Sahel, la debacle francese

© AFP 2022 / DOMINIQUE FAGET Drone Reaper impiagato nell'Operazione Barkhane
 Drone Reaper impiagato nell'Operazione Barkhane - Sputnik Italia, 1920, 27.01.2022
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La regione rischia di trasformarsi in un immenso Califfato Nero, esteso fino alle coste del Mediterraneo.
L’attacco ad una base nel Mali e il colpo di stato nel Burkina Faso, il terzo in 18 mesi in una regione cuore degli interessi di Parigi, segnalano l’evidente difficoltà di Macron nel contrastare l’avanzata dei gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida* e all’Isis* e nell’esercitare la tradizionale influenza sulle ex-colonie dell’Africa Occidentale. Ma il ritiro dei cinquemila soldati della missione Barkhane, rimpiazzati dalla Task Force Takuba a guida europea, non promette nulla di buono. La regione rischia di trasformarsi in un immenso Califfato Nero, esteso fino alle coste del Mediterraneo.
Fuori tre. La rivolta militare costata il posto al presidente del Burkina Faso Roch Kabore.
È la terza, in soli 18 mesi, a colpire quel Sahel, cuore degli interessi francesi in Africa, che l’avanzata dei gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida ed Isis sta trasformando in nuovo Califfato nero.
Un Califfato dove i traffici di armi destinati ai terroristi s’incrociano con quelli della droga diretta in Europa e con le carovane di migranti in movimento verso il Mediterraneo. Ma l’elemento più inquietante in questo crocevia della destabilizzazione è la “debacle” dell’ex-potenza coloniale francese.
Люди демонстрируют свою поддержку военным в Уагадугу, Буркина-Фасо - Sputnik Italia, 1920, 25.01.2022
Burkina Faso, colpo di Stato militare
Una “debacle” iniziata nel 2011, quando la decisione francese di abbattere il Colonnello Muhammar Gheddafi innesca il domino che trascina la Libia nel caos e, subito dopo, contagia il Mali, dando il via all’insurrezione jihadista, tracimata poi in tutto il Sahel. Oggi le conseguenze di questa Caporetto francese rischiano di venir pagate dall’Italia e dagli altri contingenti della Task Force “Takuba”, la missione militare europea destinata a rimpiazzare l’operazione Barkhane, con cui Parigi ha tentato, dal 2014 in poi, di contenere il contagio islamista. Rischi manifestatisi con chiarezza 48 ore prima del golpe in Burkina Faso, quando una dozzina di colpi di mortaio caduti sulla base operativa di Gao nel Mali - in cui alloggiano anche una ventina di soldati italiani - hanno ucciso un militare francese.
Per capire le ragioni dell’insuccesso francese basta ascoltare l’audio con cui i militari golpisti del Burkina hanno chiesto la “sostituzione del comandante dell’esercito”, “mezzi più adeguati” per combattere i gruppi islamisti e “trattamenti migliori per i soldati feriti”. Dal comunicato trapela il risentimento nei confronti di un governo accusato di utilizzare i militari come carne di cannone, per assecondare gli interessi di Parigi, lesinando le risorse indispensabili a bloccare un'offensiva jihadista che ha causato oltre duemila morti, costringendo un milione e mezzo di civili ad abbandonare le zone controllate dai terroristi. Il tutto mentre l’esercito, mandato allo sbaraglio con armamenti e attrezzature inadeguate, subisce batoste come quella del 14 novembre scorso, quando 53 militari sono stati massacrati in un'imboscata islamista. Un massacro che ha diffuso un’ondata di rabbia in tutto il paese, portando nei giorni successivi al blocco di un convoglio francese circondato da una folla infuriata.
Il sentimento anti-francese che anima il golpe del Burkina Faso è assai diffuso anche nei paesi segnati dai precedenti colpi di stato. A settembre, il premier del Mali Choguel Maiga è intervenuto all’assemblea Generale dell’Onu, accusando la Francia di “abbandonare il paese nel mezzo della battaglia”. Accuse innescate dalla decisione, annunciata un anno fa dal presidente Emmanuel Macron, di avviare il ritiro dei 5.100 militari della missione Barkhane. Un ritiro compensato solo in parte dai soldati della Task Force Takuba, a cui partecipano, oltre ai duecento soldati delle forze speciali italiane, contingenti di Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito.
Operazione Barkhane in Mali - Sputnik Italia, 1920, 23.01.2022
Mali, attaccata base militare della coalizione francese: non ci sono militari italiani feriti
Ma a far infuriare gli alleati del cosiddetto G5 del Sahel (Mali, Mauritania Ciad, Niger ,Burkina Faso) hanno contribuito soprattutto le parole con cui Macron ha spiegato, il 10 giugno scorso, l’annunciato ritiro. “Non possiamo garantire la sicurezza in zone che cadono perché gli stati non si assumono le proprie responsabilità”. Una dichiarazione a dir poco imprudente, visto che il governo del Mali ha deciso, per tutta risposta, di delegare ai contractor russi della Wagner il compito di fermare i gruppi jihadisti.
La logica delle affermazioni di Macron, simili a quelle con cui Joe Biden scaricò sugli alleati afghani le responsabilità della disastrosa fuga da Kabul, vanno cercate nelle presidenziali del prossimo maggio, ovvero nel voto da cui dipende la sua permanenza all’Eliseo per un altro mandato. I 54 morti dell’operazione Barkhane rappresentano un peso difficilmente sopportabile per l’opinione pubblica francese. Inoltre, la crisi causata dalla pandemia non giustifica più i costi di una missione che, nonostante gli scarsi successi, ha sottratto al bilancio francese oltre 695 milioni di euro del 2019 e quasi un miliardo nel 2020. Costi esorbitanti, anche perchè equivalenti al 76 per cento delle spese sostenute per garantire tutte le operazioni militari condotte in patria e all’estero.
Detto questo, il passaggio di consegne ad una forza militare europea, costretta prima di una qualsiasi operazione a rischio a far i conti con la tradizionale refrattarietà all’azione militare dei 27, rischia di avere serie conseguenze per il contenimento del terrorismo jihadista. Con il rischio che il Califfato Nero s’allarghi fino alle coste del Mediterraneo, controllando il traffico dei migranti e minacciando nuovamente l’Europa.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e molti altri paesi
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