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Migliorano le condizioni a Gaza, i cristiani dell'enclave si preparano a celebrare il Natale

© AP PhotoCristiani palestinesi
Cristiani palestinesi - Sputnik Italia, 1920, 24.12.2021
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Prima del 2007, quando Hamas prese il controllo di Gaza, la Striscia ospitava migliaia di cristiani ortodossi. Ma le persecuzioni perpetrate dal gruppo islamico, unite alle continue guerre e alle difficoltà economiche, hanno spinto molti a fuggire. Ora questa comunità conta solo poche centinaia di membri.
In Israele e in Cisgiordania molte città e paesi si stanno preparando al Natale. Sono stati preparati degli alberi di Natali, per essere collocati nei principali punti di interesse, vengono allestiti mercatini e le autorità stanno intrattenendo i cittadini con varie attrazioni ed eventi.

Stagione di festa?

Ma nella Striscia di Gaza, che ospita una piccola comunità cristiana, i festeggiamenti pubblici non sono affatto imminenti.
"In passato, durante l'epoca del defunto leader Yasser Arafat, ci era permesso organizzare feste pubbliche", sostitene Haitham Saba, un cristiano ortodosso di 42 anni residente a Gaza.
"Allora potevamo accendere l'albero di Natale in piazza Al Jundi Al Majhoul. Ma quei giorni sono finiti. Ora possiamo celebrare le nostre feste solo nelle istituzioni comunitarie", ha aggiunto.

Minoranza perseguitata

La condizione dei cristiani nell'enclave costiera è peggiorata, da quando il gruppo islamico Hamas ha preso il controllo della Striscia nel 2007, scacciando le truppe fedeli al presidente Mahmoud Abbas.
Alcuni cristiani nella Striscia hanno persino dovuto sottoporsi a conversioni forzate. Le loro chiese sono state prese di mira. I loro figli sono stati discriminati nelle scuole, mentre gli attacchi alle loro imprese sono diventati un fenomeno comune.
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Ovviamente, le guerre tra Israele e Hamas non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Dal 2008 ad oggi le due fazioni si sono contrapposte in 4 grandi scontri, durante i quali lo Stato ebraico ha bombardato Gaza, distrutto le sue infrastrutture, ucciso e ferito migliaia di persone.
Per molti cristiani, i continui combattimenti sono diventati così insopportabili che hanno deciso di andarsene e, nel corso degli anni, il numero dei cristiani a Gaza è diminuito da diverse migliaia a solo alcune centinaia.
Molti si sono trasferiti negli Stati Uniti e in vari paesi europei. Altri sono andati a vivere in Cisgiordania, controllata da Fatah, dove ai cristiani ci si approccia in maniera più mite.
Saba dice di capire coloro che hanno scelto di lasciare tutto e trasferirsi, soprattutto perché "Gaza non è più un luogo sicuro per i bambini". Ma il padre di tre figli è anche convinto che non seguirà la strada di coloro che hanno fatto questa scelta.
"Amo molto questo posto", dice. "Ho un buon lavoro qui e una bella casa. Posso viaggiare dove voglio, quindi perché dovrei andarmene?".

Ristrettezze economiche

Un "buon lavoro" e una "bella casa" sono beni di lusso per la maggior parte delle persone a Gaza. La situazione economica nella Striscia si è rapidamente deteriorata dopo la presa di potere da parte di Hamas, considerata un'organizzazione terroristica da Israele, e la decisione delle autorità di Tel Aviv di imporre un blocco totale all'enclave, per contenere la minaccia del gruppo islamico.
Nel 2020 è stato stimato che gli anni del blocco israeliano sono costati alla Striscia 16,7 miliardi di dollari di perdite economiche. Agli abitanti della Striscia, molti dei quali avevano un lavoro in Israele, è stato impedito di lasciare l'enclave, costringendo molti alla disoccupazione e a una situazione di povertà.
Per i cristiani, il blocco ha anche significato l’impossibilità di visitare i loro luoghi sacri a Gerusalemme e Betlemme.
"La mia famiglia era solita celebrare il Natale a Betlemme, ma quando Israele ci ha impedito di viaggiare siamo stati costretti a rimanere a Gaza e abbiamo celebrato la festività nella chiesa di Dir Latin. Poi è arrivato il COVID-19 e anche questa possibilità ci è stata tolta", ha spiegato Saba.
I primi casi di coronavirus nei territori palestinesi si sono registrati nel marzo 2020. Le autorità locali hanno reagito rapidamente, attuando una serie di misure volte a frenare la diffusione del COVID. Hanno chiuso gli uffici pubblici e le imprese private. Hanno anche vietato gli assembramenti e le preghiere nelle moschee o nelle chiese.
Ricordando quei giorni "difficili", Saba sostiene che la situazione era insopportabile. Ora spera in un futuro migliore.
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La situazione sanitaria relativa alla pandemia da coronavirus sembra essere stabile a Gaza, dove le autorità hanno recentemente registrato soltanto 1.693 contagi e allentato di conseguenza alcune delle misure introdotte in precedenza.
Anche la situazione finanziaria è un po' migliorata, in seguito al cambio di governo in Israele e alla decisione della nuova coalizione di eliminare alcune delle restrizioni imposte all'enclave costiera.
"È stato l'anno migliore dell’ultimo periodo. Ora ci è permesso celebrare le nostre festività dopo una pausa di 2 anni. E possiamo anche far visita alla nostra famiglia a Betlemme, per rivedere i nostri parenti che abitano lì".
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