Elezioni dirette del Capo dello Stato, un modello positivo per l’Italia?

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La riconferma di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, dopo una settimana di dibattiti e di caos, ha scatenato un mare di meme sui social, ma ha anche riacceso un vecchio dibattito sull’elezione diretta da parte dei cittadini del Capo dello Stato. Sarebbe un modello positivo per la democrazia italiana?
La settimana travagliata che ha preceduto la riconferma di Mattarella, secondo alcuni analisti, ha dimostrato il fallimento della politica. I cittadini, invece dei politici, forse avrebbero avuto le idee più chiare. Tecnicamente, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica sarebbe un bene per l’Italia? Quali vantaggi e svantaggi rappresenta tale sistema? Sputnik Italia ha raggiunto, per un’intervista in merito, Francesco Clementi, professore di Diritto Pubblico comparato dell’Università di Perugia.
- In molti hanno definito l'elezione di Mattarella come un fallimento della politica. Professore Clementi, lei è d'accordo?
- Le ragioni che hanno portato alla rielezione del Pres. Mattarella derivano innanzitutto dall’incapacità dei partiti di raggiungere un'intesa su di un presidente della Repubblica diverso dalla figura di Sergio Mattarella. Pur tuttavia, – come è evidente a chi abbia seguito un poco più da vicino questa vicenda e sappia distinguere i ruoli giocati da ciascun partito – non tutti i partiti in questa elezione ne escono con le ossa completamente rotte.
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Se di certo, quindi, dentro quell’elezione dal basso c'è soprattutto lo scollamento tra la base e vertice politico, cioè tra eletti e i rispettivi leader, il fallimento di molti di quei leader è plasticamente rappresentato in modo evidente dal leader della coalizione di centrodestra e della Lega Matteo Salvini, che tutto è stato tranne che il kingmaker di questa operazione, come si era invece auto-proclamato.
In ogni modo, al di là delle analisi partito per partito, è chiaro a tutti che se non ci fosse stato innanzitutto un istinto di sopravvivenza dei parlamentari “semplici” e di coloro che, tra loro, conoscono bene il quadro importante che oggi svolge il Capo dello Stato in Italia per la sua funzione di stabilizzatore e di reggitore dello “stato di crisi”, noi avremmo avuto un esito diverso; forse non così efficace nel rafforzare la stabilità e l’operatività del nostro Paese, come, invece, il duo Mattarella-Draghi oggi esprime.
- Visto che il parlamento non è stato in grado di trovare un nome per l'elezione del presidente della Repubblica è riemerso un vecchio tema: le elezioni dirette del presidente. Magari i cittadini avrebbero trovato un nome?
- Il rafforzamento dell’esecutivo, attraverso l’elezione diretta del Capo dello Stato, è un tema antico di discussione anche in Italia. Tuttavia, i sistemi costituzionali sono come gli orologi, che non possono essere smontati ed utilizzati in modo incoerente, prendendo un pezzo di un orologio e mettendolo in un altro, perché le rotelle sono tutte collegate fra di loro, e l'orologio funziona se gli ingranaggi si incastrano perfettamente l’uno nell'altro. Fuori di metafora, di certo l'elezione diretta presenta alcuni benefici, ma, per adottarla anche in Italia, è necessario che essa sia frutto di un equilibrio e di un bilanciamento, innanzitutto in tema di poteri di controllo e di vigilanza che, del pari, allo stesso modo, devono essere contestualmente introdotti.
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Insomma, l'elezione diretta non può essere vista come un qualcosa che si innesta sul sistema costituzionale, lasciando tutto il resto così come è, perché quel trapianto – pur utile – porterebbe di sicuro ad un rigetto, con un problema assai serio – aggiungo – di tenuta democratica del Paese. Dunque, l'involucro di poteri che l'elezione diretta reca in sé, a partire da una rappresentatività di parte - che non è così facile poi da attribuire all'unità nazionale – impone di guardare a questo tema con l’occhio attento di chi, consapevole della delicatezza dei sistemi costituzionali, affronta l’eventuale sua riforma con una visione completa. Perché le forme di governo non si costruiscono al supermercato, dove ognuno può prendere quello che vuole, ma a ciascuna scelta corrisponde un rovescio della medaglia fatto di strumenti di controllo e bilanciamenti.
