Caro-bollette, Cursano (Confcommercio Toscana): “Le imprese cadono come birilli”

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Contatore del gas - Sputnik Italia, 1920, 11.02.2022
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Dal Covid al caro-bollette: le imprese da sole non resistono e chiudono. È in atto, infatti, una nuova “pandemia”, quella dei rincari per l’energia, che soffocano gli imprenditori e le famiglie. A rischio l’intero sistema Paese, che si fonda sulle piccole e medie imprese, che senza entrate si ritrovano a dover pagare bollette disumane.
Un nuovo decreto energia dovrebbe arrivare la prossima settimana, stando agli annunci del premier Draghi. Si tratta di un provvedimento con l’obiettivo di calmierare gli aumenti di gas e luce, che hanno toccato le stelle. Tagliare gli oneri di sistema è una misura sufficiente per salvare il tessuto imprenditoriale italiano sull’orlo del baratro?

“Oggi è a rischio l’intero modello produttivo e distributivo del nostro Paese che da solo non riesce a resistere. Non è solo un problema del negozio, del bar e dell’artigiano, è un problema di tutto il sistema economico, della tenuta del nostro mondo di imprese, su cui l’Italia si fonda”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia Aldo Cursano, imprenditore nel settore turismo, presidente di Confcommercio Toscana.

- Aldo Cursano, possiamo dire che il caro bollette è il colpo di grazia per le imprese, già duramente colpite dalla pandemia?
- È la tempesta perfetta, possiamo dire che stavamo in terapia intensiva da un punto di vista economico, al posto di ricevere dell’ossigeno per poter resistere ci arriva un’ulteriore pandemia energetica, che si aggiunge alla crisi economica e sanitaria. È uno scenario da guerra, dove però il nemico non è identificabile. Nonostante i grandi sacrifici delle famiglie e delle imprese, ma anche dei governi, che cercano in qualche modo di salvaguardare la salute dell’economia, i fatti mostrano che dopo due anni siamo ancora nei guai. Le imprese più fragili cadono come birilli, il sistema produttivo e distributivo è in una crisi profonda, le imprese stanno chiudendo. Qui c’è il momento della responsabilità. Per quanto riguarda l’energia, nonostante le misure del governo, l’aumento della componente energetica per il nostro settore è mediamente del 76%.
- Le imprese ricevono dei sostegni?
- Il governo è intervenuto nell’abbattere solo la parte di costo di sistema. Sono dei costi che rispetto all’aumento rappresentano un abbattimento di nemmeno un terzo. Rimane comunque un 76%, che si aggiunge al costo ordinario. Nel 2021, il mondo delle imprese aveva un costo energetico di 11,3 miliardi, nel 2022, con questa lievitazione dei costi su ogni kilowatt, siamo arrivati a 19,9 miliardi. Parliamo quindi di 8,6 miliardi in più! Gli stanziamenti del governo coprono solo una piccola quota.
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Le imprese hanno perso fatturati nel 2020 per 130 miliardi, nel 2021 per 63 miliardi. Se si aggiunge il costo energetico al calo del turismo e dei consumi, è chiaro che le uscite superano enormemente le entrate; le imprese non stanno più economicamente in piedi.
- Qual è la prospettiva? Che cosa rischiano le imprese?
- Oggi è a rischio l’intero modello produttivo e distributivo del nostro Paese, che da solo non riesce a resistere. Non è un problema del negozio, del bar, dell’artigiano, è un problema di tutto il sistema economico, della tenuta del nostro mondo di imprese, su cui l’Italia si fonda. Le nostre dimensioni sono piccole, le nostre micro imprese sono straordinarie, perché hanno l’unicità nella relazione umana, nell’accoglienza. L’Italia è bella, perché mantiene l’umanità al centro del suo modo di vivere, ma quel modello è molto fragile da un punto di vista economico. Dietro queste imprese non ci sono grandi capitali, c’è la passione, l’amore, l’orgoglio di famiglie e di giovani che si mettono in proprio, cercando di dare un servizio. Dopo due anni non riescono più a resistere. Ecco perché il problema è del Paese e non delle singole imprese.
- Quali misure occorrono per risolvere questa tragica situazione, al di là dei fondi promessi dal governo?
- Secondo me una cosa che potrebbe realmente contribuire a salvare le imprese è il congelamento di ogni fonte di costo, in attesa di una vera, reale e duratura ripresa. Ogni fonte di costo che un’impresa ha è la ridistribuzione di ricchezza prodotta attraverso il lavoro. Se in questi due anni i numeri certificano che non c’è ricchezza da ridistribuire, è inutile chiedere alle imprese di onorare impegni, mutui, finanziamenti, costi, fiscalità. Le imprese non sono nelle condizioni di poter lavorare.
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La priorità è mantenere un equilibrio sociale, salvare una civiltà, un modello economico e distributivo. Se questo sistema oggi non ce lo possiamo permettere, perché la macchina non sta producendo, si può arrivare allo scontro sociale. La gente deve mangiare, si deve riscaldare. Bisogna dire che fermiamo tutto, facciamo tutti dei sacrifici, ma salviamo le imprese, le competenze, i know-how. Se un domani si riparte, ma noi non abbiamo le imprese né le strutture, non agganceremo mai la ripresa.
Bisogna congelare i mutui, i finanziamenti, bloccare le rendite dalle locazioni e la fiscalità. Non ci sono entrate, quindi non ci possono essere uscite. Manca la residenza, la vita sociale nei centri storici, in questi due anni le città sono in una crisi incredibile. Adesso le sto parlando dal mio caffè, non c’è nessuno. Siamo aperti, teniamo le luci per spirito di sacrificio. I negozi sono vuoti, gli alberghi vuoti. Chi non ha soldi ha dovuto chiudere. È un problema del Paese, di un intero sistema.
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