Siria, il ritorno dell’Isis

© REUTERS / Stringer/File PhotoMilitanti dell'ISIS a Mosul
Militanti dell'ISIS a Mosul - Sputnik Italia, 1920, 28.01.2022
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A due anni da quella che era stata presentata come la sua definitiva sconfitta, lo Stato Islamico rialza la testa e da l’assalto alla prigione dove sono detenuti più di tremila dei suoi combattenti.
L’attacco, messo a segno nelle regioni nord-orientali controllate dalle forze curde, è uno smacco per le truppe USA, la cui permanenza sul territori di Damasco era stata giustificata con la necessità di prevenire la rinascita del gruppo terrorista.
Sono tornati. E hanno colpito proprio quella zona della Siria dove la presenza di un migliaio di forze speciali americane doveva garantire la difesa degli alleati curdi e prevenire gli attacchi dello Stato Islamico. Ma una serie di errori e sottovalutazioni, tra cui lo spregiudicato opportunismo di paesi occidentali, come Francia e Inghilterra, contrari a riprendersi i prigionieri dell’Isis* partiti dai propri territori, hanno favorito il ritorno in azione dei terroristi. Tutto inizia la notte di giovedì 20 gennaio, quando qualche centinaio di militanti sferra l’assalto alla prigione di Ghwayran, alla periferia di Al Hasakah, una città del nord-est della Siria, controllata dalle forze curde dell’Sdf (Fronte democratico siriano).
La prigione, una delle più grandi fra quelle in cui sono detenuti i militanti dell’Isis, ospitava in quel momento almeno 3.500 ex-combattenti jihadisti e circa 850 fra bambini e ragazzini cresciuti tra le fila del Califfato, un centinaio dei quali di origine occidentale. Dopo aver fatto esplodere due autobombe lungo il perimetro esterno della prigione, i terroristi riescono a penetrare la cinta carceraria, conquistare il blocco centrale e prendere in ostaggio una buona parte dei ragazzini, trasformandoli in scudi umani. Il tutto mente altre cellule armate lanciano attacchi lungo i sobborghi di Al Hasakah e sbarrano la strada ai combattenti curdi diretti verso il carcere.
La battaglia, ancora in corso a quasi una settimana dall’incursione terrorista, si preannuncia subito complessa e sanguinosa. Dopo la prima notte di combattimenti, i morti sono più di settanta. E con il passare dei giorni, il bilancio si fa sempre più pesante. Tra le fila dell’Isis i morti sono ormai più di 100, mentre fonti curde ammettono almeno 45 caduti, a cui vanno aggiunti una decina di civili uccisi dai terroristi durante l’incursione nei villaggi intorno ad Hasakah.
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In questo scenario tragico, tre sono gli elementi più sorprendenti. Il primo è l’inatteso ritorno in scena di uno Stato Islamico dato per definitivamente sconfitto, dopo l’uccisione del suo leader Abu Bakr Al Baghdadi e la resa, nel marzo 2019, degli ultimi irriducibili trincerati nel villaggio Baghouz, al confine tra Siria e Iraq. Un ritorno in scena trasformatosi in un’autentica beffa, visto la capacità dei terroristi di pianificare un’azione articolata e complessa come lo spostamento di qualche centinaio di uomini armati, accompagnati da autobombe, in una zona controllata da milizie curde e forze speciali americane.

Il secondo elemento, ancor più sorprendente, è l’inadeguatezza di uno schieramento curdo-americano dotato di elicotteri, blindati, bombardieri e droni, ma incapace - una volta superata la sorpresa iniziale - di sottrarre all’Isis il controllo del blocco centrale della prigione. Una “defaillance” che ha permesso ai terroristi di usare come scudi umani circa 850 fra bambini e ragazzini detenuti nel carcere.

