Vengono al pettine i nodi della politica del tasso d’interesse zero

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Grafico di borsa - Sputnik Italia, 1920, 06.02.2022
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Si è, e si sta ancora, sottovalutando gli effetti della politica di tasso d’interesse zero, e sotto lo zero, a livello internazionale.
I rendimenti obbligazionari negativi sono stati la diretta conseguenza delle azioni intraprese dalle banche centrali per sostenere i mercati finanziari durante e dopo la Grande Crisi Finanziaria.
Esse hanno ridotto i tassi d’interesse e avviato programmi di stimolo, mirati soprattutto all'acquisto di obbligazioni, con importanti ricadute nei mercati dei titoli a reddito fisso. Anche una parte del debito societario, a volte persino quello classificato come "spazzatura", è stato scambiato con rendimenti negativi, nonostante vi sia un loro rischio maggiore d’insolvenza.
Infatti, tale politica ha reso molto conveniente accendere nuovi debiti, anche attraverso la cosiddetta leva finanziaria, che usa gli asset da acquisire come base di garanzia per ottenere i crediti. Ha, anche, causato una grande propensione al rischio, calcolato sempre meno con la dovuta prudenza.
Ciò ha, di conseguenza, “ingolfato” i mercati con molti titoli, in particolare obbligazioni pubbliche e corporate bond, a tassi d’interesse negativo. In altre parole chi li acquistava, e ancora li acquista, sa di non poterci guadagnare niente. Anzi, alla fine dell’anno si troverà con un capitale inferiore a quello investito.
La Grande Crisi Finanziaria sembrava essere sotto controllo, ma le turbolenze di mercato, seguite allo scoppio della pandemia, hanno indotto le banche centrali a riavviare i loro programmi di acquisto di attività e il mercato delle obbligazioni a rendimento negativo è stato in aumento dall'aprile 2020.
Non è facile dare una cifra precisa, ma a fine settembre 2021 la stima delle obbligazioni a tasso negativo era di circa 15.000 miliardi di dollari, più di un quinto di tutto il debito dei governi e delle imprese a livello mondiale. Un rapporto del Fondo monetario internazionale del 2019 quantificava questo ammontare intorno a 16.000 miliardi di dollari.
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Secondo l’indice Bloomberg Barclays, le recenti politiche restrittive della Federal Reserve avrebbero contribuito a ridurre lo stock totale di debito con rendimento negativo a 10.700 miliardi di dollari, in netto calo rispetto al picco di 18.000 miliardi del dicembre 2020.
Le opinioni degli economisti sulla questione sono state sempre molto diverse. Larry Summers, già segretario del Tesoro americano, ha definito i tassi negativi come "l’economia del buco nero", mentre Kenneth Rogoff dell’università di Harvard, ha raccomandato le banche centrali di trasformarli nella loro politica principale. Nel mezzo c'era l’ex governatore della Fed, Ben Bernanke, che trovava esagerata l'ansia per i tassi d’interesse negativi.
Titoli pubblici a tassi negativi sono stati emessi dal Giappone, dalla Svizzera, dalla Gran Bretagna e dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione europea, a cominciare dalla Germania e dalla Francia. Tale politica ha coinvolto l’Italia e persino la Grecia, che ha affrontato molte crisi del debito dopo il 2009, e anche la Polonia, la Repubblica Ceca, la Bulgaria e la Romania.
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Gli Usa non l’hanno fatto, ma alcuni buoni del Tesoro sono stati scambiati sotto lo zero. Numerosi sono stati, invece, i corporate bond americani a tasso negativo.
I fondi pensione e le compagnie assicurative sono obbligati ad acquistare obbligazioni, anche con rendimenti negativi, ai fini della gestione del rischio o per coprire passività a lungo termine. Si tratta di una situazione che non può durare per molto tempo. Il rischio è la sospensione delle attività e la bancarotta. Oppure si potrebbero rendere necessari dei salvataggi con i soldi pubblici. Per detti fondi, gli aumenti dei prezzi delle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, e le relative speculazioni, sono stati come una “manna dal cielo”. Si può dire che hanno brindato all’arrivo dell’inflazione e al conseguente aumento dei rendimenti dei titoli.
Le obbligazioni a basso rendimento influiscono anche sui mercati azionari e determinano un aumento dei prezzi che, in genere, potrebbe comportare un’alternanza di boom e di crolli frequenti con un’inevitabile instabilità finanziaria. Nel 2013 la previsione della Fed di ridurre il quantitative easing provocò un aumento dei rendimento dei Treasury bond e un calo dei valori delle azioni. Cosa succederà con le prossime decisioni della Fed di ridurre gli acquisti di asset?
I bassissimi tassi d’interesse hanno incoraggiato alcune società a riacquistare le proprie azioni con il denaro raccolto dall’accensione di nuovi debiti. Riducendo il numero di azioni in circolazione, si accresce anche il valore delle azioni sul mercato e con esso anche le stock option e i bonus per gli alti dirigenti.
I rendimenti negativi hanno anche alimentato il "carry trade" sui mercati valutari, cioè quando gli investitori di un paese con i rendimenti negativi sono invogliati a acquistare obbligazioni vendute da un paese a più alto rendimento ma anche più instabile. Ciò, però, li espone a possibili fluttuazioni valutarie.
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