Prospera in Libia la tratta degli schiavi, ma non si fa nulla per contrastarla. Perché?

© AFP 2022 / Gulshan Khan La tratta degli schiavi in Libia
La tratta degli schiavi in Libia  - Sputnik Italia, 1920, 20.01.2022
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Il deserto libico ospita diversi campi di detenzione di migranti irregolari i quali cercano di arrivare in Europa dai loro Paesi attraverso la Libia, ma finiscono nelle mani della mafia impegnata nella tratta di esseri umani.
Sputnik ha condotto un’indagine e ha scoperto il motivo per cui il governo libico non agisce su questo tema, qual è la portata del riscatto chiesto alle famiglie degli ostaggi e la ragione per cui spesso bisogna pagare un riscatto “doppio”.
Amany Ahmad, quarantenne di nazionalità algerina, e altri 5 hanno cercato di arrivare in maniera irregolare in Europa ma sono stati catturati da una banda di trafficanti di esseri umani. Questi li hanno catturati e trasportati sotto il sole cocente attraverso il deserto dalla regione frontaliera algerina di Ghadames fino in Libia. Le bande hanno rivenduto regolarmente questi schiavi: dopo essere stati rivenduti più volte, sono riusciti a ripagare il riscatto e sono stati liberati.
Ma non sono mai arrivati in Europa, sono dovuti tornare in Algeria. Amani è ora pronto a condividere la verità su quello che gli è successo.

La storia della prigionia

Nel maggio 2021 i contrabbandieri hanno promesso di far entrare clandestinamente in Italia 6 algerini: Amani Ahmad era uno di loro. Ma dopo aver pagato 350 dollari per il trasferimento, questi uomini sono finiti a Ghadames, sul confine libico-algerino. Sono stati poi trasportati attraverso il deserto in una zona poco nota in territorio libico da un personaggio che si è identificato con il nome di Youbas.
Qui sono finiti in un campo di detenzione: un’area isolata e ben delimitata in cui si trovava soltanto un magazzino. Qui erano alloggiate circa 500 persone di diverse nazionalità con una sola cosa in comune: avevano cercato di entrare in maniera irregolare in Europa ed erano diventati schiavi in territorio libico.
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Per circa 5 mesi, Amani è stato rivenduto da una banda all'altra. Per riportare Amani a casa, la sua famiglia ha dovuto pagare circa 3.000 euro: una somma incredibilmente grande per una famiglia povera algerina. Si tenevano in contatto con lui attraverso lo stesso Youbas, che avrebbe dovuto facilitare il viaggio di Amani e dei suoi compagni in Italia. I parenti di Amani hanno dovuto accettare un cosiddetto "riscatto doppio" per far in modo non soltanto di liberare dalla prigionia di quel momento, ma per consentirsi anche di tornare in territorio algerino senza il rischio di essere imprigionato da altre bande. Per questo l'importo è aumentato in maniera considerevole, anche se i trafficanti avevano inizialmente fissato l'importo del riscatto a 1.000 euro.
Il caso di Amani Ahmad non è affatto l'unico. Secondo l'ex ministro degli Interni libico Saleh Rajab, il traffico di esseri umani, così come il fenomeno dei i campi di detenzione irregolari, ha fatto la sua comparsa in Libia nel 2011, dopo l'inizio della guerra civile e il rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi.
"Nel 2018, la procura di Libia ha dichiarato di aver emesso mandati di arresto per 205 soggetti accusati di traffico di esseri umani e altri illeciti analoghi. Già allora era chiaro che le forze di sicurezza e alcuni funzionari statali erano coinvolti in queste attività illecite. La magistratura sta ancora esaminando il caso", osserva l’ex ministro.

Dove portano i sogni di emigrazione

Anche Mohammad Rashid, marocchino di 30 anni, voleva arrivare in Italia ma nel suo caso gli intermediari erano più di uno. Pertanto, le condizioni della sua detenzione in Libia sono state più dure.
Come ha spiegato, gli stessi contrabbandieri entrano in contatto con i giovani e si offrono di aiutarli a migrare illegalmente in Europa. Tutte queste rotte passano attraverso il territorio libico: è qui che vengono presi come schiavi. La maggior parte dei campi di detenzione per migranti si trova nella Libia centrale, in zone desertiche dove solo i beduini nomadi passano di tanto in tanto.
Quindi, i detenuti sono più difficile da trovare.
Le bande contattano poi le famiglie delle persone catturate e chiedono un riscatto: se non lo ottengono, rivendono lo schiavo ad altri. Se questo accade, il riscatto aumenta: infatti, dovranno essere ripagati tutti i banditi nelle cui mani è finito lo sfortunato prigioniero.

