La Libia ad un salto nel buio

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Il presidente della Camera dei rappresentanti della Libia orientale, Aquila Saleh - Sputnik Italia, 1920, 10.02.2022
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Approfondimento
Dopo il naufragio delle elezioni presidenziali, il parlamento di Tobruk e il premier sono ai ferri corti. I deputati e il presidente Saleh vogliono le dimissioni di Dabeibah e puntano sull’ex ministro Bashaga, per approvare una nuova Costituzione ed eleggere un presidente entro 14 mesi, ma il premier rifiuta di andarsene ed è pronto allo scontro.
La Libia è di nuovo sull’orlo del caos e rischia di ritrovarsi, fin da domani, con due governi pronti a disputarsi un paese già diviso a metà. La nuova crisi si apre giovedì 10 febbraio a Tobruk, dove il parlamento, eletto nel 2014, deve decidere se garantire la propria fiducia all’attuale premier Abdul Hamid Dabeibah o eleggere al suo posto l’ex ministro degli interni Fathi Bashaga.
La scelta rischia di arrestare la normalizzazione del Paese, avviata dopo il cessate il fuoco dell’autunno 2020, che mise fine al tentativo del generale Khalifa Haftar di conquistare Tripoli e cacciare il Governo di unità nazionale dell’allora premier Fayez al-Sarraj. Un governo in cui Fathi Bashaga era stato il potente ministro degli interni.
La nuova crisi è per molti versi surreale. Pur di conquistare la carica di premier, l’ex-ministro degli interni punta sull’alleanza con Aguila Saleh, presidente di un parlamento che lo stesso Bashaga contribuì a sloggiare da Tripoli, quando, nell’agosto 2014, partecipò con le forze islamiste di Alba Libica alla presa di Tripoli. Un colpo di mano che sancì la divisione del Paese e costrinse all’esilio i deputati eletti mesi prima.
Ma per comprendere la ragioni dell’ultima crisi, bisogna partire dall’epilogo di un’altra, ovvero il naufragio delle elezioni presidenziali fissate per lo scorso 24 dicembre. L’organizzazione del voto spettava al premier Dabeibah e gli era stata conferita nell’ambito del processo, guidato dalle Nazioni Unite, che portò, un anno fa, alla sua designazione.
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Proprio intorno a questo cavillo si dipana la nuova pericolosa disputa avviata da Saleh, con il sostegno della maggioranza relativa dei deputati ancora in carica a Tobruk. Secondo il presidente del Parlamento, il mandato di Dabeibah sarebbe scaduto il 24 dicembre, termine entro il quale doveva garantire lo svolgimento delle presidenziali. Da quel fallimento - secondo la soluzione indicata e votata da 60 deputati del Parlamento di Tobruk - deriverebbe la necessità di nominare un nuovo premier per avviare, entro 14 mesi, un referendum su una nuova Costituzione e procedere quindi all’elezione presidenziale.

Un percorso non condiviso da Dabeibah, che attribuisce il naufragio delle presidenziali alle regole inaccettabili imposte dal Parlamento e dichiara di non voler farsi da parte. “Non accetterei alcuna nuova fase di transizione o autorità parallela” - spiega il premier, assicurando di esser pronto a consegnare il potere solo a "un governo eletto". Il premier se la prende, inoltre, con una "classe politica delle mire egemoniche” e con i "mercanti d'illusioni", che "hanno rubato il sogno di 2,5 milioni di elettori", dopo il rinvio delle presidenziali.

Su Twitter, invece, accusa Bashaga di guidare un complotto, organizzato assieme al generale Khalifa Haftar e con i fratelli Musulmani. “I militari e la Fratellanza - scrive - stanno cercando di dividersi il potere, ma non retrocederemo e non concederemo nulla fino alle elezioni”. Le accuse potrebbero suonare singolari, visto che la Fratellanza Musulmana, a cui si dice sia stato legato anche Dabeibah, rappresenta a parole il nemico giurato di Haftar.
Fathi Bashaga, un ex pilota dell’aviazione originario di Misurata, entrato nel Consiglio Militare della città allo scoppio degli scontri anti-Gheddafi, è invece considerato da sempre un militante della Fratellanza. Questo non gli ha impedito, da ministro degli Interni, di dialogare con Haftar. Da quel dialogo sarebbero emersi gli accordi che permisero - a metà 2021 - alcuni pattugliamenti congiunti nel sud del paese tra le milizie di Misurata vicine a Bashaga, come il 166° battaglione per la Sicurezza e la Protezione e il Battaglione Tariq bin Ziyad, legato a Saddam Haftar, figlio del generale.
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Un rapporto apprezzato dalle Nazioni Unite, in quanto propedeutico all’integrazione delle milizie in una unica vera forza armata. Proprio per questo, è difficile capire se le Nazioni Unite e la comunità internazionali puntino ora su Bashaga o su Dabeibah. Il silenzio e il riserbo che hanno accompagnato l’incontro a Roma tra la Consigliera Speciale del Segretario Generale Onu per la Libia Stephanie Williams e il ministro degli esteri Luigi Di Maio fanno pensare a una posizione non ben definita.
Soprattutto da parte di un’Italia che in questi mesi ha sicuramente sviluppato un sostanziale dialogo con Dabeibah, ma ha anche avuto buoni rapporti in passato con Bashaga. Se la conferma di Dabeibah garantisce la continuazione del processo di normalizzazione, dall’altra non bisogna dimenticare che la nomina, un anno fa, dell’attuale premier da parte dei delegati libici scelti dalle Nazioni Unite rappresentò un’autentica doccia fredda.
Fino all’ultimo, tutti - e soprattutto l’inviata dell’Onu Stephanie Williams, già ex-incaricata d’affari USA in Libia - puntavano su Fathi Bashaga come premier e su Aguila Saleh come presidente. Di fronte all’inatteso risultato, molti non esitarono ad ipotizzare una possibile compravendita dei voti gestita da Alì al Dabaiba, il cugino del premier responsabile, ai tempi di Gheddafi, degli investimenti stranieri in Libia e garante dei contratti di costruzione per oltre 19 miliardi di dollari concessi a quei tempi alle aziende turche.

Se la “trombatura” di Saleh rappresentò un vero smacco per l’Egitto, l’inatteso risultato non rappresentò un problema per la Turchia, legata a doppio filo sia a Dbeibah, sia a Bashaga. Con Dabeibah rischiano però di saltare un anno di accordi e intese internazionali con il governo libico.

E si allargano i tempi per il compimento del processo di normalizzazione. Non solo perchè 14 mesi per varare una costituzione, sottoporla a referendum e eleggere un presidente sono oggettivamente pochi, anche per paesi meno complessi della Libia, ma anche per il timore che la nuova frattura rimetta in gioco quelle milizie e quelle interferenze esterne che tutti, a parole, giurano di voler cancellare.
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