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Ad un anno dall’assalto a Capitol Hill: oggi Trump batterebbe Biden

© JIM URQUHARTСторонники президента США Дональда Трампа на акции протеста Stop the Steal в Фениксе, США
Сторонники президента США Дональда Трампа на акции протеста Stop the Steal в Фениксе, США - Sputnik Italia, 1920, 09.01.2022
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Approfondimento
In un pianeta che continua a far parlare di sé per l’instabilità che lo contraddistingue, è passato quasi sotto silenzio il primo anniversario dell’assalto al Congresso americano. L’argomento, naturalmente, ha tenuto banco a Washington e dintorni, senza che tuttavia la questione coinvolgesse più di tanto il mondo esterno.
In realtà, tuttavia, c’è ragione per interessarsene. Per comodità del lettore ricorderemo brevemente i fatti. I risultati delle elezioni presidenziali americane vennero contestati da Donald Trump sotto molteplici punti di vista.
Lo scrutinio ebbe un andamento altalenante, anche a causa del forte apporto dato alla partecipazione al voto dagli elettori espressisi per posta o comunque prima della giornata decisiva delle elezioni.
Ne era conseguita una dinamica peculiare. Essendo stati scrutinati prima i voti dati in presenza, Trump era andato rapidamente in vantaggio, per poi subire il recupero dell’avversario successivamente, mano a mano che venivano computate le preferenze giunte per posta o comunque attribuite nelle settimane precedenti all’election day.
Naturalmente, vennero sollevati dubbi sulla regolarità dello spoglio delle schede e perfino in merito alla corretta trasmissione dei dati aggregati, senza particolare successo.
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Ad uno stadio successivo, la battaglia legale si era spostata sulla legittimità delle leggi elettorali adottate da alcuni Stati, per permettere il voto a distanza senza il controllo dell’identità e persino il cosiddetto harvesting, ovvero la pratica di permettere la raccolta da parte di privati delle schede votate da remoto in questo modo.
Ovviamente, il tentativo intrapreso dai legali di Trump non aveva la benché minima probabilità di riuscita, dal momento che in tutti i sistemi democratici la sostanza prevale sulla forma e l’esito di un voto comunque affetto da irregolarità procedurali alla fine prevale su ogni altra considerazione.

All’ultimo passaggio, il 6 gennaio 2020, il Presidente uscente decise di tenere un infiammato comizio nelle vie della capitale americana proprio mentre il Congresso, sotto la presidenza del vice-presidente Mike Pence, si apprestava a dichiarare ufficialmente Joe Biden nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Trump chiese ai propri sostenitori di recarsi sotto il Campidoglio per dimostrare in suo favore, sostenere chi si stava battendo per lui in assemblea ed esercitare una qualche forma di pressione nei confronti di Pence. Il resto è relativamente più noto. Una gran moltitudine di facinorosi si avvicinò al Congresso e molti riuscirono a penetrare nel palazzo che ospita il Parlamento bicamerale americano.
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Non sapremo probabilmente mai l’esatta dinamica dei fatti. Ma il Congresso venne profanato da dimostranti vestiti in modo quanto meno inappropriato, che riuscirono anche ad avvicinarsi all’aula in cui si discuteva dell’assegnazione della Casa Bianca.
I congressisti dovettero essere sgomberati con l’aiuto della sicurezza federale. Un dimostrante venne ucciso all’interno del Parlamento. Vi furono altri morti. Le foto dei più pittoreschi assaltatori fecero il giro del mondo. Alcuni vennero ritratti in possesso di suppellettili esibite alla stregua di veri e propri trionfi.
Da allora, sono stati celebrati dei processi, già sfociati nella condanna di alcune tra le personalità più emblematiche dell’attacco. E sono partite anche delle inchieste.
Si sta cercando di capire cosa non funzionò quel giorno a Capitol Hill e perché il Congresso non venne difeso efficacemente. L‘investigazione politicamente più importante riguarda tuttavia il ruolo effettivo che il presidente Trump svolse in tutta la vicenda.
L’ex Presidente nega di avere delle responsabilità dirette in quanto accadde, ma gli inquirenti vogliono accedere alle comunicazioni intercorse tra la Casa Bianca e tutte le strutture che le sono legate in quella giornata drammatica e in quelle immediatamente seguenti.
Probabilmente, Trump riuscirà a schermare la documentazione più sensibile. Ma il significato politico di quanto accade è difficile da sottovalutare. In gioco ci sono gli esiti delle elezioni di medio-termine del prossimo novembre e soprattutto le presidenziali del 2024.
Biden è da poco meno di un anno alla Casa Bianca e i sondaggi sono concordi nell’accreditargli consensi molto bassi.
Una media delle rilevazioni pubblicata recentemente dalla testata FiveThirtyEight sostiene che approvi l’operato del Presidente in carica soltanto il 42,9% degli americani, contro il 51,9 che lo disapprova. Secondo la Reuters, favorevole a Biden sarebbe il 45% dei sondati, contro il 51 degli insoddisfatti.
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Su queste basi, il partito democratico potrebbe anche chiedergli di farsi da parte, ma a quanto pare è molto impopolare anche la Vicepresidente Kamala Harris, che gli subentrerebbe in caso di dimissioni.
Nel frattempo, Trump non pare soffrire alcun calo nel gradimento degli elettori americani. Secondo alcuni sondaggi, anzi, se si votasse oggi batterebbe Biden di diverse lunghezze: sei punti, secondo una rilevazione pubblicata da Newsweek lo scorso 23 dicembre.
È chiaro quindi che esiste un interesse notevole a sbarrargli la strada, anche se non è affatto detto che le possibilità di riscatto dei repubblicani diminuirebbero con un altro candidato tra tre anni.
Dove spiri il vento dovremmo capirlo presto, in occasione delle primarie con le quali i repubblicani selezioneranno i candidati ai seggi parlamentari. Trump ne sostiene molti: se riusciranno a spuntarla, avrà riaffermato il proprio controllo sul partito, spianandosi la strada alla nomination. In caso contrario, il Grand Old Party troverà verosimilmente nuovi punti di riferimento.
Coltivano ambizioni in questa direzione lo stesso Pence, l’ex Governatore Ted Cruz e Ron DeSantis, che potrebbe peraltro essere anche il futuro running mate di Trump.
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Assume grande importanza anche il confronto politico in atto al Congresso sulla legge elettorale. È infatti in discussione una proposta di legge che generalizzerebbe il ricorso al voto da remoto senza controllo dell’identità e possibilità di raccolta delle schede da parte di soggetti non pubblici.
Chi promuove questa riforma, afferma che si tratta di uno strumento indispensabile a facilitare l’esercizio del diritto di voto, rendendolo più accessibile alle minoranze e a coloro che abbiano da poco conquistato la cittadinanza americana, ma di fatto svantaggiando i repubblicani, che dispongono di un partito assai meno strutturato di quello democratico.
Non a caso, sono molti tra i repubblicani coloro che ritengono lo scontro sulla HR1, così si chiama il controverso progetto, la madre di tutte le battaglie, quella che da sola potrebbe decidere l’esito delle campagne elettorali future, allontanando per sempre il Grand Old Party dalla Casa Bianca. Il 2022 sarà lungo anche negli Stati Uniti.
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