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Gas, “accusare la Russia è un’abitudine”

© Sputnik . Максим Богодвид / Vai alla galleria fotograficaManometro
Manometro - Sputnik Italia, 1920, 24.12.2021
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“Non abbiamo nessun riscontro che comprovi una politica di contrapposizione del Cremlino”. Il presidente di Federpetroli, Michele Marsiglia, smentisce le voci che attribuiscono a Vladimir Putin la responsabilità per l’innalzamento dei prezzi, nell’ambito di una strategia rivolta a mettere l’Europa con le spalle al muro.

“Ormai è diventata un’abitudine, ogni inverno accusano la Russia e Putin di usare l’arma del gas. Ma dimenticano che anche la Russia ha le sue problematiche energetiche derivanti dal Covid e da varie difficoltà produttive. Inoltre, i flussi di gas russo prima di arrivare in Europa devono raggiungere il mercato interno e rispondere anche al suo fabbisogno”.

Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, l’associazione italiana delle aziende energetiche, non è convinto che l’impennata dei prezzi del gas dipenda - come sostiene il Commissario europeo per la politica estera Josep Borrel - dai “giochi sporchi” di Vladimir Putin, deciso a punire un’Europa colpevole di appoggiare l’Ucraina e metterla con le spalle al muro.

“Non voglio - dichiara Michele Marsiglia in quest'intervista a Sputnik Italia - criticare Borrel, ma noi come Federpetroli non abbiamo nessun riscontro che comprovi una politica di contrapposizione russa basata sul gas. Non per ora almeno”.

Washington si è offerta di vendere agli europei il suo gas liquido. E’ un’alternativa conveniente?
— In questo momento la risposta è “no”, sia per la distanza che per i costi logistici assolutamente troppo alti. Non dimentichiamo poi che le politiche statunitensi sull’energia sono molto altalenanti. Fino a qualche mese fa, Biden proponeva delle politiche di transizione “verdi”, ora invita a pompare più gas e petrolio. Quindi quel gas potrebbe non essere più disponibile.
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— La problematica delle certificazioni, a ben vedere, è una scusa dietro la quale si nasconde la più ampia problematica politica della scelta tedesca di affidarsi al gas russo. L’Europa, però, farebbe bene a riconfigurare le sue politiche nei confronti della Russia.
Secondo lei, contrapporsi alla Russia è controproducente?
— Fino a quando continueremo ad aver bisogno del gas russo, queste politiche difficilmente risulteranno produttive. E questo vale soprattutto per il nostro paese. Il costo energetico che stiamo affrontando in Italia non dipende da chi produce energia, come la Russia, ma dalla generale e rilevante dipendenza dall’estero del nostro paese.
Il ministro Cingolani propone di riaprire dei pozzi chiusi. Di cosa si tratta?
— Non vorrei sembrare presuntuoso, ma Federpetroli lo propone già da anni. L’Italia è piena di pozzi di gas e petrolio già perforati, ma tappati, in attesa delle concessioni indispensabili per avviare la produzione. Quei pozzi si trovano in tutte le regioni, isole comprese, metterli in funzione non comporterebbe alcun impatto ambientale. Basterebbe una conduttura, per garantire più petrolio non solo ai privati, ma anche alle industrie e alle strutture pubbliche. Purtroppo, appena il ministro Cingolani l’ha proposto è stato immediatamente attaccato. Eppure, grazie a quei pozzi, l’Italia potrebbe soddisfare quasi il 45 per cento del fabbisogno energetico.
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Ma quindi perchè ci ostiniamo a tenerli chiusi?
— È una bella domanda, bisognerebbe chiederlo alla politica… Peraltro, il presidente della Commissione Europea ha appena definito il gas una componente fondamentale per il mix energetico italiano. Quindi il controsenso è evidente. L’Europa ci chiede di usare il nostro gas, ma noi ci affanniamo ad acquistarlo altrove.
Qual’è il modo per aiutare le famiglie italiane alle prese con il caro bollette?
— Il presidente Draghi sta facendo un ottimo lavoro, ma toccare gli oneri di sistema per calmierare i prezzi dell’energia è come prendere un’aspirina, si allevia il dolore, ma non si cura il male Per sanare l’Italia va definita una strategia energetica. Avviare la transizione energetica in mancanza di fonti alternative a quelle fossili è un suicidio. Il risultato è sotto i nostri occhi, i prezzi s'impennano e si rischia lo stallo energetico.
La transizione energetica voluta dall’Europa è una scelta troppo avventata?
— La poco chiara politica energetica europea dettata dalla Commissione sta generando dei prezzi fuori controllo. Non solo i prezzi di carburante gas ed energia elettrica sono fuori da ogni logica di mercato, ma in più si rischia di produrre l’effetto contrario, finendo con l'inquinare più di prima. Il governo ha appena dovuto chiedere l’apertura di due centrali a carbone, una a La Spezia e una a Gorizia, per contribuire ad un fabbisogno energetico italiano vicino allo stallo. E l’ha fatto nonostante vadano a carbone.
Nel Mediterraneo c’è abbondanza di gas e l’Eni ha scoperto uno dei pozzi più grandi del Mediterraneo davanti alle coste dell’Egitto. Com’è mai ci troviamo in questa situazione?
— Gran parte del fatturato delle aziende italiane è fatto con l’estero. Le aziende preferiscono lavorare e vendere a chi ha politiche energetiche libere e non condizionate da fattori politici.
L’Italia ora deve far fronte anche alla contingenza libica. Il rinvio delle elezioni e il ritorno sulla scena delle milizie sta bloccando nuovamente la produzione dell’Eni.

— Finché non c’è stabilità, diventa difficile investire, ma l’Italia deve guardare al futuro. C’è una parte dell’industria energetica libica che va completamente ristrutturata e ci sono tre quarti della Libia ancora da esplorare. Quindi gli investimenti in quel paese restano importanti per il futuro delle nostre aziende.

Federpetroli ha detto di guardare con ottimismo alla candidatura del figlio di Gheddafi, ma sul figlio del Colonnello pende un mandato di cattura della Corte internazionale…
— La nostra è una considerazione legata strettamente agli interessi energetici. Non siamo né magistrati, né organi giudicanti. Il padre di Saif sarà stato anche criticabile, ma con lui al potere la produzione di petrolio è stata sempre garantita. Ma non dimentichiamo che Saif è una figura assai diversa rispetto al padre. Il figlio del Colonnello ha studiato a Londra, ha un’impostazione economica e conosce la realtà delle fazioni libiche e delle tribù. Ma questa non è una considerazione solo nostra. In Libia molti sono pronti a scommettere su Saif e a preferirlo rispetto agli altri protagonisti della politica libica.
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