Peste suina e Covid abbattono le esportazioni, cosa rischia la carne Made in Italy?

© Foto : fornita dall'Ufficio Stampa CIA-Agricoltori italianiAngela Garofalo, Responsabile del settore zootecnico di CIA-Agricoltori italiani
Angela Garofalo, Responsabile del settore zootecnico di CIA-Agricoltori italiani - Sputnik Italia, 1920, 23.01.2022
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Approfondimento
Da giorni, le organizzazioni agricole stanno denunciando la diffusione di casi di peste suina africana nelle regioni settentrionali. Si tratta di una malattia che non si trasmette agli esseri umani, ma che è molto contagiosa per suini e cinghiali e che rischia di mettere in ginocchio gli allevamenti.
L’allarme è stato lanciato da Cia e Agricoli dopo i primi casi riscontrati in Italia. Inoltre, secondo gli esperti, un problema di ordine sanitario potrebbe provocare un danno irreparabile per il tessuto produttivo ed economico legato alla filiera suinicola, in particolare per la produzione di prosciutti Dop e Igp, da Parma e Norcia, salumi e carne di maiale, che rappresentano il fiore all'occhiello del Made in Italy.
Attualmente, l’esportazione di salumi e carni suine si attesta su 1,7 miliardi di euro. Quale impatto potrebbe avere la nuova emergenza su un settore strategico dell'agricoltura nazionale? Per fare il punto della situazione, Sputnik Italia si è rivolto ad Angela Garofalo, Responsabile del settore zootecnico di CIA-Agricoltori italiani.
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- Dott.ssa Garofalo, se la pandemia di Covid-19 non si poteva prevedere, ci si aspettava invece l’ingresso del virus della peste suina africana in Italia, considerato che già dal 2017 era presente in Europa. Come mai non si è intervenuti per tempo?
- Eravamo pronti all’ingresso del virus in Italia. Dal 2014 è iniziata l’epidemia nell’Est Europa e in Cina, e poi si è diffusa in altri Stati Membri come Belgio e Germania. Per cui, dal 2020, l’Italia, in considerazione dell’epidemia europea e in base a quanto previsto nell’ambito della strategia comunitaria di prevenzione e controllo della malattia, ha elaborato un Piano di Sorveglianza nazionale, che permette una pronta risposta in caso di comparsa della malattia sul territorio nazionale.
Le autorità sono intervenute in maniera tempestiva e gli allevatori hanno implementato tutte le misure di biosicurezza, per questo gli allevamenti italiani sono sicuri. Il problema rimane nella fauna selvatica, di cui non abbiamo nessuna gestione. L’aumento della popolazione dei cinghiali è ormai incontrollato.
- Perché l’arrivo in Italia della peste suina africana attraverso i cinghiali rappresenta un pericolo sia per la diffusione tra i suini sia per l’esportazione di carne e salumi Made in Italy? A quanto ammontano i danni al comparto?
- La peste suina africana è un’infezione virale altamente contagiosa, che colpisce suini e cinghiali, spesso letale per i suini, infatti, per questo, rappresenta un pericolo. Qualora arrivasse negli areali più produttivi del Paese, le conseguenze sarebbero devastanti. Fortunatamente, è stata riscontrata solo nel selvatico (che è il principale serbatoio del virus), ma la possibile diffusione nel domestico potrebbe provocare il blocco delle esportazioni dei nostri prodotti suinicoli, che sono un’eccellenza del Made in Italy, e creare dunque gravi problemi al mercato.
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Al momento, è difficile la quantificazione del danno, alcuni Paesi Extra Europei non riconoscono il principio di regionalizzazione, che prevede la definizione di un’area di restrizione e la sicurezza dei prodotti esportati. I prodotti originari dell’area in restrizione non potranno essere esportati verso nessun Paese, UE o extra-UE, mentre quelli provenienti dal resto del Paese potranno essere esportati. Ma alcuni Paesi, pur accettandolo, tendono a evitare inizialmente le importazioni fino a che la situazione epidemiologica non sia chiarita e le misure di contrasto alla diffusione della malattia non siano messe in atto. Attualmente, l’esportazione di salumi e carni suine si attesta su 1,7 miliardi di euro, quindi i danni sono ingenti.
- E se sommiamo le perdite indirette causate dalla pandemia di Covid-19?
- La suinicoltura italiana ha affrontato, e sta affrontando, situazioni veramente difficili. A partire da marzo 2020, la chiusura del canale Horeca e dell’attività agrituristica hanno determinato il crollo della vendita dei prosciutti Dop e di altre produzioni della salumeria di qualità. Di conseguenza, anche i prezzi all'origine dei suini sono calati notevolmente, scendendo al di sotto dei costi di produzione.
Inoltre, va segnalato che, a fine 2020, gli allevatori si sono trovati a dover fronteggiare anche l'aggravio dei costi di produzione, legato a un aumento dei prezzi dei prodotti per l'alimentazione animale, innescato dai rincari sul prezzo del mais e delle farine proteiche sui mercati mondiali. La pandemia ha evidenziato tutte le debolezze del comparto suinicolo italiano, sia da un punto di vista strutturale che organizzativo.
- La crisi del gas, con le bollette elettriche in forte aumento, sta facendo lievitare i prezzi anche dei prodotti di consumo Made in Italy?
- Il settore agricolo è quello che tra tutti sta risentendo maggiormente degli aumenti dei costi di produzione. Non solo energetici, ma anche relativamente ai fertilizzanti, mangimi, gasolio, manodopera. Tutti questi rialzi rendono decisamente poco remunerativa la produzione primaria. Oggi, gran parte delle aziende agricole e zootecniche sono al limite della sussistenza. Ovviamente, un aumento c’è stato anche nei prezzi al consumo, ma più contenuto rispetto a quello dei prezzi di produzione.
- Si tratta, dunque, di un problema di ordine sanitario, che potrebbe provocare un danno irreparabile per il tessuto produttivo ed economico legato alla filiera suinicola. Ma i consumatori devono preoccuparsi per la qualità di questi prodotti?
- È importante ribadire che la malattia non è trasmissibile all’uomo. Non è quindi a rischio alcun prodotto alimentare. Possiamo rassicurare tutti i consumatori a riguardo. Diminuendo le esportazioni, però, è ovvio che le conseguenze economiche si ripercuoteranno sul tessuto produttivo italiano e i prodotti maggiormente esportati, quindi più a rischio sono i prosciutti stagionati, speck, coppe e culatelli.
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L'allarme sulla peste suina africana: perché può essere un problema per l'Italia
- Come bisogna agire, a livello preventivo, per ridurre il rischio di contagio e di diffusione della malattia, da un lato, e per proteggere i produttori, che rappresentano il fiore all'occhiello del Made in Italy, dall’altro? Quali sono le Vostre proposte?
- Al momento, la cosa più importante è definire e circoscrivere il più possibile l’area colpita, per applicare le opportune misure e limitare il contagio. Tempestività e massima vigilanza sono fondamentali in questo momento. Sarà necessario elevare ulteriormente il livello di biosicurezza degli allevamenti, peraltro già molto alto, per evitare ogni contatto tra il comparto domestico e quello selvatico e segnalare ogni rinvenimento di carcasse dei cinghiali alle autorità veterinarie. Ma è necessario evitare che le popolazioni di cinghiali vengano movimentate. Per questo CIA – Agricoltori Italiani chiede che la gestione della fauna selvatica venga svolta in maniera diversa. Una campagna di controllo e prelievo selettivo permetterebbe di ottenere informazioni sanitarie sulla popolazione presente nel territorio e contenere il numero di cinghiali.
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