Il riscatto

"Il riscatto è di solito una somma di denaro piuttosto grande, 1.500 dollari in media. I trafficanti lo richiedono alle famiglie delle vittime. Gli importi si basano sulle condizioni fisiche del prigioniero e sul livello di ricchezza della famiglia. L'importo finale è oggetto di negoziazione. I banditi cercano di trattare finché il detenuto non viene consegnato alla sua famiglia", osserva Abdel Monayem al-Zayedy, segretario generale dell'Organizzazione araba per i diritti umani in Libia.
Questi ha anche sottolineato che le vittime non sono completamente al sicuro fino a quando non attraversano il confine con la Libia.

Le rotte

Secondo Muhammad Rashid, il percorso dal Marocco è stato il più complicato: hanno dapprima attraversato il confine con l'Algeria, passando da ovest a est attraverso un Paese vicino e poi sono entrati in Libia. La stranezza di questo percorso non li ha inizialmente insospettiti.
In territorio libico i contrabbandieri al seguito hanno fatto indossare a tutti un niqab e un burqa poiché la presenza di donne in macchina riduce al minimo i controlli.
Così dalla frontiera algerino-libica hanno raggiunto un campo di detenzione nel bel mezzo del deserto libico. Anche questo somigliava a un magazzino dove venivano tenuti centinaia di in prigionia.
"Dopo che siamo stati arrestati, hanno chiesto 1.000 euro a ciascuno di noi: avrebbero usato i soldi per allestire un’imbarcazione per l'Italia. Abbiamo pagato. Ma 2 giorni dopo non eravamo in Italia, ma nel campo di un altro contrabbandiere anch'esso in mezzo al deserto. Il giorno dopo anche lui ci ha chiesto 1000 euro e ha minacciato di ucciderci o di buttarci in mezzo al deserto se non lo avessimo fatto", ha detto Muhammad.
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Mafia

Parlando della sua prigionia libica, l’uomo ha così continuato:
"Quando ho detto loro che non avevo più quei soldi, mi hanno ordinato di contattare la mia famiglia perché questa mandasse la cifra necessaria all’intermediario in Marocco. Ma tutto questo doveva avvenire nella massima segretezza, altrimenti sarei stato ucciso. Una volta che i contrabbandieri ricevettero il riscatto, ci prelevarono dal magazzino e ci dissero che potevamo prendere le imbarcazioni e salpare. Purtroppo, con nostra amara sorpresa, scoprimmo che i contrabbandieri avevano trasmesso l’informazione alla polizia nautica locale che ci arrestò. Dopodiché ci riportarono al campo: solo che a quel punto cominciarono a picchiarci, a fare i prepotenti e a chiedere ancora più soldi alle nostre famiglie.
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La via di casa

"Dopo 5 mesi non ce la facevo più e decisi di tornare in Marocco senza andare in Italia. E dovetti farlo passando sempre dai contrabbandieri. Nel maggio dell'anno scorso finalmente ci riuscii: ma nei mesi precedenti la mia famiglia aveva dato circa 3.500 euro agli schiavisti libici", conclude Muhammad Rashid.
L’uomo ha fornito i nomi degli intermediari che si occupano di traffico di esseri umani tra il Marocco e la Libia: Hajj Haytham, al-Bija, Hajj Yubas, Hajj Khalifa, Hajj Osama, Mihnad e Hajj Maryam. Ma il Ministero dell'Interno libico è sicuro che questi nomi non corrispondano ai veri nomi dei mafiosi impegnati in questa tratta.
Le forze di sicurezza libiche detengono un elenco di trafficanti che comprende circa 200 nominativi. Alcuni di loro sono già stati arrestati e altri sono attualmente ricercati.
Da parte sua l'attivista marocchina per i diritti umani Fatima Boughanbour ha sottolineato che oltre 1.500 cittadini marocchini sono scomparsi in Libia dal 2016 perché catturati, rinchiusi nelle prigioni statali per aver tentato di attraversare illegalmente il confine o ancora annegati nel Mar Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l'Europa.

