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Mining illegale in Russia, le criptovalute pesano sempre più sull’energia del Paese

© AP Photo / Egill BjarnasonAttrezzi per "mining"
Attrezzi per mining - Sputnik Italia, 1920, 22.12.2021
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In Russia si è silenziosamente manifestato un problema di portata nazionale.
Secondo la rivista russa Kommersant, pochi giorni fa, i rappresentanti dell'industria energetica nazionale, tra cui spiccano le società di distribuzione dell'elettricità, hanno chiesto al governo e al presidente di iniziare immediatamente a controllare la contingenza prodottasi sul mercato a causa dell'aumento critico dei consumi legati al mining delle criptovalute.
Stando a quanto riferiscono i rappresentanti di settore, dopo che la Cina ha spento senza alcuna pietà l’interruttore in interi quartieri delle sue megalopoli, i minatori di valute virtuali si sono riservati in massa nei Paesi vicini.
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La maggior parte di loro si è stabilita nel vicino Kazakistan, il che ha immediatamente fatto crollare il sistema energetico nazionale. La situazione si è aggravata a tal punto che Nur-Sultan ha inviato a Mosca una richiesta ufficiale di fornitura di qualsiasi quantità disponibile di elettricità.
Di questo non si è ancora parlato ufficialmente, ma, secondo le voci di corridoio, il Kazakistan se l’è vista brutta.
Anche se nel recente 2018 (anno a cui risalgono gli ultimi dati pubblicati ufficialmente), il Kazakistan soddisfaceva pienamente il proprio fabbisogno, producendo 107 terawattora di elettricità all'anno e consumandone 103, così da registrare una crescita della generazione di elettricità di quasi il 4% su base annua.
L’obsolescenza delle infrastrutture potrebbe essere attribuita a quanto sta accadendo. È noto che un terzo di tutti gli impianti di generazione in Kazakistan ha più di 30 anni e la quota di impianti di produzione e reti di distribuzione, ormai obsoleti, è rispettivamente del 70 e del 65%. Secondo le stime più prudenti, questo si traduce in una perdita di circa il 15% della produzione totale.
Tutto ciò è vero ed è senza dubbio un bel grattacapo per il governo kazako, ma c'è un ma. Il sistema di approvvigionamento energetico del Kazakistan riusciva a soddisfare il fabbisogno interno e, anzi, il Paese esportava anche energia all'estero, per un volume di 5 gigawatt. Oggi, però, l'energia è nettamente insufficiente.
In Russia, il tema del mining (e specialmente del mining illegale di massa) non è stato praticamente mai sollevato prima del suddetto appello del settore energetico. In Russia, così come nel vicino Kazakistan, l'estrazione di criptovalute non è legalmente regolamentata in alcun modo. Un totale vuoto giuridico che incoraggia i cittadini intraprendenti ad acquistare l'attrezzatura necessaria e iniziare. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo avviene illegalmente, nel senso che le mining farm, dislocate nei quartieri residenziali, di fatto saccheggiano l’energia elettrica, utilizzandola a volumi industriali, ma pagando una tariffa agevolata.
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Per comprendere meglio, si consideri questo esempio.
Una piccola mining farm equipaggiata con attrezzature del valore di 1 milione di rubli (ca. 12.000€) (ossia, una decina di schede video) consuma al mese circa 1.500 kilowattora.
Ciò significa che le attrezzature impilabili in un unico rack consumano la stessa quantità di energia di 6-8 appartamenti, in cui risiedono famiglie con bambini e in cui si utilizzano computer e altri elettrodomestici. Ma, naturalmente, i miner non pagano 5-7 rubli al kilowatt (come gli stabilimenti produttivi), ma 1-1,5 rubli. Di fatto, quindi, rubano l’elettricità, prendendosi gioco dello Stato.
A questo proposito, si osservi che questi bassi prezzi dell’elettricità sono garantiti dallo Stato alla popolazione con l’ausilio di investimenti monetari diretti. In sostanza, funziona così: le grandi e medie imprese trasferiscono, sotto forma di imposte, denaro, grazie al quale si compensa la differenza tra il costo di produzione e il prezzo di vendita dell’elettricità al dettaglio.
Tra il 2018 e il 2019 il settore industriale ha contribuito nelle casse dello Stato con oltre 230 miliardi di rubli all'anno. Quest'anno si prevede un versamento di 10 miliardi in più. In altre parole, lo Stato sta spendendo quasi 250 miliardi di rubli, per fare in modo che i comuni cittadini russi si possano permettere di continuare a vivere la vita così come sono abituati.
I miner illegali, le cui farm possono facilmente raggiungere centinaia o anche migliaia di unità su ASIC-chip o schede video, rubano sia l'elettricità sia il denaro dei contribuenti.
