Italia, terra di giovani espatriati: una ricchezza ignorata

© Sputnik . Evgeniy Biyatov / Vai alla galleria fotograficaGli italiani al festival "Torre Spasskaja"
Gli italiani al festival Torre Spasskaja - Sputnik Italia, 1920, 26.12.2021
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Approfondimento
L’emigrazione italiana non si è mai fermata, ma gli emigrati di oggi non sono gli stessi di 50 anni fa. Oggi è più corretto parlare di giovani espatriati, una generazione che crea famiglia altrove e non vede le condizioni per tornare a casa. Ignorati dalla patria gli italiani all’estero in realtà sono una vera ricchezza per il Paese.
“Italiani nel cuore” di Giuseppe Arnone, edito da Rubbettino, è un saggio che analizza le differenze fra l’emigrazione del passato e quella di oggi, il legame fra i giovani espatriati e gli italiani in patria. L’emigrazione negli anni è mutata e gli expat di oggi sono portatori di valore aggiunto all’estero, si tratta di giovani che non hanno intenzione né possibilità di fare ritorno in patria.
Nemmeno la pandemia ha bloccato la fuga di cervelli, e nel frattempo la politica italiana come interagisce con i suoi giovani che hanno scelto di cercare fortuna altrove? L’Italia cresce, all’estero però, dove i giovani italiani ottengono lavoro e successo. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Giuseppe Arnone, presidente della Fondazione Italiani in Europa, autore di “Italiani nel cuore”.
© Foto“Italiani nel cuore” di Giuseppe Arnone, edito da Rubbettino
“Italiani nel cuore” di Giuseppe Arnone, edito da Rubbettino - Sputnik Italia, 1920, 26.12.2021
“Italiani nel cuore” di Giuseppe Arnone, edito da Rubbettino
— Giuseppe Arnone, com’è cambiata l’emigrazione italiana negli anni?
— L’emigrazione non è mai cessata. Oggi ci sono emigrazioni di massa che riguardano i siciliani, i calabresi, i pugliesi, i campani, ma anche i laziali. I ragazzi si trasferiscono in altri Paesi europei dove trovano un lavoro specializzato che in Italia non c’è o che viene sottopagato. L’emigrazione italiana di oggi comparata a quella di un tempo è diversa per estrazione sociale, ideologica e culturale. Noi italiani oggi siamo portatori di un valore aggiunto culturale, perché il Made in Italy è una presenza importante nello stile e nella capacità di far sognare gli altri.
Nel mio libro tratto la figura dell’emigrazione degli anni ’50 e ’60 incarnata nel famoso personaggio di Carlo Verdone, Pasquale Amitrano, un emigrato in Germania che lavora nella fabbrica. Questo personaggio viene contrapposto all’emigrato di oggi che è un emigrato laureato, un docente, un medico, un professionista. La desertificazione della popolazione demografica al sud d’Italia e nelle altre parti del Paese avviene quando i giovani vanno nel nord europea alla ricerca di un lavoro e alla fine il nucleo famigliare si costruisce fuori. Prima gli italiani costruivano il proprio nucleo famigliare in Italia, la moglie e i figli rimanevano nella terra natia. L’obiettivo degli emigrati di una volta era ritornare in patria.
— Oggi invece gli espatriati non vogliono più tornare? Quali politiche assume il governo per frenare la fuga di cervelli?
— Oggi assistiamo ad uno svuotamento impressionante, c’è una città di Palermo svuotata e ricostruita all’estero. Il recente studio di Migrantes mostra che nell’anno del covid l’Italia ha perso 384 mila residenti sul suo territorio e ne ha guadagnati 166 mila all’estero. Se non ci sono delle politiche di attrazione nei confronti di una elevata ricerca di personale specializzato l’Italia rischierà nell’arco di qualche anno di perdere le proprie ragioni della natalità, già messa a dura prova.
Le politiche create negli anni a garanzia del mantenimento dell’occupazione giovanile intellettuale sono state acqua fresca rispetto alla possibilità reale che questi giovani hanno di rimanere per far crescere l’Italia. È una una questione di competitività internazionale nel campo della cultura, dell’industria, dell’alta tecnologia. Tutto ciò si può ottenere se si riuscisse a migliorare la qualità del mantenimento del lavoro aiutando i giovani a rimanere nel proprio tessuto collettivo.
