Craxi, il ricordo del figlio Bobo a 22 anni dalla morte: "La grazia presidenziale? Un'araba fenice"

CC0 / Fotogramma / Craxi e il presidente francese François Mitterrand
Craxi e il presidente francese François Mitterrand - Sputnik Italia, 1920, 19.01.2022
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Il 19 gennaio del 2000 moriva ad Hammamet, in Tunisia, l'ex premier e leader del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi.
“Erano le 16 circa del pomeriggio del 19 Gennaio del 2000 stavo in una riunione in un ufficio di via del Bufalo a Roma con la Lega Socialista, con me c’erano Paris Dell’Unto, Salvo Andó, Giulio di Donato, Francesco Simone. La ragazza che rispondeva al telefono entra improvvisamente nella stanza : 'c’è tua sorella al telefono, sta piangendo'. Capisco al volo. Stefania fa a tempo a dirmi: 'Vieni qua..'. Avevo lasciato mio padre due giorni prima, mi aveva chiesto di tornare a parlare nuovamente con il Presidente Cossiga e Andreotti e con Giuliano Vassalli che stavano cercando una via 'diplomatica' per aprire un percorso ad una Grazia Presidenziale. Sarei dovuto tornare venerdì ad Hammamet. Non ci fu più tempo per rivederlo e la Grazia Presidenziale si trasformò in quello che avevamo sempre sospettato : un’araba fenice”. Inizia così il post con cui, sui social, Bobo Craxi, secondogenito di Bettino, ricorda suo padre, a 22 anni dalla scomparsa.
Come ogni anno, anche oggi, nel piccolo cimitero cattolico di Hammamet, ci sarà una cerimonia per ricordare l’ex segretario del Partito Socialista Italiano, morto in Tunisia a 65 anni, dopo aver combattuto per mesi con una grave forma di diabete. Lo stesso giorno, alla Camera, arrivava il via libera alla Commissione d'inchiesta su Tangentopoli.
Gli ultimi mesi di vita dell’ex leader del Psi furono contrassegnati dalle polemiche sulla possibilità di un ritorno in Italia per curarsi. Ma l’ex premier avrebbe voluto rientrare a Roma da 'uomo libero' e per questo non accettò compromessi. “Tutti sapevano che il leader socialista, operandosi in uno scalcinato ospedale militare tunisino non aveva scampo. In primo luogo lo sapeva Craxi, ma lo sapevano anche Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica, Massimo D'Alema presidente del Consiglio, Luciano Violante, presidente della Camera, e lo sapeva anche Borrelli, Procuratore Capo a Milano”, ricordano, in un articolo pubblicato oggi sul Giornale, gli ex parlamentari Fabrizio Cicchitto e Biagio Marzo. Il salvacondotto, però, non si trovò. O comunque non fu trovato in tempo, come sottolinea anche il figlio Bobo.
“A dir la verità, a quel che risulta, - raccontano ancora Cicchitto e Marzo - a essere favorevoli a una soluzione umanitaria fu in primo luogo Massimo D'Alema, e anche Ciampi e Violante, ma Borrelli si mise di traverso e prevalse: in quella fase era lui ad avere il potere politico reale in Italia”.
“Dopo la sua morte – si legge ancora nell’articolo - proprio la triade Ciampi, D'Alema, Violante propose i funerali di Stato, respinti dalla sua famiglia così come 22 anni prima li aveva respinti la famiglia di Moro”.
Già l’ex ministro e braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, che ha raccontato il leader socialista in un libro, L’Antipatico, osservava come in quel momento sull’umanità prevalse “l’interesse a spazzare via i socialisti per occuparne il posto”. Craxi, in quel contesto politico, ebbe “un trattamento speciale” come "perno" di un sistema che andava smontato e ricostruito.

“Il disegno di D'Alema, espresso in un famoso libro-intervista, era sostanzialmente quello di eliminare Craxi e di sostituire il Pds a al Psi”, scrivono anche Cicchitto e Marzo sul Giornale. “L'operazione in un primo tempo è riuscita anche per gli errori dei suoi dirigenti il Psi è stato raso al suolo”, è il commento.

Ma, alla lunga, è stata una vittoria di Pirro, secondo i due ex parlamentari. “L'erede del Pds è il Pd, un partito del 20 per cento, per una parte cospicua guidato dalla sinistra democristiana, accerchiato da un 40 per cento costituito dai due partiti sovranisti e che - eliminato il Psi- allo stato ha come possibile alleato solo un confuso movimento antipartitico, privo di una organica cultura politica che fa coalizione con chiunque pur di evitare le elezioni”, va avanti l’analisi.
È ancora Bobo a raccontare la fine del politico che segnò un pezzo di storia italiana. “Insieme a mia moglie Scintilla ed a Nicola Mansi corremmo all’aeroporto. Arrivammo che era buio. Vidi mio padre dentro una specie di cella frigorifera alla ‘morgue’ di Nabeul dove era stato trasferito. Non c’erano casse mortuarie adatte alla sua stazza”.
“Cercammo di organizzare come possibile esequie e sepoltura. Nella Cattedrale di Tunisi dove giusto un anno prima avevamo battezzato Benedetto ed al cimitero cattolico di Hammamet dove oggi riposa”, scrive ancora nel post accompagnato da una foto del padre. Sulla tomba ancora oggi è impressa un’epigrafe che riassume tutte le scelte del leader socialista: “La mia libertà equivale alla mia vita”.
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