Funzionari ONU sotto accusa per la morte dell’ambasciatore Attanasio, ma la strada è tutta in salita

© AP Photo / Justin KabumbaLe forze di pace dell'Onu sul luogo dell'assassinio dell'ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio
Le forze di pace dell'Onu sul luogo dell'assassinio dell'ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio - Sputnik Italia, 1920, 13.02.2022
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Dopo un anno dalla morte in Congo dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio arriva una svolta: rischiano di finire sotto processo due dipendenti del World Food Programme (ONU) che secondo la procura di Roma avrebbero responsabilità concrete nella morte dell’Ambasciatore. Un passo avanti, ma la strada è tutta in salita.
A un anno di distanza dall’uccisione in Congo dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci rischiano il processo due membri del World Food Programme, indagati per l’omissione delle più basilari regole di sicurezza e per aver dichiarato il falso nella documentazione riguardante il convoglio.
Finalmente si farà chiarezza sulle responsabilità che hanno portato il 22 febbraio 2021 alla morte dell’Ambasciatore Attanasio? Ad avere diversi dubbi è Matteo Giusti, esperto di Africa, analista per la rivista Limes, autore del saggio “L’omicidio Attanasio, morte di un ambasciatore”, intervistato sulla vicenda da Sputnik Italia.
— Potrebbero finire sotto processo due dipendenti del World Food Programme che secondo la Procura di Roma avrebbero delle responsabilità concrete nella morte dell’Ambasciatore Attanasio. Matteo Giusti, secondo lei è una svolta importante nelle indagini?
— Credo sia un passo importante, perché finalmente si fa qualcosa di concreto. Ci aspettavamo che ci fossero questi due indagati, anche se Rocco Leone, vice presidente del World Food Programme in Congo, è un nome importante, il quale non sembrava poter esser coinvolto.
La magistratura di Roma invece, l’unica che ha continuato ad indagare in maniera seria, è riuscita ad indagare queste due persone attraverso il filone per omesse cautele e mancata organizzazione della sicurezza nei confronti del convoglio.
Le accuse mosse sono diverse:
intanto c’è un falso sulla documentazione, perché gli indagati non avrebbero scritto che al viaggio avrebbe preso parte l’Ambasciatore italiano, quindi le autorità locali non lo sapevano;
inoltre non avrebbero avvertito le Nazioni Unite e i caschi blu della missione in Congo i quali si sarebbero dovuti organizzare per proteggere il convoglio;
infine e soprattutto avrebbero promesso al carabiniere che si occupava della sicurezza dell’Ambasciatore che la sicurezza sarebbe stata aumentata negandogli di utilizzare un mezzo blindato. Si tratta di gravissime carenze organizzative per quanto riguarda la sicurezza. Il rinvio della Procura di Roma accusa i due perché le circostanze dovute alle loro gravi mancanze hanno cagionato la morte dell’Ambasciatore.
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— Non c’è il rischio secondo lei che il World Food Programme ostacoli in qualche modo il processo?
— Il World Food Programme ha già provato ad ostacolare il processo chiedendo l’immunità diplomatica per i suoi membri. La magistratura ed anche il ministero degli Esteri italiani si oppongono a questa immunità perché viene riconosciuta soltanto per reati e persone in Italia.
Trattandosi di Congo la nostra magistratura non riconosce l’immunità.
Il World Food Programme non vuole che vengano processate persone del loro gruppo perché la ritengono un’offesa grave e tenteranno in tutti i modi di evitare il processo tanto che il responsabile congolese della sicurezza è già stato spostato in Madagascar e tutti i membri del convoglio sono stati spostati o all’estero o in province remote del Congo per mettere in difficoltà la magistratura italiana in termini di interrogatori.
— I parenti dell’Ambasciatore Attanasio ripongono fiducia nella magistratura italiana, ma esprimono anche paura perché il processo venga ostacolato. Quali sono le prospettive secondo lei?
— Io penso che la magistratura di Roma cercherà di fare tutto il possibile per portare avanti questo processo, ma ha poco in mano, perché mancano le prove di quello per cui vengono accusati i membri del World Food Programme. La magistratura non riuscirà facilmente a interrogarli, non riesce nemmeno ad inviare i carabinieri in Congo per raccogliere prove, perché il governo del Congo non glielo permette. Sarà a mio avviso un processo molto difficile e non sono così sicuro che ci sarà una fine.
— La strada è tutta in salita per arrivare alla verità quindi?
— Ci sono due filoni. Quello dell’omesso controllo e della mancata sicurezza. Il primo filone sarebbe quello per omicidio e terrorismo, così l’ha definito la magistratura di Roma. Dietro agli arresti dei presunti aggressori che ci sono stati le settimane scorse in Congo non ci sono prove. La magistratura di Roma ha chiesto i verbali, ma non sono stati ancora inviati, perché non credono che siano veramente i colpevoli. Il rischio è che abbiano preso quattro delinquenti di strada e che gli abbiano dato la colpa per farsi belli difronte al mondo.
In Congo non hanno interesse a risolvere il caso e dall’Italia è impossibile riuscire a risolvere un caso avvenuto in una provincia così remota della Repubblica Democratica del Congo. Credo che non troveranno mai gli assassini veri né il mandante. Credo sinceramente che non vinceremo nemmeno la battaglia contro il Food Programme, sicuramente colpevole per quanto riguarda la sicurezza.
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