Inflazione crescente: il dilemma delle banche centrali

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Cannoli, tartellette e macaroni al Mercato Centrale a Milano - Sputnik Italia, 1920, 29.01.2022
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Approfondimento
C’è voluto molto tempo, ma alla fine anche la Federal Reserve ha ammesso di aver sottovalutato e interpretato erroneamente l'impennata inflazionistica, che è stata più ampia e persistente delle attese. La sfida, ora, per tutte le grandi economie, è come correggere in tempo le azioni dettate dalla lettura dell'inflazione come "transitoria".
Per troppi anni le politiche delle banche centrali si sono basate su tre principi molto “soggettivi” e veramente poco scientifici.
Il primo è il target arbitrario del 2% del tasso d’inflazione annuale, che non è stato messo in discussione, in quanto, a causa della recessione, in prezzi erano in discesa. Il secondo aspetto verte intorno alle fantomatiche “aspettative d'inflazione”.
I banchieri affermano che sono le aspettative a muovere l’inflazione e che le banche centrali guidano le aspettative.
Quindi, tutto sotto controllo. Il terzo principio è il cosiddetto “forward guidance”, una guida anticipata attraverso, per esempio, il controllo della curva dei rendimenti dei titoli pubblici.
Nel frattempo, con la Grande Crisi Finanziaria prima e con la pandemia poi, le banche centrali hanno aperto i rubinetti della liquidità con i vari quantitative easing.
Salvataggi immediati e necessari per il sistema, ma a lungo andare la politica dei soldi facili ha “drogato” la finanza e anche l’economia, facendo aumentare i debiti e la propensione per maggiori rischi.
L’immissione di liquidità nel sistema, in altre parole l’acquisto di titoli pubblici, è stata molto più consistente negli USA, con un aumento del bilancio della Fed di 4.170 miliardi di dollari, +210% tra il 2019 e dicembre 2021. Una crescita maggiore rispetto all’area dell’euro, dove il bilancio della Bce è aumentato di 3.900 miliardi di euro, +185%.
Già la scorsa estate sarebbe stato opportuno riconoscere che i fattori “transitori” erano accompagnati da problemi a più lungo termine.
Non si può giustificare tutto con la pandemia e i suoi effetti.
Le aziende descrivevano la natura persistente delle interruzioni nelle loro catene di approvvigionamento.
Anche la mancanza di manodopera specializzata si stava aggravando.
In sostanza, gli imprenditori, a differenza di molti economisti accademici, affermavano che questi due problemi non sarebbero stati risolti in tempi brevi.
Certo, le banche centrali non hanno gli strumenti per sbloccare le catene di approvvigionamento o accrescere la partecipazione della forza lavoro. Ma rimanere nella mentalità inflazionistica transitoria, rischia di mettere in moto, appunto, le cosiddette “aspettative di inflazione”, che comportano la persistenza dei tassi di inflazione significativamente al di sopra di quanto l'economia e i mercati possono tollerare.

Inflazione al 6% che rischio

I crescenti risparmi dei mesi passati, erosi adesso da un’inflazione del 6% o più, potrebbero essere spinti con forza verso l’acquisto di beni, ma troppo velocemente per trasformarsi in nuovi investimenti e in maggiori produzioni, alimentando così la stessa inflazione.
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Aspettare vuol dire rischiare una recessione più marcata, con una volatilità del mercato e con delle ricadute negative per l'economia globale. È un modello conosciuto: dentro la trappola della curva dell'inflazione c’è il rischio di inasprire la politica monetaria in modo brusco, colpendo duramente la domanda e l’occupazione e mettendo fuori gioco le imprese già in difficoltà.
Per i mercati si prospetterebbero situazioni d’illiquidità destabilizzante.
Già a novembre, il governatore della Fed, Jerome Powell, ha fatto un improvviso cambiamento di politica monetaria, annunciando una riduzione degli acquisti mensili di attività, quello che si chiama in gergo il “tapering” del quantitative easing. Non ha spiegato, però, il perché del persistente errore della “temporaneità” dell’inflazione e quali saranno gli strumenti di sostegno per l’economia reale.
Da parte sua, la Banca centrale europea, attraverso la sua presidente Christine Lagarde, intende mantenere una posizione attendista, credendo fermamente nella “transitorietà” dell’inflazione, che alla fine dovrebbe ritornare ancorata al fatidico 2%.
Però, se le pressioni inflazionistiche dovessero diventare generalizzate, potrebbe essere necessario per tutti un nuovo inasprimento prima del previsto e non si può escludere una qualche “frenata” disordinata nella politica monetaria.

Male il divario FED-BCE

In questa situazione, è essenziale, invece, che le principali banche centrali comunichino con attenzione le loro azioni politiche in modo da non innescare confusione e una overreaction dei mercati, che avrebbe effetti deleteri ovunque, soprattutto per quelle economie emergenti e in via di sviluppo fortemente indebitate.
Perciò, a differenza del sincronismo di prima della pandemia, il disallineamento in corso tra la Fed e la Bce non è di buon auspicio.
D’altra parte, se l'inflazione rimanesse più alta di quanto pensato in precedenza, i tassi reali diventeranno persino più bassi di prima, il che implicherebbe un orientamento ancora più espansivo della politica monetaria.
Inoltre, essa ridurrebbe i redditi reali, innescando un inevitabile scontro sociale sui salari e le pensioni.
Indubbiamente, non vi sono facili soluzioni. Però, se nei passati 15 anni le banche centrali sono state super interventiste, non possono adesso diventare troppo attendiste. In questa situazione, sono i governi e i parlamenti a dover entrare in gioco con decisione e definire le priorità degli interventi. Sono chiamati a favorire attivamente l’economia reale, le imprese produttive, l’occupazione e i redditi dei cittadini e svincolarsi dalla “presa” troppo prolungata e soffocante della grande finanza.
L'opinione dell'autore potrebbe non riflettere la posizione della redazione
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