In questo senso, aggiungo, sarebbe opportuno che i partiti, dopo gli effetti di un'elezione così turbolenta del Presidente della Repubblica, non affrontassero proprio ora la questione della legge elettorale, perché anche questo destabilizzerebbe, proprio in questo momento, la eterogenea maggioranza del Governo Draghi. Arriverà il tempo di una nuova legge elettorale, che tuttavia non può essere ora.
- Questo modello andrebbe bene per l'Italia e per la democrazia italiana, secondo lei?
- L’Italia, allo scoppio della crisi dei debiti sovrani e dell’economia reale, a maggior ragione poi dentro questa pandemia, si è trovata in una condizione di maggiore fragilità rispetto ad altri Paesi, anche della stessa Unione Europea, a causa dell’accumulo di problemi lasciati irrisolti negli anni. E lo stesso sistema istituzionale non è sembrato in grado di esprimere nel lungo periodo un indirizzo politico stabile e radicato nel consenso del corpo sociale. Così i partiti sono apparsi in seria difficoltà nell’assolvere alle loro principali funzioni costituzionali e via via con il tempo, come questa elezione presidenziale mostra, anche gli stessi leader hanno perso forza rispetto ai loro eletti.
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In questo quadro, le riforme istituzionali dovrebbero servire, allora, anche a favorire il rafforzamento e la rigenerazione del sistema dei partiti, nel presupposto che una democrazia senza partiti non è concepibile. Due sarebbero le strade quindi a disposizione: la prima è quella che ritiene che i partiti siano in grado di superare l’attuale crisi per tornare a collegare la rappresentanza della società e il suo governo, in un quadro costituzionale che, pur rinnovandosi, conservi i necessari elementi di flessibilità, propri della forma di governo parlamentare, magari introducendo la c.d. sfiducia costruttiva e la possibilità per il Presidente del Consiglio di revocare, in piena autonomia, i ministri. La seconda, invece, ritiene che i problemi possano risolversi innanzitutto con la creazione di istituzioni a investitura popolare diretta – come appunto l’elezione del Capo dello Stato - e l’eliminazione dei troppi poteri di veto, anche come presupposto della rigenerazione del sistema dei partiti.
Non alcun pregiudizio, né sulla prima strada né sulla seconda. Ma, visto il quadro di friabilità politica, penso che prima di imboccare una strada o l’altra, sia necessario stabilizzare il nostro ordinamento, mettendo a pieno frutto l’occasione offerta dal Governo guidato da Mario Draghi.
- Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle elezioni dirette del presidente della Repubblica?
- La riforma del sistema di governo, tramite una sua razionalizzazione lungo il formato del semipresidenzialismo francese, offre molte opportunità anche per rafforzare il sistema dei partiti, a maggior ragione di fronte alla riduzione del numero dei parlamentari che sarà in vigore dalle prossime elezioni.
Lo svantaggio sarebbe se questa riforma avvenisse in modo parziale ed incoerente, cioè senza gli adeguati bilanciamenti in tema di garanzie innanzitutto, compreso il rafforzamento delle prerogative del Parlamento sul Governo che, non a caso, anche in Francia, di recente, è stato poi introdotto.
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In ogni modo, l'equilibrio dell'asse Mattarella-Draghi offre una stabilità che potrebbe consentire nuovamente alla politica di ritrovare se stessa, superando, tramite attente e precise riforme costituzionali, le prassi degenerative più evidenti: da quel 'monocameralismo di fatto', che pregiudica il senso stesso di avere una forma bicamerale di rappresentanza politica nazionale - e che in questa legislatura si è persino esteso alla legge di bilancio - a quel trasformismo parlamentare dei singoli, con continui cambi di casacca, che oggi rende il gruppo misto un refugium peccatorum non più adeguato alle ragioni nobili della allora sua costituzione.
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