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Matteo Giusti (Limes) a Sputnik: “l’Italia deve avere verso l’Africa una politica personale”

© AP Photo / Ben CurtisСтадо слонов на фоне горы Килиманджаро, Кения
Стадо слонов на фоне горы Килиманджаро, Кения - Sputnik Italia, 1920, 05.01.2022
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Approfondimento
A pochi chilometri dalle coste italiane, l’Africa condivide con Roma una storia intensa di scambi, ma spesso si parla dei paesi africani come di una realtà distante. Il continente africano, in costante crescita economica e demografica, rappresenta un interesse strategico che l’Italia non può perdere.
Nel 2022 fra le sfide che l’Italia dovrà affrontare, per non restare emarginata, vi è sicuramente quella che riguarda i rapporti con l’Africa. Relazioni diplomatiche, politiche energetiche e un mercato in crescita fondamentale per le imprese italiane.
L’Italia riuscirà ad avere una politica estera personale nei confronti del continente africano? “Senza una politica africana la politica estera italiana sarà povera e subalterna ad altre grandi potenze”, questa è l’opinione espressa, in un’intervista a Sputnik Italia, da Matteo Giusti, esperto d'Africa, analista per la rivista Limes.
- Matteo Giusti, possiamo dire che si tratta di un dossier senza i quali l’Italia rischia di rimanere emarginata?
- Assolutamente sì, l’Italia è la porta dell’Europa verso l’Africa, è lo Stato più vicino ed esposto a tutto quello che succede e arriva dall’Africa. Una politica italiana verso l’Africa è obbligatoria per la politica estera del nostro Paese, il problema è che la politica europea rischia di essere troppo generica e poco specifica per i problemi italiani e per i rapporti che dovrebbe avere l’Italia.
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L’Italia dovrebbe avere verso l’Africa una politica personale, così come fa la Francia. L’Italia in passato, negli anni ’80 e’90, aveva rapporti molto stretti con tanti Paesi africani, poi col passare del tempo li ha persi, perché c’è stata una politica estera molto mediocre e troppo schiacciata sia dalle potenze emergenti sia dalle vecchie potenze, che hanno cercato di difendere il loro controllo dell’Africa.
L’Italia comunque resta presente in alcuni stati chiave dell’Africa, come la Libia, dove, nonostante la caduta di Gheddafi, Roma era davvero il primo partner. Anche, in Nigeria, lo stato più popoloso di tutto il continente africano e, parzialmente, nel Corno d’Africa, anche se la nostra presenza in Etiopia e in Somalia si sta riducendo sensibilmente. Senza una politica africana, la politica estera italiana sarà povera e subalterna ad altre grandi potenze.
- Non posso non chiederle allora il suo parere sul Trattato del Quirinale: è più vantaggioso o svantaggioso per l’Italia nella questione Africa?
- Secondo me, è l’ultima possibilità che ha la Francia per non farsi tagliare completamente fuori dall’Africa, perché la Francia ha continuato a gestire i paesi Africani come fossero un insieme di colonie con la Françafrique, utilizzando il franco CFA. Negli anni, il controllo francese è stato fortemente ridimensionato, soprattutto dall’espansionismo cinese, ma anche da quello russo, turco e parzialmente israeliano e dei paesi del golfo. Parigi si è sentita con le spalle al muro e si è guardata intorno, vedendo che la Germania non aveva interessi in Africa, e ha capito che l’unico grande paese da poter coinvolgere era l’Italia.
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Per l’Italia credo sia una chance da utilizzare, perché da sola fa fatica anche ad organizzare una politica estera africana, ma sul Trattato con la Francia bisogna stare attenti, perché sia paritetico, bisogna giocare ad armi pari ed essere soci al 50%. I francesi cercheranno di essere il paese guida del Trattato e cercheranno di condurre il gioco.
- L’Africa è in costante crescita, anche se di questo aspetto se ne parla meno, si leggono notizie di tono più negativo solitamente. Per le imprese italiane il continente africano è un’opportunità gigante nonostante il Covid e la crisi?
- Sì, nel 2019 le imprese italiane sono cresciute del 4,5%, nel 2020 del 6%. Si tratta di una crescita continua. I prodotti italiani piacciono in Africa, è un mercato di vendita, ma allo stesso tempo anche un mercato dove poter acquistare. La politica estera italiana in Africa ha un nome, che è Eni, il gigante petrolifero italiano è molto importante per la politica estera italiana e per l’Africa.
I grandi giacimenti in Libia, in Nigeria e in Mozambico, assieme ovviamente alla Total francese, alla Shell inglese e alla Exxon americana, sono parzialmente controllati dall’Eni, che è rispettata in tutta l’Africa, perché è presente su tanti territori da tanti anni. Questo è un simbolo di come l’imprenditoria italiana - sia di Stato che quella privata - possano e debbano lavorare in Africa, perché è un mercato per la propria mercanzia, ma anche un mercato dove acquistare. I paesi africani hanno una crescita di Pil costante, con una popolazione giovane in grande crescita, sono paesi che hanno tanta voglia di aprirsi.
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- Quali sono le maggiori criticità nei paesi africani? Qual è la sfida per l’Italia in questo 2022?
- L’Italia dovrebbe avere una forte diplomazia in primis in Africa, le delegazioni e le Ambasciate si devono occupare di fare affari nell’interesse del paese che rappresentano e anche del paese in cui si trovano. Bisogna partire da rapporti diretti con i meeting: l’Italia ha organizzato recentemente il terzo convegno africano, come fanno tutte le grandi potenze, dalla Cina alla Russia; tutti ormai organizzano grandissimi incontri, in cui cercano di fare venire più capi di stato possibili africani per creare rapporti economici.
L’Italia deve crescere, essere più forte, deve aumentare il numero di ambasciate, di camere di commercio che possano far conoscere e introdurre prodotti italiani nel continente africano. È un impegno importante, ma anche un grande investimento. L’Italia non ha la forza economica che ha una Cina, la quale fa investimenti che riscuoterà fra 20-25 anni. L’Italia non si può permettere un’esposizione di questo tipo, ma investimenti mirati per una rendita a breve termine sono necessari.
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Quindi più investimenti, crescita diplomatica e anche militare, perché ci sono tante missioni in cui i soldati italiani sono già partecipi sotto l’egida delle Nazioni Unite e nel contesto dell’Unione Europea. È un modo per far sentire la propria vicinanza agli Stati africani, che in realtà cercano rapporti con i Paesi occidentali e orientali, non dimentichiamoci della Cina.
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