Lia Thomas, la nuotatrice transgender che batte le donne

© AP Photo / JOSH REYNOLDSLa nuotatrice transgender americana Lia Thomas
La nuotatrice transgender americana Lia Thomas - Sputnik Italia, 1920, 27.01.2022
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Gareggiare con un corpo maschile, ma sentendosi femmina, contro vere donne è possibile? Sì, è il caso di Lia Thomas, nuotatrice transgender, che nuota contro le donne, battendole, e che divide l’opinione pubblica americana. Le direttive del CIO permettono queste procedure nel nome dell’inclusione, ma per le donne sportive è un’ingiustizia.
Le identità di genere non nuotano, lo fanno i corpi, e quello di Lia Thomas è chiaramente maschile. La nuotatrice transgender americana, però, secondo le nuove linee guida del Comitato Olimpico Internazionale, può gareggiare contro le donne. In altre parole, Will Thomas (il nome precedente dell’atleta) ha trovato il modo di vincere nelle gare ed ottenere nuovi record personali. Piovono critiche da parte delle nuotatrici donne, che vivono la vicenda come una clamorosa ingiustizia.
Il tema degli atleti transgender, che potranno competere in tutta tranquillità con donne autentiche, è molto attuale in vista delle Olimpiadi di Pechino 2022, ma in Italia non se ne parla. Sputnik Italia ha raggiunto, per una riflessione, Marina Terragni, femminista e scrittrice, attivista impegnata in prima linea contro l’identità di genere.
— Lia Thomas, nuotatrice transgender, è al centro della polemica negli Stati Uniti, perché vince ingiustamente nelle competizioni femminili. Marina Terragni, è facile vincere con muscoli e ossa maschili contro vere donne, no?
— È una cosa grottesca che deve finire. C’è una grande organizzazione internazionale che si chiama Save Women’s Sports, un’organizzazione di donne che lotta contro questa incredibile invasione delle loro specialità. È una questione politica di primo piano negli Stati Uniti, perché uno dei primissimi atti, gli executive orders, di Joe Biden è stato consentire ai giovani atleti transessuali nelle università di partecipare alle specialità del sesso di elezione e non di nascita. Non c’è nessuna nata donna che si identifica come uomo e partecipa agli sport maschili per evidenti ragioni.
Uno può fare tutte le transizioni che vuole, ma l’inferiorità fisica è palese. Un sollevatore australiano ha già partecipato nelle specialità femminili alle Olimpiadi scorse. Ce ne sono molti di casi. È una faccenda che negli Stati Uniti ha un grosso rilievo politico, perché viene cavalcata moltissimo dai repubblicani. Tutto questo andazzo in America, che riguarda anche la detenzione degli uomini che si identificano donne nelle carceri femminili, è cominciata con la presidenza Obama. La presidenza Trump ha dato un taglio a questa storia, ma Biden, come primissimo atto appena eletto, ha rimesso le cose com’erano prima. Tutto cominciò con la famosa “guerra dei bagni” di Obama.
Fra i nostri atleti paraolimpici abbiamo anche noi un caso: Valentina Petrillo, non ha ancora avuto il cambio di nome e quindi non ce l’ha fatta ad andare alle olimpiadi, perché all’anagrafe risulta Fabrizio.
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— Non bastano le cure ormonali per diventare una donna. Il caso dello sport è infatti emblematico. Cosa ne pensa?

— Il CIO ha dato lo stop al testosterone come misura unica e polivalente per determinare chi può accedere alle gare e chi no. Il fatto è che non conta, comunque sia, quanto testosterone hai in corpo oggi, conta quanto ne hai avuto nella pubertà, è il testosterone che ha permesso di sviluppare spalle, muscoli e un’ossatura maschili.

E poi sulle cure ormonali bisogna dire che sono dannose per la salute, così come i bloccanti ormonali, i quali si danno ai bambini. Ai bambini viene bloccata la pubertà, procedura attiva anche in Italia attraverso la triptorelina, viene detto che è possibile tornare indietro in tutta normalità. Non è così, perché gli studi hanno dimostrato che si sviluppa una sorta di rachitismo, una diminuzione della densità ossea, dei problemi ad altri tessuti, una probabile sterilità.
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— Su questi temi vi è poco dibattito, non crede? Le persone hanno paura di esporsi in modo critico per evitare di essere etichettati da omofobi e omotransfobi?
— C’è stato un momento di dibattito durante la discussione del ddl Zan al Senato, perché noi ed altre associazioni abbiamo insistito in modo pazzesco. Alla fine sono state organizzate le audizioni al Senato e sappiamo come è andata. Il “transificio” sceglie la strategia del no-dibattito. Tale strategia è ben indicata nei Dentons papers, dei protocolli pubblicati dallo studio Dentons, in cui si dice che se si vuole far passare una legge molto forte sull’identità di genere, si deve nascondere quel contenuto in un altro contenuto ampiamente condivisibile.
In Italia l’abbiamo visto con lo Zan, il quale diceva una cosa molto condivisibile, cioè che le persone omosessuali e transessuali devono essere rispettate. Dentro al testo è stata inserita l’identità di genere. Un’altra tattica è parlarne il meno possibile, tenere tutto molto nascosto. Nel frattempo il numero di bambini che vogliono transitare è in crescita mostruosa. La questione dello sport è interessante, perché è clamorosa, è un’ingiustizia così chiara, ma i quotidiani sportivi non ne parlano.
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