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Tra Stati Uniti e Russia ristretti margini di dialogo. Servirebbe una nuova Helsinki

© AP Photo / Alexander ZemlianichenkoLa stretta di mano tra Putin e Biden
La stretta di mano tra Putin e Biden - Sputnik Italia, 1920, 20.12.2021
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Malgrado il recente contatto telefonico intercorso tra i Presidenti dei due paesi e l’annuncio di un ulteriore incontro a breve, le relazioni tra Stati Uniti e Russia non sembrano in procinto di migliorare in modo significativo.
È difficile che scoppi una guerra tra Mosca e Kiev, anche se il rischio di provocazioni od errori di calcolo è sempre dietro l’angolo. Ma ciò non vuol dire che si vada verso una qualche forma di distensione o accordo di sistema tra le due maggiori potenze nucleari del pianeta.
Esiste al fondo una divaricazione a livello di interessi e percezioni che è possibile certamente gestire, ma non superare completamente. E le schermaglie di questi giorni paiono confermarlo.
A quanto si è appreso, la diplomazia russa avrebbe sottoposto a quella americana una bozza di accordo che contemplerebbe una molteplicità di punti, che investono peraltro non soltanto Washington ma anche l’Alleanza Atlantica.
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In particolare, la Russia avrebbe chiesto un impegno a non accettare l’Ucraina nella Nato e l’abbandono da parte di quest’ultima di qualsiasi attività militare a Kiev, in tutta l’Europa orientale, in Transcaucasia ed Asia Centrale.
I russi avrebbero altresì proposto la rinuncia congiunta allo schieramento di missili a medio e corto raggio in territori dai quali sia possibile colpire quelli della controparte. Mosca avrebbe inoltre offerto la propria disponibilità a consolidare i meccanismi di risoluzione pacifica delle controversie, rinnovando il proposito di astenersi dall’usare la forza militare.
Russi ed americani dovrebbero altresì vincolarsi a non utilizzare il territorio di altri paesi per prepararsi a sferrare un attacco o lanciarlo. E non dovrebbero condurre esercitazioni militari che contemplino scenari in cui possano essere impiegate armi nucleari.
Mosca e la Nato, inoltre, dovrebbero impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dalla controparte ed infine a riconoscere di non considerarsi più avversari l’una dell’altra.
Le risposte a stretto giro di posta non sono state positive. Il Consiglio Europeo di fine anno, svoltosi a livello di capi di Stato e di governo, ha innanzitutto espresso la solidarietà dell’Unione Europea all’Ucraina, minacciando nuove sanzioni in caso di eventuale aggressione russa. E contestualmente censurato anche le politiche adottate dalla Bielorussia in materia di controllo ed orientamento dei flussi migratori.
Quanto alla diplomazia statunitense, non è stata da meno, rendendo noto per bocca della portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che Washington non accetterà di discutere con Mosca della sicurezza europea senza gli alleati e partener europei dell’America.
In questa maniera, è stato in qualche modo chiarito che nessun colloquio russo-americano potrà andare al di là della concertazione di qualche meccanismo tecnico di gestione delle crisi in atto, allo scopo di evitare ciò che nessuno vuole, ovvero lo scoppio di un conflitto di maggiori proporzioni sul suolo europeo.
L’amministrazione democratica al potere negli Stati Uniti respinge del resto qualsiasi ipotesi di regolazione delle divergenze d’interessi basata sulla loro compensazione reciproca e sul riconoscimento di fatto del diritto russo a garantire la sicurezza nazionale con una propria sfera d’influenza.
Su questo specifico elemento, del resto, non era probabilmente possibile farsi alcuna illusione, dal momento che l’attuale gruppo dirigente americano respinge il realismo politico, che era invece una delle cifre caratteristiche della precedente amministrazione statunitense.
Non sembra particolarmente probabile neppure che gli Stati Uniti ritrattino la garanzia di sicurezza che hanno offerto ai polacchi, ai baltici e a tutti i paesi che sono entrati nell’Alleanza Atlantica dopo la fine della Guerra Fredda. Equivarrebbe infatti a sancire lo scioglimento della Nato. Troppo persino in tempi come quelli attuali, che hanno testimoniato il drammatico ritiro americano da Kabul.
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Tutto inutile, quindi? Non necessariamente. Le proposte russe, infatti, potrebbero avere anche una valenza differente, ovvero di esplicitazione ed articolazione della visione che Mosca ha degli equilibri nella vasta zona che si estende dal Baltico all’Afghanistan, alla ricerca di possibili punti di convergenza, oltre quello tradizionale della lotta al terrorismo jihadista.
Enunciare una prospettiva è sempre utile ed importante, perché costringe gli interlocutori ad esporsi nel formulare risposte e controproposte.
Per Mosca, il problema principale è l’espansione del sistema di sicurezza occidentale verso est, che viene percepito come una minaccia esistenziale, in quanto presupposto del possibile rischieramento di potenti unità americane ed europee in località che disterebbero dalla capitale russa poche centinaia di chilometri privi di ostacoli naturali.
Se mancheranno rassicurazioni in questa direzione è difficile attendersi che possa verificarsi una vera distensione sul terreno. In pratica, questa iniziativa diplomatica russa tende a rimettere all’Occidente la scelta tra un regime di garanzie formali ed una situazione di fatto che mira allo stesso obiettivo.
In assenza di un accordo di sistema – quello che voleva Trump – è in effetti difficile che il dispositivo russo schierato a ridosso dell’Ucraina venga allontanato – come pure si pretende da Bruxelles preliminarmente all’avvio di qualsiasi trattativa - perché queste truppe sono il miglior modo di dissuadere il governo di Kiev dal tentare la riconquista del Donbass e comunque mantenere aperto un contenzioso che sbarra agli ucraini la porta d’accesso alla Nato e anche all’Unione Europea.
Il punto resta sempre il medesimo. Fino a che punto l’America desidera spingersi ad Est? E quanto pesano polacchi e baltici nel calcolo geopolitico che viene fatto a Washington? L’impressione è che su alcune partite la disponibilità statunitense a discutere sia molto bassa.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov - Sputnik Italia, 1920, 11.12.2021
Cremlino: "Con le attuali tensioni è difficile immaginare Russia e Stati Uniti alleati"
L’influenza dei liberal e dei neoconservatori è molto forte sulle rive del Potomac. Ciò significa che la spinta a perseguire l’indebolimento della Russia, tra l’altro ormai anche identificata come un presidio della tradizione e del conservatorismo transnazionale, è ancora molto potente.
Tutto ciò, ovviamente, non vuol dire che dialogare sia inutile. Tutt’altro. Ma piuttosto che le prospettive negoziali avranno possibilità diverse, in un certo senso più basse.
Ci si potrà concentrare sulla definizione di nuove misure volte a costruire la fiducia reciproca, ad esempio limitando la portata e le ambizioni delle esercitazioni delle parti coinvolte, o pensando all’attivazione di nuovi formati di consultazione per la gestione delle crisi.
Almeno per adesso, è il massimo cui si possa aspirare. Non sarebbe tuttavia inutile iniziare a pensare ad una nuova Helsinki.
Alla metà degli anni settanta, nella capitale finlandese una grande conferenza permise di raggiungere un accordo complessivo tra quelli che erano l’Occidente e l’Oriente di allora. Oggi serve qualcosa di simile, che in qualche modo sigilli l’attuale configurazione delle frontiere e degli equilibri in Europa.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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