Non piove, governo ladro! Ma il cambiamento climatico non è tutta colpa dell'uomo

© AFP 2022 / Marco SabadinSiccità a Venezia
Siccità a Venezia - Sputnik Italia, 1920, 08.02.2022
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Più sento parlare di cambiamento climatico causato dall’azione dell’uomo e più sento crescere in me il dubbio.
Che il nostro pianeta stia oggi vivendo uno di quelle importanti (e cicliche) variazioni del clima è possibile, seppur fenomeni di questo genere sono valutabili con certezza solamente sull’arco dei secoli e non dei decenni.
Le mie perplessità nascono piuttosto dal fatto che siano proprio le attività dell’uomo i fattori determinanti che lo causano.
Per sgombrare il campo dagli equivoci dico subito che considero l’inquinamento dell’aria, delle acque e l’estinzione di altre specie viventi come un male da combattere e che tutto ciò che può essere utile a migliorare e ottimizzare la coesistenza del genere umano con le altre manifestazioni della natura è da me considerato benvenuto e perseguibile.
Detto ciò, vorrei elencare alcuni dei motivi che suscitano in me tanti dubbi, nonostante quello che alcuni scienziati o sedicenti tali sembrano affermare con grande sicumera. Che costoro siano maggioranza o minoranza tra i presunti esperti ha una importanza relativa, poiché siamo abituati nella storia dell’umanità a dover constatare che spesso anche molti “sapienti” si sono sbagliati e magari si sono pure intestarditi nell’errore.
La vulgata dominante sostiene che la causa dell’innalzamento delle temperature sia strettamente legata all’incremento della presenza di CO2 causata dalle attività umane.

Ebbene, due tra i Paesi più “creatori” di tale gas sono India e Cina, ma questi due grandi Paesi sono anche quelli che stanno avendo la maggiore crescita mondiale di aree verdi.

