I pericoli della Rete: perché 4,5 milioni di italiani si informano solo sui social?

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Icone dei social media - Sputnik Italia, 1920, 19.01.2022
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L’Osservatorio Permanente Censis-Ital Communications mette in evidenza gli aspetti contraddittori dell’utilizzo della rete.
Per 4,5 milioni di italiani l’unica porta d’accesso all’informazione è rappresentata dai social network che durante la pandemia ha consentito agli italiani di costruirsi una nuova quotidianità digitale, ma ha fatto emergere anche i rischi dell’utilizzo della rete.
Secondo Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, "gli utenti devono essere liberi di navigare sul web, ma bisogna proteggerli da fake news e disinformazione, che impattano sui singoli e sulla collettività”.
Perché la rete e i social sono gli unici depositari dell’informazione per una parte importante degli italiani? Quali regole sono necessari per garantire buona comunicazione? Esistono rimedi per combattere le notizie che circolano in maniera incontrollata nel web e sui social mirati a disorientare l’opinione pubblica e per ispirare ragionamenti fuorvianti e comportamenti sbagliati? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Annalisa Tortora, giornalista pubblicista, specialista in comunicazione e new media.
© Foto : fornita da Annalisa TortoraAnnalisa Tortora
Annalisa Tortora - Sputnik Italia, 1920, 19.01.2022
Annalisa Tortora
— Annalisa, quale dato dell’Osservatorio permanente Censis-Ital communications ti sembra il più preoccupante e quale invece è il più inaspettato?
— Il dato più preoccupante è che l’utenza ha radicalmente modificato i suoi criteri di ricerca delle informazioni “accontentandosi”, se vogliamo, di un dato non sempre verificato, senza certezza delle fonti, relegando l’acquisizione delle notizie ai social network.
Facebook per oltre 14 milioni di italiani è la fonte da cui informarsi. Sempre dati Censis di ottobre 2021 evidenziano quanto l’informazione sia cambiata: i quotidiani cartacei hanno una media di lettori del 29% (nel 2011 quasi 48%), i free press il 7% (nel 2011 il 37%), i quotidiani online dal 18% del 2011 al 28% del 2021 ed i siti web d’informazione schizzano quasi al 54% contro il 36,6% del 2011. Nulla di inaspettato, quindi, leggendo i dati di entrambi questi studi: era la naturale conseguenza, o forse, una deriva annunciata.
Facebook logo - Sputnik Italia, 1920, 28.12.2021
Censis, 4,5 milioni di italiani si informano esclusivamente sui social network
— Secondo te, a che cosa è dovuta questa “febbre social”?
— La chiamiamo “febbre” attribuendo un’accezione negativa al fenomeno: la febbre non piace a nessuno. È però il termine più rappresentativo per la ricerca bulimica di notizie che vediamo concretizzarsi in modo sempre più convulso, a discapito, troppo spesso, della verità.
Credo la causa sia da rintracciare prima di tutto nel bisogno dell’essere umano di esorcizzare le sue paure: conoscere dettagli scabrosi e meandri sconosciuti ci fa credere di poter allontanare il mostro. La democrazia della comunicazione, poi, ha dato a tutti noi un microfono con un potenziale incredibile di risonanza, condivisione e facilità di diffusione e questo, se il punto di partenza è una notizia infondata, è potenzialmente letale. L’incertezza generalizzata in tutti gli ambiti della vita privata, nonché, su larga scala anche politica e sanitaria, è stata il collante che ha unito i due patogeni dando origine alla “febbre”.
— Quali rischi si nascondono dietro una comunicazione che passa soprattutto attraverso i social network?
— La comunicazione veicolata attraverso i social pecca di controllo e non è verificabile. È facile capire come questi fattori inneschino una spirale che parte da una notizia sbagliata, o addirittura falsa, (le famose fake news) ed a pioggia ne generano altre che la ribadiscono, quindi rafforzano, o addirittura la ampliano di dettagli.
L’effetto domino decreta presunta conoscenza, paura, finanche panico, o, inversamente, eccessiva fiducia, leggerezza, distacco. Così diventiamo tutti virologi, scienziati, medici così come politici, esperti di logistica, innovatori del sistema alla stregua degli allenatori di calcio del lunedì mattina al Bar dello Sport. Così tutti noi, pur mossi dalle migliori intenzioni, ci ritroviamo convinti di sapere senza effettivamente sapere, ma su questa “ignoranza” baseremo le nostre scelte quotidiane e queste inevitabilmente avranno un riverbero sulla società che ci circonda.
A toy on a PC - Sputnik Italia, 1920, 18.01.2022
Ci vuole ecologia anche nell'informazione
— Infatti, l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme infodemia per mettere in guardia gli utenti della Rete dai pericoli di una informazione superficiale e non certificata. A tuo avviso, quali potrebbero essere i rimedi per spegnere i focolai di disinformazione nel web e proteggere gli utenti da fake news e disinformazione?
— Credo fermamente che la frammentazione delle notizie “ufficiali” a cui abbiamo assistito in questi anni abbia realizzato la vera supernova dell’informazione. Basti pensare a quanti nuovi soggetti sono approdati nel mondo della notizia in veste accreditata di esperto o quante notizie dalle Istituzioni sono state passate, poi smentite, ridimensionate, rinegoziate dall’Istituzione stessa nell’arco di poche ore.
Quindi prima di tutto, per evitare focolai di disinformazione, è necessario ripulire la “Fonte”. A seguire, per proteggere gli utenti del web, è fondamentale che le agenzie di stampa e noi giornalisti, new media prima di tutto, riprendano ad operare con etica e responsabilità, abbandonando l’esigenza di “arrivare primi” e occupandosi seriamente di informazione che dia valore aggiunto all’utenza e non che sia fuorviante, incompleta, parziale.
— Purtroppo i giornalisti sono in prima linea nella generazione dell’infodemia. Quindi, il “virus” siamo noi perché pubblichiamo una quantità eccessiva di notizie, spesso non controllate, che aumentano quindi la difficoltà nel trovare fonti affidabili per informarsi su un determinato argomento. Cosa, a tuo avviso, dovrebbero fare le agenzie di stampa e di comunicazione per riacquisire il ruolo di garante della qualità e dell'attendibilità dei flussi informativi? Potresti definire qualche regola da seguire?
— I giornalisti sono da sempre a caccia di scoop. Oggi il tempo medio di uno scoop è 40 secondi. Non hai tempo di verificare le fonti, devi sbrigarti a pubblicare e se non lo pubblichi tu, entro un minuto, un’altra agenzia avrà lanciato il sasso. Non è edificante ma è ciò che è. Finché le agenzie continueranno ad inseguire la genitorialità delle notizie non potremo pensare di “ripulire” la qualità delle informazioni. Non dimentichiamo che molto spesso le testate online non hanno vere e proprie redazioni che analizzano e verificano gli articoli prima di pubblicarli; quindi, si tratta di affidarsi alla responsabilità del singolo.
Le regole da seguire sono tutte nel testo unico dei doveri del giornalista: verifica delle fonti, niente sensazionalismi, nessuna pubblicazione di notizie su argomenti (soprattutto medico/scientifici) che possa generare timori o false speranze. Le regole ci sono: siamo ancora capaci di rispettarle?
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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