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Culle vuote, cucce piene? La società e la politica diano valore alla famiglia

© Depositphotos / GpointstudioUna famiglia si lava i denti
Una famiglia si lava i denti - Sputnik Italia, 1920, 09.01.2022
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Approfondimento
Secondo Papa Francesco i cani e i gatti hanno preso il posto dei figli nelle giovani famiglie. Culle vuote, cucce piene. Ad essere vuoti però sono anche i portafogli dei giovani i quali faticano ad immaginarsi come genitori vista la loro dipendenza economica dai parenti. Come invertire la rotta di un Paese che ha smesso di crescere?
L’Italia è in pieno inverno demografico, ogni anno i numeri non fanno che confermare un quadro di denatalità grave, il Paese non cresce, i bambini, i giovani e i trentenni vengono sostituiti dagli anziani. Secondo i dati Istat il numero medio di figli per donna è 1,17, il più basso di sempre.
Mancano il lavoro e le condizioni per costruirsi un futuro, questo è un dato di fatto. Il motivo per cui non si fanno più figli però è soltanto economico o anche culturale? Effettivamente i giovani che vivono a lungo con i propri genitori non riescono ad immaginare loro stessi come dei genitori. Per sostenere le famiglie evidentemente i politici e la società dovrebbero innanzitutto riconoscerne l’importanza per il Paese. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, autore del saggio “Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere” (Vita e Pensiero 2021).
— L’Italia è fra i paesi che fanno meno figli. La pandemia non ha fatto che peggiorare questa tendenza. Alessandro Rosina, quali politiche occorrono in primis per sostenere i giovani che decidono di fare figli? Lei ha scritto recentemente un libro proprio su questo tema.
— La crisi demografica italiana dura oramai da oltre 35 anni, da quando il numero medio di figli per donna è sceso sotto 1,5 per poi non tornare più sopra tale soglia. Le dinamiche più recenti, in particolare dopo la Grande recessione iniziata nel 2008, sono diventate ancora più negative e la pandemia ha ulteriormente peggiorato il quadro. Nel 2020 il numero medio di figli per donna è sceso sotto 1,25.
Come evidenzio nel mio libro (“Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere”, Vita e Pensiero 2021) nel confronto con gli altri paesi sono principalmente tre i nodi che frenano la realizzazione piena dei progetti riproduttivi in Italia: le difficoltà dei giovani nel conquistare una piena autonomia economica; le carenze degli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia; l’alta esposizione al rischio di povertà per le famiglie che vanno oltre il secondo figlio. Servono politiche in grado di sciogliere questi nodi, con misure continuamente monitorate e valutate nel loro impatto rispetto agli obiettivi attesi.
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— Il Papa ha recentemente sottolineato in un suo discorso che i giovani oggi comprano più volentieri un cane o un gatto invece che fare figli. Il pontefice ha parlato di egoismo umano. Possiamo dire che le cause della denatalità non sono solo economiche, ma anche culturali?
— Nelle società del passato le persone comunemente non si ponevano la questione del “quando” avere una gravidanza e a “quanti” bambini fermarsi, si formava un’unione di coppia e i figli semplicemente arrivavano. Oggi, per la maggioranza delle persone, avere figli è sempre meno una scelta scontata, ma si ottiene come espressione concreta di un desiderio che deve però trovare le condizioni adatte per potersi pienamente realizzare. Più che in passato è necessario, allora, che tale scelta sia favorita e sostenuta da una attribuzione esplicita di valore nella comunità di riferimento in coerenza con condizioni che consentano una integrazione positiva con le varie dimensioni della realizzazione personale e professionale.
Il punto di partenza è quindi il valore collettivo da riconoscere a tali scelte, che trova poi conferma anche nell’investimento che il paese fa su di esse. Non è solo questione di politiche pubbliche, ma anche di pratiche aziendali; non solo femminile, ma anche maschile; non solo di incentivi e strumenti, ma anche culturale. Non ha solo a che fare con le misure oggettive, ma anche con il riconoscimento di valore collettivo alle scelte di impegno positivo verso il futuro.
— Le pensioni dei nonni e gli stipendi dei genitori mantengono i giovani fino all’età adulta. Evidentemente questo “sistema” rende impossibile ai giovani immaginare un futuro tutto loro con tanto di famiglia e figli? Cioè si rimane a lungo figli e non si vuole/può più diventare genitori?
— I dati ISTAT mostrano come gran parte della riduzione della fecondità nell’ultimo decennio sia da attribuire al crollo delle nascite sotto i 35 anni. La forte riduzione della fecondità degli under 35 è legata alla prolungata permanenza nella famiglia di origine, da ricondurre a un intreccio di fattori relativi ai costi dell’abitazione, al difficile raggiungimento di una stabilità lavorativa e di reddito, all’incertezza nei confronti del futuro che la pandemia ha peggiorato. Finché si rimane nella condizione di figli e si dipende dalle risorse private delle generazioni precedenti, difficilmente ci si può immaginare genitori. Val la pena, inoltre, sottolineare che nei paesi dove si inizia in età meno tardiva ad avere figli è anche più favorevole l’impatto che possono avere, a parità di altri fattori, le politiche di sostegno alla natalità e di conciliazione.
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— Le politiche del governo sono mirate ai bisogni degli anziani, perché da loro dipendono le elezioni e le sorti dei politici. Perché i politici dovrebbero cambiare rotta e fare politiche giovanili? Che cosa rischia l'Italia se non dovesse cambiare nulla?
— Come conseguenza della persistente denatalità, l’Italia è diventata il primo paese al mondo in cui gli over 65 hanno superato gli under 15. Secondo le ultime previsioni Istat (base 2020) i primi sono destinati a diventare il triplo dei secondi. La denatalità sta ora sempre più erodendo anche la popolazione in età attiva indebolendo le possibilità di crescita economica e sostenibilità del sistema di welfare. Conseguenze ancora più gravi per un paese con elevato debito pubblico. Le condizioni per avviare una inversione di tendenza delle nascite ci sono, ma richiedono un aumento della fecondità a livelli più alti rispetto alla media europea (perché maggiore è la riduzione in Italia della “potenziali madri”). Questo richiede che anche le politiche familiari italiane e per le nuove generazioni siano portate ai livelli delle migliori esperienze europee. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e il Family Act presentati dall’attuale Governo sono strumenti del tutto nuovi rispetto al passato che hanno le potenzialità per fare la differenza. Ma il loro esito non è per nulla scontato. Dipenderà molto da come verranno attuati e dal clima sociale del paese all’uscita dall’emergenza pandemica.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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