E l'ONU cosa fa?

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è consapevole della situazione relativa al traffico di esseri umani in Libia. Secondo la risoluzione 2546 del 2020 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, gli stati membri del Consiglio hanno il diritto di ispezionare le navi in alto mare al largo della Libia se queste sono sospettate di contrabbando di migranti e traffico di esseri umani. Ma questo diritto è valido solo sulla carta: infatti, nella prassi comune le navi non vengono ispezionate ogni volta.
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Chi patrocina la mafia libica?

Nel febbraio 2018 un comitato di esperti delle Nazioni Unite ha inviato al Consiglio di sicurezza un rapporto in cui si evidenzia un aumento significativo del traffico di esseri umani in Libia. Il comitato ha anche messo in guardia circa un possibile accordo irregolare tra le forze di sicurezza libiche e i contrabbandieri.
Questa conclusione si basa sulla testimonianza di alcuni clandestini eritrei i quali sono stati arrestati a Tripoli nel 2016 quando dei banditi li hanno consegnati ai funzionari del Ministero dell'Interno "in cambio di denaro".
Anche gli interlocutori di Sputnik riportano casi simili: i banditi spesso consegnano i prigionieri alle forze di sicurezza dopo aver ricevuto riscatti dalle famiglie. Meno comune è il caso in cui i campi di detenzione dei migranti siano situati proprio in aree di pertinenza del Ministero dell’Interno o di carceri pubbliche.

Conferme dalla Libia

Sospetti simili sono confermati dalla parte libica. L'ex ministro degli Interni libico Saleh Rajab ha confermato che si sono verificati casi di collusione tra le forze di sicurezza e i trafficanti di schiavi.
"Non possiamo negare questo fatto. Purtroppo c'è un problema che riguarda la mafia e le forze di sicurezza. Ma questo non accade solo nel nostro Paese: la tendenza è caratteristica di tutti quei Paesi con un potere centrale debole e una situazione interna difficile. Questi legami si stanno sviluppando dal 2011 e il governo non è ancora in grado di invertire tale tendenza", sostiene.
Questi osserva inoltre che i contrabbandieri inizialmente hanno rapito non solo migranti irregolare, ma anche cittadini libici.

Detenuti che chiedono aiuto

Tutte le evidenze raccolte confermano che la mafia del traffico di esseri umani opera solo sul territorio libico. E il cosiddetto "riscatto doppio" esiste davvero.
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Alcuni video e foto di ex detenuti nei campi libici mostrano le condizioni in cui erano tenuti i migranti. Ci sono anche registrazioni di contrabbandieri che minacciano di uccidere tutti i prigionieri se i loro parenti non paghino la somma richiesta.
Una di queste registrazioni è stata trasmessa a Sputnik da Fatima, cittadina marocchina. Suo fratello si è recato illegalmente in Europa nell'ottobre dell'anno scorso. Poi la comunicazione con lui si è interrotta per un po' di tempo. In seguito la sorella è stata contattata da intermediari dalla Libia che le hanno comunicato che suo fratello era sotto la loro custodia. Nei messaggi vocali ricevuti le chiedevano di pagare un "riscatto" a uno dei loro intermediari a Casablanca. Mentre suo fratello veniva torturato, ha minacciato di suicidarsi se la famiglia non avesse pagato la somma richiesta per il suo rilascio. In una delle registrazioni un membro del gruppo minaccia la famiglia che ucciderà loro figlio se non pagano la somma richiesta. I messaggi vocali e i video di minacce di morte sono un metodo ormai usuale che i trafficanti di schiavi in Libia utilizzano per estorcere denaro.
Grazie ad alcune fonti, Sputnik dispone di una lunga lista di nomativi di migranti rapiti e del luogo in cui dovrebbero essere imprigionati (almeno secondo l’origine delle richieste di riscatto).
© AFP 2022 / Patrik Stollarz La tratta degli schiavi in Libia
La tratta degli schiavi in Libia  - Sputnik Italia, 1920, 20.01.2022
La tratta degli schiavi in Libia
L'attivista marocchina per i diritti umani Fatima Boughanbour ritiene che il numero degli schiavi sia nell’ordine di alcune migliaia. I soli cittadini marocchini potrebbero essere fino a 1.500. Ha sottolineato che la maggior parte di loro è sottoposta a torture e percosse costanti.
Ha confermato che le famiglie delle persone rapite stanno anche consegnando i video e i messaggi vocali che ricevono alle organizzazioni per i diritti umani. Tuttavia, è quasi impossibile rintracciare e catturare gli intermediari sul territorio marocchino: ogni volta persone diverse prelevano i riscatti dalle famiglie così da far perdere le tracce alle forze dell’ordine locali.
Tuttavia, le forze di sicurezza non se ne stanno con le mani in mano. Abdel Muneim al-Zaidi, segretario generale dell'Organizzazione araba per i diritti umani in Libia, sostiene di aver aiutato le forze dell'ordine locali a liberare un sudanese che era stato rapito vicino alla città libica nord-occidentale di Bani Walid. I contrabbandieri chiedevano circa 6.000 dollari per il suo rilascio e la famiglia è stata costretta a raccogliere questa somma. Ma mentre l'ostaggio veniva consegnato, la banda di contrabbandieri è stata intercettata.