Ma il terzo elemento, vergognoso e sorprendente, benché risaputo, è la presenza di quei bambini e ragazzini nelle celle riservate ai militanti dell’Isis. Dalla tragedia di quei minorenni - colpevoli soltanto di esser nati, o esser arrivati, nel Califfato al seguito dei genitori - bisogna partire per comprendere le ragioni che hanno permesso all’Isis di rialzare la testa. Molti di quei bambini hanno frequentato asili e scuole in cui il Califfato ha trasmesso loro i precetti dell’odio e del terrore, educandoli all’ammirazione per le gesta dei militanti suicidi e all’uccisione dei cosiddetti infedeli. E molti hanno frequentato i corsi in cui i cosiddetti “leoncini del Califfato” venivano addestrati a compiere attentati, uccidere e usare le armi.
Proprio per questo i governi di molti degli stati (anche europei) da cui provenivano si sono rifiutati di riprenderseli, temendo di crescere dei potenziali terroristi. Abbandonati nei campi di detenzione assieme alle madri fino all’eta di 12 anni, sono stati trasferiti nelle celle di Ghwayran assieme ai prigionieri dell’Isis senza neanche un processo.
“Alcuni di quei ragazzi sono sospetti militanti, altri, invece, sono soltanto membri di famiglie sospette. Ma questi ragazzi - spiega Letta Tayle, direttrice e responsabile della sezione antiterrorismno di Human Right Watch - non hanno mai visto un giudice e non sono mai stati accusati di alcun crimine. La gran parte di loro non ha scelto di vivere sotto l’Isis”.Ora, però, gran parte di quei ragazzini vengono usati come scudi umani dai militanti trincerati nel blocco centrale del carcere. “La responsabilità di quel che succederà a quei ragazzini - ha ammonito Sonia Khush, direttrice di Save the Children per la Siria - è anche dei governi stranieri, che hanno ritenuto di poterli abbandonare”. Secondo le poche notizie che trapelano dall’interno del carcere, dove è in corso una trattativa per ottenere la resa dei militanti dell’Isis, alcuni dei ragazzini tenuti in ostaggio sarebbero già stati feriti o uccisi.
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Dietro la tragedia di Ghwayran si nascondono anche i ritardi e le sottovalutazioni di una comunità internazionale che, dopo la presunta sconfitta dell’Isis, si è sistematicamente disinteressata di quanto succedeva in Siria e negli ex-territori del Califfato. Da almeno due anni si sapeva che la situazione nelle carceri, affidate al controllo dei miliziani curdi, era diventata ingestibile. Privi di fondi, di personale e di un'adeguata preparazione, i miliziani curdi dell’Sdf sono stati abbandonati a stessi sia dagli americani, sia dagli altri paesi della cosiddetta coalizione anti-Isis.

Dietro a quel disinteresse si nascondeva l’evidente volontà di lasciar parcheggiati nel nord della Siria i militanti stranieri dello Stato Islamico. Una scelta tacitamente perseguita da paesi come Francia e Inghilterra, preoccupati che i terroristi riportati in patria beneficiassero dell’eccessivo garantismo di tribunali e sistemi giudiziari pronti ad assolverli o a condannarli a pene esigue.

Allo scaricabarile europeo si è aggiunto quello di paesi come la Tunisia, spaventati dall’idea di ritrovarsi a gestire centinaia di spregiudicati terroristi. Così le sovraffollate carceri del nord-est siriano, abitate da ex-combattenti privi di scrupoli, si sono trasformate in piccoli Califfati, controllati e autogestiti dai prigionieri. Una situazione esplosiva per le autorità curde, che hanno finito con il garantire il rilascio, con tanto di certificato ufficiale di ravvedimento, ai prigionieri in grado di pagare ottomila dollari. In seguito al versamento di quella sorta di “cauzione”, i prigionieri venivano accompagnati verso i territori della provincia siriana di Idlib, controllata da Al Qaida* o, in alternativa, verso il confine con la Turchia. Ma molte di quelle costose “cauzioni” provenivano anche dalle casse di uno Stato Islamico deciso a liberare comandanti e uomini di punta. Ricostituite le gerarchie, è così scattata l’offensiva di Ghwayran.
Così, grazie all’insipienza di Stati Uniti ed Europa, il terrore jihadista potrà rialzare la testa. A cominciare da quei territori dove, solo tre anni fa, sembrava definitivamente sconfitto.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia e in altri paesi
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