Il Mattarella bis, le ragioni di una conferma annunciata

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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - Sputnik Italia, 1920, 02.02.2022
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Approfondimento
Al termine di una settimana convulsa, dominata dai tatticismi tipici del parlamentarismo più sofisticato, il 29 gennaio scorso Sergio Mattarella è stato confermato Presidente della Repubblica Italiana con numeri plebiscitari: 759 voti. Meglio di lui aveva fatto soltanto Sandro Pertini, nel 1978, pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro.
In favore di un secondo mandato a Mattarella militavano molte ragioni, anche se erano da tempo note le ambizioni di Mario Draghi a succedergli.
Ma due, tra loro interconnesse, erano di particolare importanza: occorreva mantenere il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, in quanto garante dei prestiti concessi dall’Unione Europea all’Italia, ed evitare che la necessità di sostituirlo a causa del suo trasloco al Quirinale determinasse una fase d’instabilità suscettibile di condurre anche ad elezioni anticipate.
Questi erano i termini del problema e risultava abbastanza chiaro a tutti gli osservatori più attenti come nella prospettiva di una logica di sistema non vi fossero vere alternative al mantenimento della diarchia sorta al principio del 2021.
Un altro elemento importante andava nella stessa direzione. Per effetto del Rosatellum, la legge elettorale scritta dall’onorevole Rosato con la quale si è votato nel 2018, nel Parlamento italiano non esisteva una maggioranza in grado di imporre il proprio candidato.
Nessuna forza o coalizione politica poteva considerarsi autosufficiente al punto tale di “dare le carte” e costringere gli altri interlocutori ad adeguarsi. Una complicazione ulteriore era costituita dalla destrutturazione dei singoli schieramenti, in realtà in atto già da diverso tempo, ma emersa in questa circostanza in tutta la sua profondità.
Il centro-destra era diviso dagli inizi della legislatura. Il Movimento Cinque Stelle aveva perso una parte significativa dei propri parlamentari ed aveva almeno due linee, se non tre. Ed anche nel Pd c’era meno compattezza che in passato.
Queste circostanze spiegano l’andamento delle votazioni e gli espedienti cui hanno fatto ricorso tutti i partiti per cercare di tutelare i propri interessi. Il primo passo è stato quello di misurarsi, con vari accorgimenti.
Il centro-destra ha fatto ricorso alle astensioni, alle schede bianche ed alle candidature di bandiera, prima di tentare la spallata gettando incautamente nella mischia il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, malgrado si sapesse che non godeva neppure del sostegno unanime della propria forza politica d’origine. Con l’esito di bruciarla e dimostrare di non poter ottenere su un nome condiviso i 440-450 grandi elettori di cui teoricamente disponeva, comunque insufficienti.
© Sputnik . Vladimir Vyatkin / Vai alla galleria fotograficaLa presidente del Senato, Elisabetta Casellati
La presidente del Senato, Elisabetta Casellati - Sputnik Italia, 1920, 02.02.2022
La presidente del Senato, Elisabetta Casellati
Retrospettivamente, Salvini avrebbe forse fatto meglio ad accettare la candidatura di Guido Crosetto, proposta da Giorgia Meloni malgrado si trattasse di una persona che aveva abbandonato il suo partito, Fratelli d’Italia, di cui pure era stato uno dei fondatori.
A differenza della Casellati, Crosetto aveva infatti dalla sua il sicuro gradimento dei forzisti, dai cui ranghi proveniva, ed esprimeva anche interessi di un certo peso, presiedendo l’Aiad, un’associazione che in Italia raggruppa i produttori di materiali d’armamento.
Dal canto loro, il centro-sinistra ed i pentastellati hanno fatto un gioco solo apparentemente simmetrico. Hanno fatto ricorso anche loro alle astensioni ed alle schede bianche, tuttavia non ostacolando in alcun modo il formarsi di un consenso non ufficiale attorno alla conferma di Mattarella.
La scelta di non ritirare la scheda si è limitata alla sola votazione in cui il centro-destra aveva tentato la spallata ed aveva dato modo non solo di evitare che qualcuno convergesse di nascosto sul nome della Casellati, ma anche di accertare come anche nel campo conservatore esistessero consensi per il Presidente in carica.