Alcune politiche sociali stanno iniziando a funzionare, per esempio molti giovani stanno cominciando ad intraprendere una strada nel turismo.
I figli degli italiani che sono già all’estero invece non conoscono la terra dove sono nati i propri genitori. Bisogna fare tornare un’intera generazione con politiche di acquisto degli immobili. Vanno create le condizioni affinché ci possa essere una doppia residenzialità per poter scoprire la propria storia e le proprie origini.
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— Stando ai numeri nemmeno la pandemia ha fermato i giovani che hanno deciso di lasciare l’Italia?
— Esattamente. Noi abbiamo in Sicilia città come Favara, Licata, Aragona che hanno più abitanti all’estero che in Italia. I nuclei famigliari si sono trasferiti all’estero, perché il giovane di oggi non è quello di 50 anni fa. I ragazzi cercano per sé un’opportunità di autonomia. “Cu nesci rinesci” (Chi esce riesce) è un detto famoso siciliano e sintetizza una vera filosofia di vita. Noi come associazione “Italiani in Europa” stiamo cercando di imprimere un cambiamento rispetto a questo tipo di modello culturale. Cerchiamo assieme ad altre associazioni di far rimanere i giovani nella propria terra. L’abbandono significa la desertificazione complessiva, il depauperamento dell’economia in termini economici e produttivi, ma anche in termini di economia sociale. Questo mi ha spinto a scrivere il saggio “Italiani nel cuore”.
— Partire, così come viaggiare, è normale. Il problema è che l’Italia non è un Paese dove tornare. Mancano delle politiche in grado di attirare gli italiani a casa?
— Sì, il problema è tornare per investire nella propria terra. Si può abitare anche a Londra, ma non si possono tagliare le radici culturali, le tradizioni e i valori della propria terra. Quando giro in Europa mi rendo perfettamente conto che l’Italia è una terra di giovani espatriati, perché c’è un quadro di normative che non corrispondono alle esigenze di questi giovani. In Sicilia abbiamo 798 mila iscrizioni all’AIRE, perché la voglia di lavorare non incontra la professionalità o viceversa il lavoro non incontra la professionalità che magari abbiamo sviluppato in anni di studio. Lo svuotamento delle nostre città non corrisponde ad un ritorno, anche economico.
Un modo per riattrarre i giovani in Sicilia, in Italia nel contesto globalizzato in cui viviamo è quello di creare le condizioni per un reale sviluppo territoriale.
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— Lei parlava di radici. L’Italia comunica con tutti gli italiani sparsi per il mondo o una volta che i giovani se ne vanno nessuno si preoccupa più di loro?
— I programmi mancano di coordinamento e mancano di iniziativa, di coinvolgimento. I programmi ci sono, i fondi ci sono, ma a volte tutto ciò stride con l’incapacità della rete consolare. Non c’è coordinamento, così le politiche falliscono. La rete consolare non funziona. Mi sono trovato a parlare con cittadini italiani del Belgio e della Germania che a volte per fare il rinnovo della carta d’identità devono fare centinaia di chilometri. A volte rinunciano alla cittadinanza italiana, chiedendo la cittadinanza del Paese dove vivono.
Sono tanti gli italiani all’estero che pensano di essere stati traditi dall’Italia o comunque di essere ignorati se non durante le elezioni. Gli italiani all’estero sono una ricchezza enorme per l’Italia. Gli italiani emigrati di un tempo mandavano le rimesse in patria, ma oggi i giovani che continuano ad emigrare non investono più in Italia, c’è una mancanza di recupero di PIL derivante dal fatto che non c’è un coinvolgimento strutturale degli italiani all’estero.
Il pagamento delle tasse incide tantissimo. Ci sono sgravi per gli anziani, ma le imposte per le proprietà che si hanno in Italia sono esose. Se non si fanno delle politiche di contenimento e di agevolazioni fiscali l’Italia recide completamente le radici. Si perde la storia, si perde l’identità e anche il ritorno di PIL. Vorrei dire anche che gli espatriati italiani all’estero hanno un discreto successo. Nel libro parlo di storie imprenditoriali molto importanti, molti italiani trovano successo altrove. Imprenditori, tenori, scrittori…noi italiani riusciamo a farci apprezzare per quello che siamo.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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