Ex Gkn, il Collettivo di Fabbrica lancia la data del 26 marzo: “La vertenza continua”

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GKN Campi Bisenzio - Sputnik Italia, 1920, 03.02.2022
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Approfondimento
L’accordo raggiunto al Mise prevede un processo di reindustrializzazione, ma l’impianto è fermo senza missione produttiva e i dipendenti in cassa integrazione. Per il Collettivo di Fabbrica la vertenza non si è conclusa.
I lavoratori dell’ex Gkn non hanno alcuna intenzione di sciogliere il presidio di fabbrica, nonostante l’accordo approvato quasi all’unanimità con il referendum il 21 gennaio. Al contrario rilanciano la mobilitazione con una serie di iniziative e una data rivolta a lavoratori e non solo: il 26 marzo. La reindustrializzazione potrebbe ancora riservare “mille manovre e mille sorprese”, spiega a Sputnik Italia Dario Salvetti, rsu e portavoce del Collettivo di Fabbrica, motore delle proteste degli ultimi mesi. Adesso, però, la lotta dei lavoratori ex Gkn non riguarda solo i loro diritti ed il loro stabilimento. Abbiamo raggiunto telefonicamente Salvetti per capire in che modo continuerà la mobilitazione condotta con la parola d’ordine “Insorgiamo”.
- Il Collettivo di Fabbrica afferma in più di un comunicato che la vertenza continua. Per quali ragioni?
- Quello che bisogna tener presente al momento è che sta avvenendo una reindustrializzazione. Un privato ha comprato Gkn Firenze, le ha soltanto cambiato il nome, ma è la stessa azienda con lo stesso codice di prima. Nel prenderla l’ha tirata fuori da una filiera produttiva con l’intento di reindustrializzarla portando via tutti i macchinari nuovi, per sostituirli con quelli di un soggetto industriale terzo che noi ancora non conosciamo. In questo limbo noi siamo in cassa integrazione e con la fabbrica che non solo non ha ripreso a lavorare, ma che oggi è uno scatolone senza missione produttiva. Io penso che basti questa descrizione per capire perché la vertenza non sia ancora conclusa e non lo è per diversi motivi.
Il primo è che la reindustrializzazione è un processo complesso e nel mezzo ci potrebbero essere mille manovre e anche mille sorprese. Punto secondo, questo scenario è il risultato di una mancanza di norme sulle delocalizzazioni, di scelte di politica industriale pubblica sull’automotive, non è quello per cui abbiamo lottato. La nostra mobilitazione continua perché questo contesto non ci soddisfa, va cambiato.
- Qual era invece l’obiettivo della vostra mobilitazione?
- Con l’accordo abbiamo ottenuto continuità occupazionale e diritti, ma non abbiamo lottato per finire in cassa integrazione e vedere svuotata una fabbrica che ha dentro macchinari nuovi. L’intero automotive è travolto da una valanga e noi sostenevamo che lo Stato poteva e doveva partire dal nostro caso e da quello di tutte le altre aziende con lo stesso identico problema, per elaborare un polo pubblico della mobilità sostenibile, basato sull’intervento statale. La politica industriale non la può fare in questo Paese né Stellantis ma nemmeno i singoli privati. Ci devono essere delle scelte di natura strategica e di utilità pubblica, anche nella riconversione ecologica e ambientale.
-Voi non vi fidate della nuova proprietà?
- Non è una questione di fiducia, noi portiamo a casa diritti e i diritti sono esigibili. Noi al momento siamo in un’azienda che ha un proprietario il cui scopo dichiarato è quello di rivendere ad un soggetto industriale terzo. Abbiamo chiesto e ottenuto la garanzia ed il diritto che questi passaggi avverranno sempre in continuità occupazionale, dopo di che sappiamo anche che la vita non è fatta solo di accordi sulla carta ma anche di processi materiali. Per cui al contempo abbiamo chiesto e ottenuto che questo processo di reindustrializzazione non duri all’infinito. Se non si consoliderà entro l’estate in una nuova proprietà, l’accordo prevede che sia questo proprietario a chiedere l’intervento di Invitalia di capitale pubblico per reindustrializzarci.
