Occidente-Russia: si cerca un negoziato o si prepara una guerra?

© Ufficio stampa ministero Esteri Russia / Vai alla galleria fotograficaIl ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il segretario di Stato degli USA Antony Blinken
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il segretario di Stato degli USA Antony Blinken - Sputnik Italia, 1920, 21.01.2022
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La tensione non accenna a calare nell’Est Europa. I media continuano ad enfatizzare la concentrazione di forze militari russe in prossimità dell’Ucraina, mentre prosegue, più fitta che mai, la trama delle iniziative diplomatiche e dei segnali di più varia natura.
Numerosi analisti e politici paventano il rischio concreto di un conflitto di maggiori proporzioni con la Russia. Ma è davvero la guerra ciò che desidera la Federazione Russa? O mira piuttosto ad altro? È un interrogativo che vale la pena di porsi.
Chi immagina lo scontro è intimamente convinto che il Cremlino intenda veramente condurre operazioni militari su vasta scala contro Kiev: forse per mutilare il territorio ucraino, o magari per forzare un cambio di governo o almeno della politica estera che persegue quello attuale.
Pochi si spingono ad ipotizzare un tentativo di annessione, che, oltre ad un confronto con la resistenza avversaria, implicherebbe per Mosca l’assunzione di responsabilità politiche ed amministrative dirette in uno dei paesi ritenuti attualmente più poveri d’Europa.
Già l’assorbimento della Crimea, avvenuto senza spargimento di sangue, ha comportato significativi sacrifici per l’erario russo. Perché mai la Russia dovrebbe imbarcarsi in un’impresa tanto più costosa?
Vista su Cremlino e ministero degli Esteri russo - Sputnik Italia, 1920, 19.01.2022
Mosca: da USA e NATO pretese senza fondamento
Molti pensano che Mosca abbia obiettivi territorialmente più circoscritti, come la difesa dell’autonomia del Donbass o lo stabilimento di una continuità territoriale tra le due repubbliche separatiste sorte in quella regione e la Crimea.
Ma questo obiettivo non è mai stato seriamente perseguito neanche all’epoca delle battaglie più aspre combattute dai secessionisti contro le forze militari ucraine. Per quali motivi la Russia dovrebbe turbare gli equilibri internazionali, rischiare nuove sanzioni e sostenere i costi di eventuali combattimenti proprio adesso?
E c’è dell’altro. La storia militare russa dimostra come non rientri nelle modalità operative predilette da Mosca una lenta preparazione e l’accumulo graduale di forze prima di attaccare: questa è piuttosto la prassi statunitense.
L’America, infatti, predilige strategie che tendono a ridurre il rischio inerente a qualsiasi iniziativa militare, puntando sullo stabilimento di una netta superiorità, mentre la Russia ha sempre posto maggior enfasi sulla sorpresa.
Inoltre, se davvero si pensa ad un’azione in uno specifico teatro, è quanto meno strano che si disperdano energie su altri scacchieri: eppure le autorità militari russe hanno annunciato, proprio in questi giorni, l’effettuazione di massicce manovre navali in tutti i maggiori mari del mondo.
Bozza d'accordo sulle garanzie di sicurezza tra Russia e Nato - Sputnik Italia, 1920, 20.01.2022
Bozza d'accordo sulle garanzie di sicurezza tra Russia e Nato
Non è chiaro neppure se alla narrazione della guerra incombente credano gli stessi ucraini. La disposizione delle loro unità sul terreno, almeno a quanto è dato sapere attualmente, non sembra infatti riflettere alcuna particolare preoccupazione.
Le forze di Kiev sono disperse su tutto il terreno nazionale: vi sono reparti schierati persino al confine con paesi appartenenti alla Nato - come Polonia, Romania ed Ungheria - mentre la capitale è sostanzialmente indifesa. Lo stesso presidente Zelenskij è parso gettare acqua sul fuoco.
D’altra parte, da Washington giungono segnali a dir poco ambigui per gli ucraini. Il presidente Biden ha promesso, ad esempio, durissime rappresaglie economiche in caso di attacco russo, senza menzionare alcuna ipotesi di intervento militare diretto a sostegno di Kiev.
Stanno arrivando in Ucraina armi anticarro di fabbricazione statunitense e si sono mossi gli inglesi, anche schierando proprie truppe. Ma di soldati americani non si è vista, per ora, neanche l’ombra: è chiaro che a Washington nessuno desidera morire per Lugansk e Donestk.
Invece, si continua – grazie al cielo! – a cercare il dialogo. E, con tutta probabilità, quanto stiamo osservando si spiega soprattutto in un contesto di diplomazia armata. La Russia ha posto un problema sul tavolo: è seguita una prima fase di infruttuosi colloqui, alla quale Mosca ha reagito con una serie di mosse pensate soprattutto per dimostrare insoddisfazione e determinazione.
I temi sono chiari e in questa rubrica sono stati più volte descritti. Mosca non vuole avere una frontiera estesa terrestre con la Nato che consenta a truppe occidentali di avere la capitale russa a poche centinaia di chilometri di distanza, dove non esistono barriere naturali.
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In Occidente, noi possiamo, in questo momento, considerarci pacifici, ma in Russia non dimenticano che ci fu un tempo in cui l’esercito tedesco e quello sovietico si esercitavano assieme, pochissimi anni prima dell’Operazione Barbarossa.
La memoria storica è parte fondamentale della cultura strategica di ogni nazione. Che i russi si preoccupino per la loro sicurezza è quindi legittimo e dovremmo comprenderlo, dato quanto è loro successo nel secolo scorso.
I colloqui di Ginevra e quelli successivi, svoltisi nella cornice del format Nato-Russia ed all’Osce, sono naufragati, perché noi occidentali riteniamo che nessun paese del mondo possa condizionare le scelte in materia di sicurezza ed alleanze di qualsiasi altro Stato sovrano.
Tuttavia, l’adesione alle nostre organizzazioni di sicurezza è un processo condiviso, in cui hanno voce in capitolo anche le nazioni che già ne fanno parte. Georgia ed Ucraina non sono ancora entrate nella Nato, proprio perché sulla questione esistono molte riserve.
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Nessuno è convinto veramente che l’ingresso di Kiev e Tbilisi nell’Alleanza Atlantica o nell’Unione Europea rafforzi la Nato e l’Europa comunitaria, che non accolgono chi abbia contenziosi internazionali aperti con stati confinanti.
Questa cosa è certamente nota alla diplomazia russa, che giustamente su queste basi vorrebbe rassicurazioni concrete: idealmente, un trattato legalmente vincolante che determini i limiti delle rispettive sfere d’influenza, come ad Helsinki nel 1975. È difficile che venga concesso, ma sui principi di base un accordo riservato non dovrebbe essere impossibile da raggiungere.
È per questo motivo che la pressione aumenta. La Russia ricorre alla gesticolazione militare, per rendere più chiaro il proprio messaggio. Tutto ciò, ovviamente, non vuol dire che il rischio di conflitto sia inesistente. Significa solo che non è la guerra ciò a cui si punta.
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