Musacchio: "corruzione non lascia tracce di sangue o morti stesi a terra: non c'è vittima corporea"

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Mazzetta, corruzione - immagine metaforica - Sputnik Italia, 1920, 07.02.2022
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Per spiegare il passaggio dalla “vecchia” alla “nuova” mafia occorre fare riferimento ad un nuovo elemento caratterizzante il metodo mafioso: la corruzione.
Occorre comprendere le sue dimensioni, le sue caratteristiche e soprattutto la sua efficacia pervasiva.
Intervista a Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA), già collaboratore di Antonino Caponnetto, capo del Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ’80.
— Perché le mafie moderne ad un certo punto abbandonano la violenza preferendo la corruzione?
Il motivo è quasi elementare. Il sangue e i morti si vedono e fanno paura, di conseguenza obbligano lo Stato a reagire. Il denaro e la corruzione invece sembrano delitti senza vittime. La corruzione non lascia tracce di sangue o morti stesi a terra: non c'è una vittima corporea. In realtà le vittime ci sono e sono tantissime ma per incantesimo non si vedono.
— Il legame mafia e corruzione funziona?
— Se è vero che ormai le mafie usano la corruzione per portare a termine i loro affari allora direi che questo legame funziona e anche molto bene. Basta comparare il rapporto tra delitti commessi, incriminazioni e condanne con il fatto che l’Italia è annoverato tra i Paesi più corrotti d’Europa è il gioco è fatto: tanta corruzione pochissime condanne che diventano di fatto eventi sempre più rari. Ciò significa che la corruzione come metodo mafioso funziona poiché ne deriva una palese impunità per i suoi protagonisti. Oggi il mafioso evitando la violenza e usando la corruzione ha ottime probabilità di farla franca (Processo Buzzi-Carminati docet).
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— In quali settori la mafia utilizza il sistema corruttivo e come agisce?
— Il primo esempio che mi viene in mente è il settore degli appalti pubblici soprattutto per quanto riguarda le opere emergenziali. La mafia è sempre presente in tutti quei settori dove gravitano grandi quantità di denaro pubblico e lo fa tramite professionisti, faccendieri, appaltatori e fornitori che gravitano nella sua orbita criminale.
Purtroppo lo scenario è quello di un'illegalità pubblica ancora capillare e spesso impunita, in un contesto di sfiducia generalizzata verso l'onestà di gran parte della classe politica. Per destare meno sospetti possibili le nuove mafie oggi si accontentano anche della ripartizione dei profitti. Le “tangenti lecite” sono ormai cosa nota ai nuovi mafiosi. Per esempio: conti in paradisi fiscali, consulenze in enti pubblici; l'erogazione di prestazioni “in natura”; l'impiego di partecipazioni societarie incrociate, suddivisione dei proventi illeciti; l'assunzione di congiunti; la diluizione nel tempo dell'erogazione delle contropartite.
— In Italia la corruzione è diventata sistemica?
— L'Italia oggi è considerata un Paese nel quale il ricorso alle tangenti è agli stessi livelli del Botswana, ovviamente, con tutto il rispetto per la nazione africana. Il segnale è chiaro: qui da noi mazzette, nepotismi, raccomandazioni, relazioni improntate al do ut des, contatti personali sono un mezzo per sbaragliare la concorrenza leale e il merito.
— Cosa ha portato il nostro Paese verso una corruzione così pervasiva?
— Sicuramente il fatto che si sia talmente radicata da diventare un fenomeno politico, economico e sociale in determinati contesti internazionali, nazionali e regionali. Non ha mai avuto sbarramenti neanche da parte dei mass media. Uno dei pochi giornalisti a parlarne collegandola con le mafie fu Pippo Fava. Poi raramente c’è qualche giornalista d'inchiesta che si è occupato approfonditamente della questione. Nell’ultimo ventennio le connessioni tra mafia, corruzione e politica sono pressoché scomparse dai mezzi di comunicazione di massa.
— Gli strumenti di prevenzione e di repressione quindi non funzionano?
— Per il buon funzionamento di un sistema occorrono buone leggi e soprattutto un’etica professionale sempre più rara. Per prevenire e contrastare i fenomeni di corruzione il primo settore da riformare è la pubblica amministrazione. Per evitare le infiltrazioni mafiose di tipo corruttivo occorrono regole soggettive applicabili alla generalità dei funzionari pubblici.
Va rivista la definizione dei delitti riguardanti la responsabilità amministrativa e contabile. Importantissimo è disciplinare in maniera restrittiva i tanti conflitti di interesse. La mafia non corrompe solo i sindaci o i direttori generali di ASL ma anche le diverse categorie di funzionari pubblici (a partire da quelli amministrativi, ai professionali, sino ai magistrati). Una riforma indispensabile dovrebbe essere quella sulla trasparenza e sui controlli delle pubbliche amministrazioni.
Sappiamo che esistono settori maggiormente esposti alle infiltrazioni mafiose (urbanistica, appalti, sovvenzioni e aiuti economici, sanità, servizi pubblici). Basterebbe monitorarli seriamente per cominciare a porre freno alla corruzione sistemica esistente.
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— Ci sono ulteriori settori che andrebbero meglio disciplinati?
— Direi di sì e me ne viene in mente uno: la corruzione tra soggetti privati. Restano estranei allo spettro di tutela penale gli interessi esterni alla società o all’ente, come, per esempio, quelli di soggetti potenzialmente danneggiati dall’accordo corruttivo e dalla sua esecuzione. La rinuncia alla repressione della corruzione privata come fatto offensivo della concorrenza, però, oltre a tradire la ratio di fondo della normativa europea, è una soluzione assai discutibile da un punto di vista politico criminale. Personalmente valuterei la possibilità di nuovi interventi riformatori.
— Secondo lei la politica cosa potrebbe fare?
— Potrebbe fare davvero molto. Il ruolo dei partiti in questo scenario sarebbe fondamentale. La corruzione sistemica non dovrebbe più trovare sponda nei partiti. Se questi ultimi invece di affrontare il problema si defilano, nuove figure subentrano in quelle aree decisionali dove la corruzione la fa da padrona e l'illegalità diventa regola.
Le speranze di rinnovamento del sistema politico sono una delle poche speranze di porre freno a questo sistema criminale ormai pervasivo ad ogni livello.
— Se potesse dare un consiglio cosa suggerirebbe alla attuale classe dirigente del nostro Paese?
— Ho già detto più volte a anche in contesti europei ed internazionali che dovrebbero diminuire le tensioni tra potere politico e sistema giudiziario.
Dovremmo avere una legge elettorale con preferenza unica che ci consentisse di scegliere anche in base all'onestà dell’eletto.
Dovremmo farla finita con quella orribile tolleranza nei confronti delle molte manifestazioni d'illegalità che invece di essere biasimate sono addirittura portate ad esempio di virtuosità.
Per dirla con le parole di Enrico Berlinguer dovremmo davvero riproporre nel dibattito politico la “questione morale”.
La corruzione e la mafia sono anche problemi da affrontare in sede politica e non solo giudiziaria. Non mi piacciono infine le tante ambiguità della classe politica su questi temi. Mi piacerebbe un ampio dibattito su questi temi ad ogni livello.
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Vincenzo Musacchio: ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ’80. È oggi uno dei più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali, un autorevole studioso a livello internazionale di strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative a livello europeo.
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