richiami da inoculare a cadenza regolare, i quali saranno adattati ai nuovi ceppi (come avviene per l’influenza), oppure avremo dei vaccini polivalenti universali, che funzionano contro tutte le possibili varianti del coronavirus. Gli scienziati stanno attualmente lavorando su entrambe le opzioni e non è ancora chiaro quale la spunterà. La risposta dipende in gran parte dall'effetto desiderato: se i vaccini saranno progettati principalmente per prevenire l'infezione o se il loro scopo è quello di ridurre il rischio di malattie gravi, l'ospedalizzazione e la morte.
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