Quindi è scattata la trappola finale per il centro-destra. Rimasto senza candidati dopo la sepoltura della seconda carica dello Stato, lo schieramento conservatore si è nuovamente astenuto, mentre Cinque Stelle e Pd votavano in massa per Mattarella dopo aver espresso un’ulteriore indicazione per la scheda bianca.
Non sapremo mai se quanto è accaduto il 28 gennaio sera sia stata una rivolta spontanea nei confronti delle direttive ricevute o un invece tentativo brillantemente dissimulato di coordinare un blitz per sbarrare la strada alle ultime candidature “terze” avanzate poco convintamente nel corso delle trattative dell’ultima ora.
Sta di fatto che l’opzione Mattarella è infine apparsa come la soluzione dettata dalle profondità del Parlamento, alla quale tutti i partiti avrebbero potuto “piegarsi” senza perdere la faccia. In questo modo è stata soddisfatta l’esigenza informalmente fatta trapelare dal Quirinale: per accettare un nuovo mandato, il Presidente uscente avrebbe avuto bisogno di un’investitura ampia e non controversa.
Mattarella ha beneficiato anche di due fattori molto importanti.
1.
Il primo, l’ostilità di buona parte dei partiti ad una promozione di Draghi, che alcune mosse piuttosto “impolitiche” del Presidente del Consiglio hanno accentuato cammin facendo. Non ha infatti di certo aiutato l’ex banchiere centrale europeo la circostanza che a Palazzo Chigi si svolgessero ragionamenti sulla composizione e la guida del Governo che si sarebbe formato dopo l’ascesa del Primo Ministro al Colle più alto.
2.
Il secondo fattore era il timore delle elezioni anticipate, alle quali molti riconducevano proprio l’eventuale vittoria di Draghi. Non perché Draghi volesse sciogliere le Camere, ma perché sembrava più probabile che la debolezza del suo eventuale sostituto a Palazzo Chigi – probabilmente il Ministro tecnico dell’economia Franco - a questo risultato portasse.
Il prossimo Parlamento avrà 200 deputati e cento senatori in meno. Sono tanti coloro che sanno di essere agli ultimi mesi della loro carriera a Montecitorio o Palazzo Madama ed ancora di più quelli che temono questo destino.
È stato facile convincerli che Mattarella fosse l’opzione della stabilità, in grado di garantire fino alla fine di quest’anno la tenuta del quadro politico e la sopravvivenza della legislatura. Ancorché pressoché un esito ovvio, la riconferma di Mattarella non è stata però una passeggiata.
Perché per arrivarvi non era necessario solo esaurire tutte le alternative possibili, ma soprattutto evitare che la candidatura di Draghi venisse formalizzata e sottoposta ad un voto nel quale il Premier avrebbe anche potuto perdere, con conseguenze pesanti non solo per lui ma anche per la credibilità dell’Italia in Europa.
Nei suoi confronti è stata molto verosimilmente esercitata una moral suasion che ha dato i suoi frutti. Così, dopo una fase tattica durata quattro giorni e mezzo si è giunti al voto decisivo del 29. Una considerazione finale: non perché il quadro istituzionale è stato confermato si può concludere che nulla sia cambiato. Al contrario, la vicenda dell’elezione presidenziale italiana prepara con tutta probabilità un’accelerazione del riassetto in corso.
La decomposizione del bipolarismo, accentuata dal Rosatellum e dall’alternarsi delle formule politiche nella legislatura, proseguirà, facilitando il ritorno ad una legge elettorale proporzionale più pura.
Le condizioni di salute di Silvio Berlusconi, ricoverato proprio mentre la partita per il Quirinale entrava nel vivo, daranno un contributo ulteriore in questa direzione. Ci saranno anche dei regolamenti di conti: nella Lega e nei Cinque Stelle, ad esempio, e forse anche altrove. Il parere di coloro che ritengono probabile la nascita di nuovi soggetti politici prima delle elezioni del prossimo anno va preso sul serio.
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