I satelliti della Nasa “Terra and Aqua”, dotati di uno spettro-radiometro ad hoc, hanno osservato ogni giorno tutte le località della Terra negli ultimi vent’anni.
È stata una sorpresa scoprire che le superfici coperte da vegetali (alberi e coltivazioni varie) sono aumentati del 5% tra il 1995 e il 2019. Tale incremento, per dare un’idea, corrisponde da solo a tutta la superficie coperta dalla foresta pluviale amazzonica. In altre parole è come se sulla Terra si fosse creato un altro polmone verde grande almeno quanto quella foresta equatoriale.
Ancora più sorprendente è vedere che il 25% di quell’incremento è avvenuto tutto in territorio cinese. Di poco inferiore la percentuale che riguarda l’India. Tirando le somme globali, si può affermare con certezza che un terzo delle aree vegetali terrestri stiano diventando più verdi mentre quelle desertiche crescono solo del 5%.
Perché questa osservazione è importante?
Perché una delle attività dei vegetali è proprio quella di assorbire l’anidride carbonica rilasciando in cambio l’ossigeno per noi indispensabile. Un altro fattore importante che può aiutare a cogliere l’importanza dell’evento è che tutti gli agronomi sanno che la presenza di una maggior quantità di CO2 stimola la crescita delle piante, tanto è vero che in alcune serre si immette artificialmente la CO2 per migliorare il rendimento delle coltivazioni.
Che in India ed in Cina si emetta più CO2 è forse (involontariamente) causa del maggior rinverdimento di quelle aree?
Altra osservazione: il momento di massima industrializzazione del nostro pianeta si è riscontrato dalla fine della guerra fino alla metà degli anni settanta. In quello stesso periodo i dati ci dicono che le temperature medie non sono salite e anzi sono calate.
Ancora: gli “esperti” dicono che la presenza di CO2 nell’aria è andata sempre aumentando dalla fine del secolo scorso fino al 2012.
Come mai è risaputo che in quegli stessi anni il riscaldamento globale sia entrato in una fase detta di “stallo” e cioè non è per nulla cresciuto?
Mettiamo comunque da parte i miei dubbi ammettendo che siano soltanto frutto della mente di un profano e diamo per assodato che sia davvero l’anidride carbonica la responsabile principale dell’angoscia climatica che stiamo vivendo.
© AFP 2022 / National Institute of information and communication (Japan)Eruzione del vulcano a Tonga
Eruzione del vulcano a Tonga - Sputnik Italia, 1920, 08.02.2022
Eruzione del vulcano a Tonga
I valenti “scienziati” che sono tanto sicuri della responsabilità umana nella sua esistenza si sono presi la briga di calcolare quanta anidride carbonica (ed altri gas potenzialmente responsabili dell’effetto serra) si sono formati e sono entrati nella nostra atmosfera durante l’eruzione del vulcano Hunga-Tonga-Hunga-Hapai, al largo della costa dell’isola di Tonga?
Di certo quell’eruzione e le conseguenti emissioni non hanno nulla a che fare con il risultato di attività umane.
Quel vulcano si è risvegliato nel Dicembre 2021 ed ha eruttato un mese dopo. Solitamente, i vulcani espellono lava per diversi giorni ma in questo caso tutto è accaduto in pochi minuti.
La potenza di quella esplosione è stata calcolata dalla Nasa essere 500 volte più potente della bomba atomica di Hiroshima. Il suono è stato sentito fino in Canada e le onde acustiche infrasonore sono state captate dagli strumenti di tutto il mondo.
La nuvola di cenere si è alzata a una ventina di chilometri nella stratosfera causando massicce vibrazioni rilevate dai satelliti. Centimetri di spessore di quella polvere si sono depositate perfino in Perù. Le onde gravitazionali atmosferiche derivate dall’esplosione hanno fatto il giro del mondo più volte modificando al loro passaggio la pressione atmosferica ed influendo quindi, in tanti e diversi modi, sul clima locale.
Per dare un esempio, secondo il National Weather Service, a Seattle negli Stati Uniti il picco della pressione è stato così forte da dissipare totalmente la nebbia locale tradizionale per quel periodo dell’anno.
Oltre alle onde acustiche gravitazionali l’eruzione ha generato infrasuoni, onde di Lamb e oscillazioni elettromagnetiche nella ionosfera. Quanto questi eventi (che sono stimati accadere sul nostro pianeta con quella forza ogni mille anni circa) hanno influenzato il clima e gli eventi che ancora oggi ci colpiscono?
A seguito di quella eruzione i satelliti hanno constatato che le scariche elettriche statiche generate negli strati inferiori dell’atmosfera hanno causato più di 60.000 fulmini nei quindici minuti dopo l’inizio dell’esplosione. Il calcolo esatto li ha stimati in 70 fulmini al secondo.
Ancora sette giorni dopo l’eruzione i satelliti geostazionari GOES-16 e GOES 17 hanno rilevato che le onde acustico-gravitazionali continuavano a diffondersi e ruotavano intorno al globo per la decima volta.

Quali conseguenze possono avere sul clima terrestre?

Infine (ma sinceramente potrebbe non essere tutto), si fa strada nei paesi industrializzati la decisione che i mezzi di circolazione a benzina, gasolio, gas e perfino ibridi debbano sparire in breve tempo per lasciare il posto a quelli alimentati elettricamente.
Lasciamo pure da parte, almeno temporaneamente, il saccheggio (tonnellate di rocce) delle montagne (e dell’ambiente in genere) necessario per estrarre qualche chilo di minerali indispensabili a nutrire le nuove tecnologie “verdi” ma poniamoci un’altra domanda: perché quegli stessi che fanno a gara per mostrarsi più ecologisti di ogni altro arrivano ad usare parole di plauso e di ammirazione verso l’ipotesi di viaggi spaziali “turistici”?
Quanto carburante e quante emissioni nocive accompagneranno quei lanci?
L’ultima notazione che mi rode nel cervello riguarda il fatto che un centinaio di scienziati di varie discipline, (tra cui noti climatologi e qualche premio Nobel) ancora prima di COP 26 a Glasgow hanno messo per iscritto e trasmesso ad alcuni governi e all’ONU la loro certezza che i cambiamenti climatici avvengano soprattutto per cause naturali, alcune terrestri altre extra-terrestri, e che la responsabilità dell’uomo può incidervi al massimo per qualche zero virgola qualcosa.
Perché i media mainstream non hanno dato loro almeno una minima parte del risalto che danno solitamente a tutti gli apostoli dell’apocalisse climatica?
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