Emanuele Filiberto: “Nessun ultimatum, ma per i gioielli dei Savoia arriveremo alla Corte Europea”

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Emanuele Filiberto di Savoia - Sputnik Italia, 1920, 28.01.2022
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La famiglia ha chiesto la restituzione del tesoretto custodito dalla Banca d’Italia dal 1946, data dell’esilio di re Umberto II. “Non chiediamo niente agli italiani, solo la restituzione di beni privati”.
Emanuele Filiberto, nipote di quel re Umberto II che affidò i gioielli dei Savoia a Bankitalia, nega che ci sia stato un ultimatum sulla restituzione ma annuncia che la battaglia legale proseguirà.
“Non è un atto ostile verso l’Italia, tantomeno verso il premier Draghi. Ha tutta la stima della famiglia Savoia e personalmente ricordo di aver già affrontato con lui il tema dei gioielli anni fa”, dice al Corriere della Sera.

Non c’è stato “nessun ultimatum ma continueremo con una causa legale. Certo avremmo sperato in un buon esito della mediazione”, ma i Savoia sono pronti ad arrivare “fino alla Corte Europea, se necessario. Andiamo avanti per le vie legali ma non è un atto ostile, avrei di gran lunga preferito una mediazione”.

Sulla tempistica della richiesta, spiega che “l’attualità presenta sempre un qualche contesto difficile” e la decisione di chiedere indietro il tesoretto non è “dell’ultimo minuto, è stata maturata con calma”.
“Da tempo stavamo valutando la mossa, si sono parlati mio padre con le sorelle. E hanno affidato all’avvocato Sergio Orlandi l’incarico di mediare”, per ottenere indietro i gioielli di Casa Savoia custoditi nel caveau della Banca d’Italia dal giugno 1946.

La famiglia di nuovo unita

Emanuele Filiberto spiega che, per raggiungere l’obiettivo, Vittorio Emanuele e le sorelle Maria Pia, Maria Beatrice e Maria Gabriella hanno messo da parte anni di diatribe.
“Su questa battaglia la famiglia è molto unita. Anche perché a 75 anni da quel 1946 era tempo di venire allo scoperto per chiedere indietro quanto è di Casa Savoia”.
Umberto II, prima di partire per l’esilio, affidò i gioielli al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, che li consegnò all’allora governatore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi, con la dicitura “a chi di diritto”.
E su questa frase si basa una delle tesi dei Savoia per la restituzione.

“Non chiediamo indietro nulla agli italiani, solo la restituzione di beni privati di famiglia. Come è stato restituito negli anni alle ex-famiglie regnanti di Jugoslavia o Bulgaria, persino agli eredi degli zar”.

Si tratta di “gioielli ricevuti come dono di nozze, o acquistati dai Savoia o ricevuti come donazione. Tant’è che la XIII disposizione transitoria finale che ha avocato allo stato altri beni di Casa Savoia non ne parla”.
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