Covid e Lockdown, come il virus influisce sulla psicologia degli adolescenti?

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Dott.ssa Maddalena Castelletti – psicologa clinica e del pronto soccorso psicologico Covid-2019 - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2022
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La mancanza di libertà che abbiamo vissuto e, in parte, stiamo vivendo a causa del Covid rappresenta per gli adolescenti un importante disagio.
L'incidenza di disturbi come depressione e ansia è raddoppiata, rispetto a prima della pandemia, e sono aumentati anche i disturbi alimentari, è cresciuta la dipendenza da TV, chat, smartphone e videogame. Per gli esperti, questi fenomeni sono direttamente correlati alle restrizioni.
A lanciare l’allarme sono diversi studi, portati avanti in questi mesi da associazioni di pediatria, psicologia e di genitori. In particolare, il Congresso nazionale della Società Italiana di Neuro-Psico-Farmacologia (Sinpf) ha pubblicato sul tema un’ampia analisi a fine gennaio.
Come gli adolescenti vivono questo tempo di restrizioni? Quanto è "costata" loro la pandemia? Per parlarne, Sputnik Italia ha raggiunto la dottoressa Maddalena Castelletti, psicologa clinica, esperta in Neurobiofeedback e responsabile del servizio di salute mentale presso MAGENTA MEDICAL CENTER Milano, che durante la prima ondata della pandemia ha lavorato presso il pronto soccorso psicologico Covid-2019.
- Dott.ssa Castelletti, quali ricadute potrebbero avere la quinta ondata della pandemia e l’isolamento sociale a cui i ragazzi sono stati costretti per un lungo periodo sulla salute mentale degli adolescenti e sul futuro della cosiddetta Gen-Z?
- Vorrei partire con una precisazione fondamentale: mentre la solitudine è un concetto soggettivo, ovvero la discrepanza tra la rete sociale disponibile e quella desiderata, l'isolamento sociale è invece oggettivo, in quanto consiste nell’avere una rete sociale insufficiente, misurata per quantità e qualità delle interazioni sociali, frequenza di contatto con gli altri e dal supporto che la persona può ricevere.
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È fuor di dubbio che le restrizioni imposte a bambini e adolescenti durante il periodo pandemico hanno creato isolamento sociale nel loro contesto di vita, che dovrebbe invece essere fisiologicamente improntato alle relazioni tra pari e/o con adulti di riferimento esterni al contesto strettamente famigliare.
La ricerca scientifica psicologica ha ampiamente dimostrato che sperimentare isolamento in età evolutiva porta gli individui ad incolpare maggiormente sé stessi per i loro problemi relazionali, interiorizzando sentimenti negativi come bassa autostima e umore depresso.
Le esperienze isolanti creano reazioni neurobiologiche di paura e pericolo, oltre che di semplice tristezza; ad esempio aumento dell'attenzione per le minacce, aumento del tono simpatico del sistema nervoso autonomo, un'attivazione del sistema di risposta dello stress, calo delle difese immunitarie, cattiva qualità del sonno e maggiore espressione dei geni che regolano i processi infiammatori.
Purtroppo, la letteratura scientifica e l'esperienza clinica ci dicono la stessa cosa: dovremo aspettarci giovani più esposti a sviluppare disturbi psicologici, psichiatrici e anche organici (malattie fisiche).
- Di che cosa si lamentano i ragazzi e le ragazze che si rivolgono a Lei? Hanno paura di ammalarsi o di morire?
- I pazienti che fanno accesso all'ambulatorio che coordino manifestano disturbi prevalentemente riconducibili alla depressione e all'ansia, con soventi attacchi di panico.
Ciò che accomuna quasi tutti è la difficoltà, o addirittura l'impossibilità, di individuare una causa del proprio malessere. Stanno molto male e non sanno dire perché, se non in modo vago e generico.
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Nelle precedenti ondate, alcuni manifestavano timore di ammalarsi o di morire, oltre ovviamente alla preoccupazione per i propri cari.
Adesso sono arrabbiati e arrivano a criticare apertamente le scelte che li riguardano, fatte a livello governativo (regole sulla scuola, chiusura delle discoteche, ecc). Fanno generalmente maggiore fatica a controllare gli impulsi di varia natura, fino a veri e propri episodi di discontrollo della rabbia, anche con agiti violenti verso sé stessi o verso altri.
Temono inoltre di non avere sufficienti risorse per "resistere" fino alla fine della pandemia e di “impazzire”.
Esemplificativo è il caso di un paziente quindicenne, che insisteva per la prescrizione di sedativi da assumere allo scopo di addormentarsi profondamente quando si fosse sentito troppo vicino alla “follia”.
