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Turchia, il Sultano in bancarotta

© Sputnik . Sergey Guneev / Vai alla galleria fotograficaRecep Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan  - Sputnik Italia, 1920, 22.12.2021
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Arrivato al potere vent’anni fa, grazie ad una crisi economica che mise fuori gioco i partiti tradizionali, Erdogan rischia di subirne lo stesso destino.
Mentre l’inflazione distrugge il potere d’acquisto dei suoi concittadini, il Presidente continua, contro ogni logica economica, ad abbassare i tassi d’interesse. Ma ormai il collasso economico è ad un passo. E le elezioni del 2023 minacciano di metter fine al suo ininterrotto potere.
Ha giocato su tutti i fronti della Siria. Ha portato i propri mercenari in Libia e nel Caucaso. Ha usato i droni costruiti in casa per ribaltare l’equilibrio strategico del Caucaso e garantire all’alleato azero la riconquista del Nagorno Karabakh. Ma non solo. Inseguendo il sogno di restaurare l’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha spedito le sue fregate nel Mediterraneo, sfidando Francia, Italia e Grecia, in una vera guerra per il gas. E all’interno della Nato non ha esitato a contrapporsi agli Stati Uniti, combattendo i curdi in Siria e dotandosi dei sistemi di difesa antiaerea S-400 forniti da Mosca.
Una costa del Mediterraneo - Sputnik Italia, 1920, 22.12.2021
Le mire turche sul Mediterraneo: ecco qual è la (vera) strategia di Erdogan

Ma ora la lunga marcia del Sultano rischia d’impantanarsi su quel fronte interno, dove da vent’anni non conosce rivali. E le questioni economiche, vero trampolino di lancio della sua carriera di premier, minacciano di trasformarsi in una distesa di sabbie mobili pronte a ingoiarlo. La nemesi è, per molti versi, paradossale. Nel 2002 Erdogan sbaragliò i leader dei tradizionali partiti turchi, sull’onda del malcontento generato da una crisi economica che aveva ridotto allo stremo la popolazione. E, per almeno un decennio, l’economia continuò a rappresentare il suo punto di forza.

L’impegno a rompere con il laicismo kemalista, per riportare la Turchia nell’alveo di una tradizione islamista, cardine dell’impero ottomano, coincise, nel primo decennio di potere, con un autentico boom economico. Questo gli garantì il sostegno di settori dell’opinione pubblica ben più ampi del tradizionale elettorato islamista. In quei dieci anni d’oro, il decollo dell’industria del turismo e della finanza garantirono una crescita senza sosta del prodotto interno lordo, portandolo dai 3.688 dollari pro-capite del 2002 ai quasi 11.800 del 2012.
La rinascita economica incominciò a rallentare nel 2013, quando l’allora premier incominciò ad assaporare l’idea un referendum costituzionale, capace di sottrarlo al controllo del parlamento e trasformarlo in un presidente con pieni poteri. L’inizio di quella metamorfosi politica - accompagnata da un crescente nepotismo, una diffusa corruzione ed evidenti tendenze autoritarie - coincise con l’appannarsi del sogno economico.
Ad inaridire le casse turche contribuì un ambizioso, e non sempre limpido, interventismo militare. Il sostegno ai ribelli islamisti, Isis* compreso, in Siria, il coinvolgimento nel conflitto libico, i ripetuti interventi nel nord dell'Iraq, l’espansionismo navale nel Mediterraneo e l’intervento nel Caucaso a fianco dell’Azerbaijan sono stati accompagnati da un’impennata senza precedenti delle spese militari passate dagli 11 miliardi e passa di dollari del 2011 ai quasi 21 del 2019. Parallelamente, il miracolo economico ha lasciato il posto ad una stringente morsa inflazionistica, accompagnata da un balzo all’indietro del prodotto interno lordo precipitato, dai 957,8 miliardi di dollari del 2013 ai 720 del 2020. Il vero problema di Erdogan, all’interno di questo generale tracollo economico, resta però inflazione. Il presidente turco, contrariamente a quanto sostengono tutte le teorie economiche, è convinto di doverla combattere tagliando i tassi d’interesse e non innalzando il costo del denaro. Pur di imporre la propria linea, non ha esitato a cacciare i ministri della finanze e i governatori della banca centrale, decisi a non ascoltarlo.
Turkish President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, February 10, 2021 - Sputnik Italia, 1920, 20.10.2021
Otto-mani in pasta dovunque: la strategia della Turchia di Erdoğan
E così, ai primi di dicembre, - dopo l’annuncio del quarto taglio consecutivo dei tassi abbassati dal 19 al 15 per cento, nonostante un’inflazione superiore al 21 - il valore della lira è precipitato a quota 17.40 sul dollaro. Le sballate teorie del presidente hanno contribuito a farle perdere più del 50 per cento del suo valore, con conseguenze devastanti per una popolazione costretta a fare i conti con la costante e inarrestabile crescita dei prezzi. E così, il presidente ha dovuto promettere un aumento del 50% del salario minimo, pari ad un contributo in busta paga di 245 euro.

Ma quei soldi in più ai lavoratori maggiormente in difficoltà difficilmente ribalteranno la situazione. Anzi, a dar retta agli economisti, verranno divorati entro pochi mesi dall’inflazione galoppante. Ovviamente, il Sultano sostiene esattamente il contrario. A dargli retta, le misure, battezzate “guerra per l’indipendenza economica”, garantiranno gli investimenti stranieri, contribuendo alla creazione di nuovi posti di lavoro e alla moltiplicazione delle esportazioni favorite dal basso valore della lira.

Prigioniero delle sue visionarie ambizioni, il presidente non sembra rendersi conto che gli investimenti esteri sono legati anche alla fiducia trasmessa ai mercati esteri. Una fiducia definitivamente tramontata non solo in Europa e negli Stati Uniti, ma anche tra le mura di un Cremlino inizialmente assai disponibile a considerare Erdogan un partner strategico, sia dal punto di vista geopolitico che economico. Uno scetticismo alimentato dalle forniture di droni all’Ucraina, dal ruolo turco nel Caucaso e dal mai cessato sostegno di Ankara alle formazioni islamiste nella provincia siriana di Idlib.

Ma il Sultano non sembra farci caso. “Sappiamo quel che stiamo facendo. Sappiamo come farlo. Sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo quel che otterremo”, continua a ripetere ai suoi cittadini Erdogan, promettendo di ripetere l’exploit del 2011, quando portò l’inflazione al 4 per cento.

Ma, dopo sette anni di crisi ininterrotta, la maggioranza degli elettori è poco disposta a credergli. Un suo recente appello a riportare i risparmi nelle banche è andato largamente inascoltato. Il tutto mentre aumenta la richiesta di valute estere od oro, in cui convertire i sempre più esigui risparmi. Una richiesta così diffusa, anche tra i meno abbienti, da spingere gli orafi di Istanbul a creare lingottini tra il mezzo grammo e i due grammi accessibili a tutti.
In questa situazione di generale disagio e di crescente sfiducia, l’appuntamento elettorale del 2023 per il rinnovo del suo mandato rischia di trasformarsi in una spada di Damocle. Secondo i sondaggi dell’istituto indipendente Optimar, il 63,8% dei turchi considera l’economia e la disoccupazione il più grande problema del paese, ma solo il 27, 8 per cento confida che Erdogan possa porvi rimedio.
Proprio per questo, il Sultano che salvò il paese dalla bancarotta rischia, vent’anni dopo, di venirne travolto.
*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e altri paesi
L'opinione dell'autore potrebbe non rispecchiare la posizione della redazione
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