Si osservi che in Russia, naturalmente, ci sono anche aziende che si occupano in maniera del tutto legale di estrazione di criptovalute, gestiscono i loro affari in modo trasparente, pagano l'elettricità consumata alla tariffa industriale e corrispondono le tasse all'erario. La loro quota nel consumo di energia è ben nota: è circa un gigawatt all'anno, con una previsione di crescita di oltre 2 volte già nel 2022. Questo significa che l'anno prossimo i minatori in regola compreranno tanta elettricità, quanta ne potrà produrre la centrale nucleare di Kursk con i suoi due reattori avanzati VVER-1300.
Il numero di mining farm illegali in territorio russo è sconosciuto ed è fisicamente impossibile contarle. Secondo le stime più prudenti, ce ne sono migliaia: si trovano negli appartamenti, nelle case o nei garage più ordinari, cioè non possono essere rilevate visivamente. Non si tratta, infatti, di una fabbrica o di un laboratorio artigianale.
Tutte queste farm sono parassitarie per il bilancio dello Stato, poiché utilizzano l'elettricità a tariffe dedicate alle famiglie, manipolando i contatori o attingendo illegalmente alla rete elettrica. È difficile stimare i danni che causano, ma le società di vendita al dettaglio di elettricità, dopo aver calcolato le perdite e i danni, forniscono una soglia di perdita minima di 400 megawatt. Questa è la quantità generata, per esempio, dalla centrale idroelettrica Cherepetskaya, nella città di Suvorov, nella regione di Tula.
Dunque, una centrale idroelettrica, come quella situata nei pressi di Tula, lavora tutto l’anno invano, perché l’energia da essa prodotta viene, in qualche modo, sottratta da cittadini piuttosto intraprendenti. In epoca sovietica, in presenza di questa fattispecie, si parlava di appropriazione indebita su larga scala di beni di proprietà comune e venivano comminate senza alcuna pietà pene detentive di una certa rilevanza.
Ma, procedendo oltre, la nostra trattazione non potrebbe dirsi completata senza menzionare altri due punti.
Il primo è il silenzio nel quale il mining ha avvolto gli ambientalisti. In tutti il mondo, enormi volumi di energia vengono sprecati per un nulla di fatto, cioè per riscaldare l’atmosfera.
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Infatti, Bitcoin e le altre criptovalute non possono essere toccate, non possono essere messe in un portafoglio e se domani si verificasse un cataclisma causato dall'uomo, che interrompesse la fruizione delle reti, le criptovalute scomparirebbero, anche se, in senso puramente fisico, non sono mai esistite. Decine, forse centinaia di milioni di schede grafiche e chip ASIC consumano centinaia di gigawatt di elettricità, surriscaldandosi più dei ferri da stiro, e le unità di raffreddamento usano ancora più energia. Allo stesso tempo, secondo le stime dell'ONU, 940 milioni di persone nel mondo non hanno alcun accesso all'elettricità. Si prenda in considerazione questa cifra: poco meno di un miliardo di persone, cioè una su sette, non può accendere il bollitore o prendere cibo dal frigorifero.
Il secondo punto, ma non meno importante, è che le criptovalute sono intrinsecamente uno strumento speculativo, una sorta di bolla finanziaria gonfiata a proporzioni inimmaginabili. Il professor Eswar Prasad, uno dei maggiori esperti di commercio internazionale alla Cornell University, è proprio di questa opinione, come ha espresso in una recente intervista.
L’esperto osserva che il Bitcoin e i suoi analoghi sono estremamente volatili, il che significa che il loro valore può fluttuare di decine di punti percentuali in poche ore e che tali picchi sono estremamente difficili da prevedere. Ma soprattutto (e questo si ricollega al punto precedente) le criptovalute non hanno nulla a che fare con la lotta per l’ambiente e la decarbonizzazione. Si stima che ogni anno si spenda più energia per il mining di quanta ne consumi un Paese come l'Olanda. Allo stesso tempo, per soddisfare il fabbisogno dell’intera filiera produttiva di 1 solo Bitcoin, vengono emessi nell’atmosfera 37 megatoni di anidride carbonica, ossia più di tutte le emissioni della Nuova Zelanda messe insieme.
Il futuro e i progressi tecnologici presentano molte opportunità per facilitare la nostra vita quotidiana. Ma, in questa corsa senza fine, è importante chiamare le cose con il loro nome, per evitare la pericolosa sostituzione di nozioni, dove alcune di queste vengono indiscriminatamente etichettate come dannose per il futuro, mentre altre, non meno pericolose, vengono coscientemente dimenticate.
Per quanto riguarda la Russia, la soluzione al problema del mining, tramite l’inquadramento giuridico di questa attività, è attesa ormai da tempo. La Russia, naturalmente, vanta enormi riserve energetiche, ma la crescita incontrollata del mining irregolare non può continuare ancora. Prima o poi i produttori non riusciranno a soddisfare le proprie perdite, derivanti dal furto di energia elettrica, né a compensare i mancati profitti. Dunque, saranno costretti ad applicare tariffe più elevate, che si ritroveranno a pagare i comuni cittadini.
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