- Secondo alcuni Suoi colleghi, la DAD da un lato offre grandi opportunità ai ragazzi che non possono recarsi a scuola a causa del Covid-19, ma dall'altro porta con sé alcune conseguenze in ambito psicologico. Può, per esempio, creare un senso di disorientamento e di disagio, ma anche causare i disturbi alimentari. Lei è d'accordo?
- I disturbi psichici hanno sempre alla base un interplay complesso di cause, quali una base genetica/di familiarità, fattori socio-culturali, ambiente, indole e storia di vita.
Certamente il periodo pandemico rientra nei fattori sopracitati come elemento peggiorativo e fattore precipitante di disturbi di ogni tipo.
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Come detto, ogni forma d'isolamento e i corrispettivi vissuti emotivi sono fattori di rischio importanti e documentati nello sviluppo di psicopatologie e ciascun individuo tenderà a sviluppare disturbi diversi a seconda degli altri fattori predisponenti individuali.
In merito ai disturbi alimentari, va detto che essi sono spesso un sintomo di disagio più profondo, come ad esempio disturbi del funzionamento della personalità o importanti oscillazioni del tono dell’umore.
Non è possibile, con i dati clinici attuali, affermare che vi sia una correlazione causale tra aumento dei DCA (disturbi della condotta alimentare) e DAD, ma certamente l'incidenza di queste patologie è aumentata concomitantemente all’isolamento sociale dei giovanissimi.
- Secondo il MOIGE (Movimento Italiano Genitori), da quando è scoppiata l’emergenza pandemica (escluso l'impegno per la DAD), il tempo trascorso davanti ai dispositivi tecnologici è aumentato del 67%. Questo vuol dire che il fenomeno hikikomori sta prendendo piede anche in Italia?
- Con il termine hikikomori si tende a descrivere una particolare sindrome che colpisce giovani e giovanissimi. “Stare in disparte, isolarsi” è il significato della parola hikikomori, termine giapponese che deriva dal verbo hiku (tirare indietro) e komoru. Sebbene non sia ancora stato inserito nelle diagnosi ufficiali, è un termine giapponese che descrive un particolare disturbo psichiatrico che si manifesta attraverso ritiro sociale, auto-esclusione dal mondo esterno, isolamento e rifiuto totale non solo per ogni forma di relazione, fino al rifiuto della luce solare, arrivando ad oscurare le finestre.
La vita dei giovani con questo tipo di disturbo si svolge quasi esclusivamente all’interno della loro casa o camera da letto. Le uniche interazioni con l’esterno avvengono attraverso internet, attraverso l’utilizzo di chat e social network.
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Il dibattito clinico sul fatto che si tratti di una patologia a sé stante, oppure sia espressione estrema di altri disturbi di natura ansioso-depressiva è aperto e attuale.
Certamente, un uso esasperato di dispositivi tecnologici IN SOSTITUZIONE (e non come compendio) di relazioni sociali in presenza, è un fattore di rischio che, unito all'isolamento sociale obbligato, può condurre gli individui con maggiore fragilità a sviluppare patologie molto gravi.
Il punto focale non è quindi la tecnologia in sé, ma il ruolo sociale che essa riveste.
- Il ruolo dei genitori resta fondamentale, ma, obiettivamente parlando, oggi proteggere i propri figli è molto più difficile che 5 anni fa. Come si può aiutare gli adolescenti a coltivare la speranza nel futuro e riprendere gli essenziali rapporti sociali, secondo Lei?
- Ai bambini e agli adolescenti non occorrono genitori "perfetti" e idealizzati, ma adulti che siano capaci di mostrare come gestire le emozioni negative e i vissuti correlati (fatica, dolore, frustrazione e rabbia).
Ciò che possiamo fare per sostenere chi sta crescendo è usare il più possibile un lessico emotivo autentico, che si focalizzi sul "come ci si sente" prima ancora che sul “cosa o sul risultato”.
Non ha senso informarsi, ad esempio, su un voto scolastico, senza soffermarsi sull’emozione che lo accompagna.
Non chiediamo: "cosa hai fatto oggi a scuola?", ma piuttosto: “come stai dopo questa giornata?".
Nell'epoca della prestazione ad ogni costo e della "resilienza glorificata", è difficile ammettere di sentirsi esausti e smarriti.
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Un bambino che vede il genitore capace di chiedere aiuto quando gli occorre, sarà un bambino che non vive la necessità di aiuto come un fallimento e non si giudicherà negativamente se ne avrà bisogno a sua volta.
Informiamoli sull'importanza della salute mentale e sosteniamoli nella prevenzione, magari offrendo loro una rosa di possibilità che li avvicinino a servizi dedicati.
L'opinione dell'autore potrebbe non riflettere la posizione della redazione
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