Crisi automotive, in un giorno annunciati 700 esuberi alla Bosch e 550 alla Marelli

© AFP 2022 / SAMUEL KUBANI An employee works on the engine assembly line of the Peugeot 208 car by French car maker PSA Peugeot Citroen at the company's automobile factory in Trnava, western Slovakia
An employee works on the engine assembly line of the Peugeot 208 car by French car maker PSA Peugeot Citroen at the company's automobile factory in Trnava, western Slovakia - Sputnik Italia, 1920, 28.01.2022
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I sindacati chiedono un tavolo al Mise. Confindustria denuncia l’assenza di una strategia nazionale per gestire la transizione della mobilità. E intanto Stellantis ripaga il maxi-prestito da 6,3 miliardi di euro.
Oltre mille esuberi annunciati nel settore dell’automotive in un solo giorno. Si tratta delle crisi aperte sia alla Bosch di Bari, sia alla Marelli, stigmatizzate dalle parti sociali come la punta dell’iceberg della mancata gestione della transizione da parte del governo.
Nel dettaglio, si tratta di 700 esuberi alla Bosch di Bari e 550 alla Marelli, due delle realtà nazionali più grandi della componentistica.

“È scoppiata oggi a Bari la prima crisi aziendale causata dal passaggio all’auto elettrica”, ha denunciato il presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana, sottolineando “la totale assenza di una strategia nazionale nel momento in cui la transizione verso l’auto elettrica subisce una accelerazione così repentina che rischia di schiacciare tutta l’industria automobilistica”.

Una situazione criticata anche dai sindacati, che avevano previsto le conseguenze: la Fim-Cisl ha previsto che sarebbero almeno 4.000 i posti a rischio nel settore dei componenti.

I due stabilimenti in pericolo

Per quanto riguarda Bosch, che produce quasi totalmente componenti per motori diesel, che andranno in pensione nel 2035, il gruppo tedesco ha previsto 700 esuberi su 1.700 dipendenti in cinque anni.
Secondo i sindacati, il cambio di mobilità potrebbe portare ad ulteriori 500 esuberi.

Per la Marellli si tratta, invece, di un piano “di ottimizzazione delle funzioni di staff”, ha fatto sapere la società leader nella componentistica mondiale.

Entro giugno, 550 dipendenti, tra dirigenti, impiegati e lavoratori indiretti, saranno parte di accordi di prepensionamento (circa 350) e di esodi incentivati (200). Marelli impiega in tutto 7.900 persone.
Su questo piano, i sindacati hanno chiesto di aprire il confronto.
Sulla Bosch, tutte le sigle hanno chiesto l’immediata convocazione di un tavolo di crisi nazionale.
Il Mise ha fatto sapere che il ministro Giorgetti “ha puntato l’attenzione sulla necessità che questa fase sia compatibile non solo con le esigenze ambientali ma anche con quelle sociali ed economiche. Senza questo equilibrio, il conto da pagare può diventare insostenibile”.

Immobilismo non tollerabile

In particolare, la Fim-Cisl continua a denunciare il pericolo di “una desertificazione industriale”.
Per il segretario nazionale del settore, Ferdinando Uliano, e Donato Pascazio, segretario generale di Bari della Fim, il ministero dello Sviluppo economico ha sottovalutato gli allarmi lanciati nei mesi scorsi dai sindacati.
C’è un “immobilismo non più tollerabile di fronte ad una situazione che sta impattando sul settore con chiusure e licenziamenti”.
“Il 23 giugno 2021, nel primo incontro del tavolo automotive presso il Mise, come Fim-Cisl abbiamo sollecitato direttamente il ministro Giancarlo Giorgetti di intervenire immediatamente convocando alcuni grandi gruppi della componentistica dell’auto come: Bosch, Vitesco e Denso, che già avevano esplicitato il rischio occupazionale per oltre 4.000 lavoratori, per costruire, con risorse finanziarie previste per la transizione ecologica, un piano di reindustrializzazione per salvare l’occupazione ed impedire la desertificazione industriale”, sottolineano Uliano e Pascazio.
“Da quella data abbiamo continuato a denunciare questo pericolo chiedendo un intervento diretto, purtroppo inascoltati dal Mise. È necessario aprire un confronto in sede ministeriale per Bosch, con la presenza del ministro dello Sviluppo Economico, dove il Gruppo deve presentare un piano di reindustrializzazione del plant, che consenta di azzerare gli esuberi denunciati evidenziando gli investimenti e le risorse finanziarie necessarie”.

Stellantis intanto si sgancia

Fa notizia, sempre nel campo dell’automotive, la decisione di Stellantis di restituire, con oltre un anno di anticipo, il prestito da 6,3 miliardi erogato nel 2020 da Intesa Sanpaolo a Fiat Chrysler, con garanzia Sace a sostegno degli investimenti in Italia.
Secondo alcuni osservatori, scrive La Stampa, la notizia è un segnale che l'azienda nata dalla fusione fra Fca e Psa “è solida e ha una rilevante liquidità. I sindacati, però, temono che Stellantis voglia liberarsi da condizionamenti ‘politici’ in vista del piano industriale che l’amministratore delegato, Carlos Tavares, presenterà ad Amsterdam il primo marzo”.

Per le fonti vicine a Stellantis, le preoccupazioni non sono reali, perché gli impegni assunti per l'Italia sono stati rispettati con gli investimenti a Mirafiori, Melfi e Pratola Serra e i modelli continuano ad arrivare secondo i tempi previsti.

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