Mutaforma

Tuttavia, non sono molti i casi in cui le forze dell’ordine contribuiscono a mantenere l’ordine. Infatti, è più frequente che le forze dell’ordine libiche collaborino con la mafia. Su questo tema Al-Zaidi sostiene quanto segue.
"La maggior parte degli ufficiali del Servizio di immigrazione irregolare e della Guardia Costiera sono giovani che vogliono sia un guadagno veloce che benefici dallo Stato. Non sempre si rifanno all’autorità del Ministero dell’Interno e spesso prendono parte ai giochi loschi della mafia nella tratta di esseri umani. Si tratta per la maggior parte non di forze dell'ordine, ma di civili che hanno semplicemente deciso di guadagnare più soldi e benefici. Non importa a quale prezzo", sostiene.
L'attivista libico per i diritti umani ha anche notato che un certo numero di agenti dell'immigrazione irregolare sono direttamente collegati ai contrabbandieri e ai loro campi di detenzione. Molti di loro si sono formati nei paesi dell'UE.
© AFP 2022 / Pius Utomi Ekpei La tratta degli schiavi in Libia
La tratta degli schiavi in Libia  - Sputnik Italia, 1920, 20.01.2022
La tratta degli schiavi in Libia

Risposta del Servizio di controllo migratorio

Abbiamo contattato il Servizio libico di controllo migratorio per un chiarimento. Il generale Rafi al-Barghouty, capo dell'Ufficio per l'immigrazione irregolare nelle province orientali sostiene che non si sono registrate violazioni dei diritti dei migranti nell'est del Paese, secondo i dati in suo possesso.
"Posso dire con certezza che da Sirte al confine orientale non vi sono campi di detenzione né sono stati registrati precedenti di questo tipo. Stiamo tenendo la situazione sotto controllo. Ci possono tuttavia essere precedenti simili nella Libia occidentale ma non sono in possesso di informazioni su quell'area", ha spiegato.
Il funzionario ha aggiunto:
"Quando si identificano migranti irregolari, agiamo in conformità con la legge e forniamo un primo soccorso: di norma tutti necessitano di un primo esame medico-diagnostico e di bere dell’acqua. Poi li rimpatriamo nel loro Paese d’origine previo accordo con l’ente preposto al controllo migratorio del dato Stato”.
Secondo quanto riportato dal funzionario, lo scorso dicembre la sua agenzia ha rilasciato circa 800 cittadini egiziani che si trovavano in un campo di detenzione sull’area sudorientale del Paese.
Nel giugno del 2018 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha annunciato l’introduzione di sanzioni contro 6 soggetti per il coinvolgimento nel traffico di esseri umani: si tratta di Musab Abu Qurein, Muhammad Kashlaf, Abd al-Rahman Milead, Hermias Jermai, Fataoui Abd al-Razzak e Ahmad Umar al-Dabbashi.
Questi soggetti, tuttavia, non sono stati arrestati in Libia poiché le autorità non conoscono ufficialmente la loro posizione. Solo Abd al-Rahman Milead è stato recentemente avvistato in occasione delle celebrazioni per la riapertura dell'Accademia di Studi Marittimi a Tripoli.
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