Debito pubblico nei paesi poveri, la pandemia porta a rischio insolvenza

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La pandemia imperversa ormai da 3 anni ed è tempo di pagare i propri debiti, ma per i paesi poveri questo è un compito quasi impossibile. I creditori potrebbero non essere d'accordo con la ristrutturazione di questi debiti, nessuno conosce l’importo esatto dei prestiti.
Secondo la Banca mondiale, registreremo presto un’ondata di default di paesi sovrani. Sputnik ha cercato di capire se questo imminente scenario porrà fine o meno alla ripresa dell’economia globale.

Debito accumulato

Il significativo aumento della spesa pubblica durante l’epidemia si è tramutato in un forte aumento del debito pubblico totale: 300.000 miliardi di dollari, quasi il 350% del PIL mondiale. Si tratta di un massimo storico.
Come sottolineano gli esperti della Banca Mondiale, le 74 nazioni più povere dovranno pagare 35 miliardi nel 2022, ossia il 45% in più rispetto al 2020 (gli ultimi dati disponibili).
La situazione è particolarmente grave nello Sri Lanka. L'agenzia di rating internazionale S&P Global ha già declassato i suoi titoli sovrani. Anche Ghana, El Salvador, Tunisia e una decina di altri paesi africani compaiono nella lista nera.
Secondo gli esperti della Banca Mondiale, il rischio di crisi del debito è sorto anche perché il denaro è stato preso a prestito sui mercati dei capitali, piuttosto che dalle istituzioni internazionali.
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La riduzione dei tassi d'interesse operata dalle banche centrali mondiali ha reso i prestiti relativamente economici. Ora, però, la politica monetaria sta registrando più o meno ovunque un giro di vite, rendendo sempre più costoso il rifinanziamento del debito.
Gli esperti di mercati emergenti della M&G Investments invitano ad affrontare tempestivamente il problema. Tra le opzioni possibili c'è la sospensione delle rate del prestito.
A complicare le cose c'è il fatto che gli investitori non conoscono la reale entità del debito. Come sottolineano gli economisti della Banca Mondiale, il 40% dei paesi a basso reddito non ha rilasciato alcun dato rilevante in tal senso.
L’iniziativa del Debt Service Suspension Scheme (DSSI), creata per i paesi più poveri dal G20, coinvolge creditori privati ed estende il periodo di rimborso su 6 anni.
Nel 2020 il Ciad e lo Zambia hanno chiesto di ricorrere a questa procedura, ma non hanno potuto fornire informazioni esatte su quanto devono e a chi. I consulenti finanziari esterni hanno appurato questi “dettagli” solo 6 mesi dopo.

Creditori in attesa

La quota dei paesi in difficoltà nel PIL globale è piccola, sostengono gli analisti, e il loro debito aggregato è esiguo, se raffrontato con i volumi della finanza globale.
Tuttavia, molto dipende da quanto saranno consistenti le perdite per i creditori stessi. La Russia è tra questi. Particolarmente indebitati sono la Cina (149 miliardi di dollari) e il Giappone (107 miliardi di dollari).
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Il più grande debitore della Russia è la Bielorussia (8,1 miliardi) e anche Bangladesh (2,4), Venezuela (1,8), India (1,7) e Vietnam (1,6) sono tra i primi 10 paesi più indebitati con la Federazione, mentre Invece, i debiti di Yemen, Afghanistan, Serbia e Siria sono meno cospicui.
"Tuttavia, la maggior parte delle transazioni va oltre le semplici relazioni finanziarie, quindi non è lecito parlare di vulnerabilità di Mosca relativamente a problematiche di concessione dei prestiti: infatti, le entità economiche nazionali non dipendono direttamente da essa", spiega Alexander Semyonov, professore associato al Dipartimento di Economia dell’Università russa dell’amicizia tra i popoli.
"Nel 2020, Belize, Argentina, Ecuador, Libano, Suriname e Zambia sono falliti, ma questo non ha creato difficoltà per i buoni creditori. E la Russia è una di questi”, ricorda Anton Prokudin, macroeconomista della società di gestione Ingosstrakh Investments.

Perdere il controllo

Tuttavia, i debitori non avranno vita facile. Nel 2020 gli economisti Carmen Reinhart (Harvard University), Sebastian Horn (Ludwig-Maximilian University di Monaco) e Christoph Trebesch (Kiel Institute for World Economics) stimano che la Cina abbia trasferito segretamente oltre 200 miliardi di dollari ai paesi poveri in via di sviluppo. A causa di questo prestito sommerso, valutare i rischi è difficile.
Sono stati contratti prestiti principalmente per finanziare progetti infrastrutturali. A differenza delle organizzazioni internazionali, come il FMI e la Banca Mondiale, Pechino dà soldi a condizioni commerciali e chiede che queste non siano divulgate.
Le implicazioni sono ovvie. La Cina, in qualità di uno dei principali finanziatori, assumerà la proprietà di questi progetti infrastrutturali. Lo Sri Lanka, per esempio, ha perso il controllo di un porto strategicamente importante.
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"Questa tendenza sarà probabilmente contrastata dagli Stati Uniti, dunque vedremo la comparsa di nuovi giochi geopolitici. Ora, con l’espressione di ‘debito non trasparente’ si intendono essenzialmente i prestiti cinesi emessi con garanzie statali", spiega Vitaly Mankevich, presidente dell'Unione russo-asiatica degli industriali e degli imprenditori.
La Russia, aggiunge l’esperto, potrebbe cercare di aumentare la sua influenza nella regione come terza forza principale.

Reazione a catena

In ogni caso, l'economia mondiale nella fase di ripresa post-pandemia non può avere problemi di indebitamento. I default dei "poveri" limiteranno le risorse di prestito per tutti i paesi in via di sviluppo. Anche paesi a medio reddito come il Libano, la Malesia e la Turchia hanno contratto debiti a tassi bassi durante la pandemia e ora faticano a ripagare questi prestiti.
I costi di finanziamento potrebbero aumentare anche in Russia, sebbene Mosca non abbia problemi di indebitamento.
"Le riserve statali coprono tutto il debito esterno, il livello del debito è sostenibile (circa il 20% del PIL), la necessità di finanziamenti esterni è limitata", chiarisce Mikhail Bespalov, analista di KSP Capital.
L'instabilità geopolitica è un'altra cosa. Gli analisti del World Economic Forum (WEF) avvertono: a causa dei debiti esorbitanti e del costo crescente della loro estinzione, far fronte alle conseguenze economiche della pandemia e finanziare il welfare diventerà sempre più difficile. Si intensificheranno le stratificazioni sociali.
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Il risultato potrebbe essere una vera e propria "crisi dei mezzi di sussistenza". Gli stati ricchi vedranno un afflusso di rifugiati. Gli esperti credono che nel prossimo decennio la migrazione economica forzata sarà una delle principali minacce, con tutti i nuovi conflitti geopolitici che ne conseguono.
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