- La reindustrializzazione comporta dei rischi per i lavoratori?
- Rischiamo il logoramento, i cosiddetti licenziamenti “spintanei” perché è chiaro che, in questo clima d’incertezza, trovare un lavoro in un’azienda che esiste è preferibile alla cassa integrazione in un’azienda che non esiste. Il rischio quindi è che la vertenza si sgonfi nel silenzio generale e alla fine tutti abbiano la coscienza pulita perché nessuno ha licenziato nessuno, anche se un insediamento produttivo viene meno.
Anche per questo con l’accordo ministeriale abbiamo individuato un saldo occupazionale. Questo vuol dire che ci dovranno essere in ogni caso 370 posti di lavoro, anche se tutti gli attuali lavoratori Gkn trovassero un’altra occupazione. Il tema è che il posto di lavoro è un patrimonio pubblico territoriale, non del singolo individuo. Su questo territorio i posti di lavoro andranno ricreati a partire da questo stabilimento che è stato distrutto da un fondo speculativo.
- In che modo la vostra mobilitazione proseguirà?
- Il presidio continua anche se chiaramente la mobilitazione cambia forma, perché al momento la guardia alla delocalizzazione dei macchinari diventa meno stringente. Si sposta su altri due terreni, più esterni ma legati alla vertenza. Il primo è quello di continuare a tenere l’attenzione accesa su tutto il processo di reindustrializzazione. Su questo abbiamo anche creato un comitato di proposta e verifica territoriale, che di fatto è un organo di politica industriale.
Dall’altra parte noi abbiamo un debito nei confronti dei sette mesi di solidarietà e mobilitazione, che si sono sviluppate attorno a noi, ed il dovere di ripagare questa solidarietà. Quando ci hanno licenziati abbiamo detto che il nostro sarebbe dovuto essere un caso di riscatto per tutti. Le crisi aziendali stanno continuando, il caro vita e il precariato è tutto lì sul piatto, non abbiamo ottenuto un miglioramento reale delle leggi sulle delocalizzazione, quindi noi siamo concentrati sul portare la vertenza su un piano più generale.
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- A questo proposito la parola d’ordine Insorgiamo cosa vuol dire esattamente?
- Insorgiamo è una prima persona plurale non a caso è rivolto a tutti i lavoratori. Quello che ci è capitato è il risultato di decenni di arretramento del mondo del lavoro e, quando ci siamo posti l’obiettivo di tenere aperta questa fabbrica, abbiamo specificato che probabilmente senza un moto di indignazione generale che cambiasse l’intero contesto difficilmente avremmo vinto.
Allo stesso tempo la mobilitazione di una fabbrica non può da sola cambiare la politica industriale di uno Stato, cambiare l’atteggiamento verso Stellantis, cambiare la pressione che esiste da parte delle aziende per sostituire posti di lavoro fissi con precari. Noi possiamo solamente indicare l’obiettivo, dire cosa andrebbe fatto, che bisogna insorgere, ma se non insorgiamo collettivamente non riusciremo a ribaltare da soli i rapporti di forza.
- Sulla vostra pagina Facebook avete annunciato di tenersi pronti per il 26 marzo. Cosa succederà in questa data?
- Cosa succederà lo decideremo assieme a tutti quelli che troveremo nel nostro cammino da qua al 26 marzo. Il nostro caso ha solo fatto più rumore ma non è una situazione diversa da quella di chi è precario, da chi ha la partita Iva, da chi è finto autonomo, dai lavoratori e lavoratrici dello spettacolo travolti dalla pandemia. Il nostro è un percorso a disposizione di tutti, dove chiunque è invitato a convergere ed insorgere, non solo lavoratori. Come probabilmente noto, noi abbiamo sviluppato legami tutto il tessuto sociale ed altri tipi di mobilitazioni, come quelle studentesche o come quelle ambientaliste. Infatti la data non è scelta a caso ma è il giorno seguente, e sarà connessa, alla mobilitazione generale per il clima.
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